#Finsubito news – Mélenchon apre la campagna per l’Eliseo. Un programma estremo per “cambiare tutto”


Ci sono vantaggi a cui Jean-Luc Mélenchon non intende rinunciare. Il primo è quello di avere tutti gli occhi addosso, di stare sulla bocca di tutti, di ricevere critiche da ogni fronte: all’indomani della presentazione del programma L’Avenir en commun (Il futuro in comune) di La France Insoumise – con le sue 1.069 proposte che puntano il dito contro “il capitalismo che ci sta portando dritti contro un muro” -, è un fuoco di sbarramento da parte dei rivali alle presidenziali del 18 aprile. Ed è normale perché se una casella per il ballottaggio sembra essere ormai presa dal Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella, la battaglia è sull’altra casella che si giocherà lo sprint finale all’Eliseo.

Il secondo vantaggio del leader della sinistra radicale francese – nel giorno in cui ancora una volta sfilano migliaia di persone in strada, anche se in minor numero rispetto agli altri giorni, tra rigidissime misure di sicurezza – è poter dire che “ho solo una proposta da farvi: bisogna cambiare tutto”. Cambiare la Francia che vive “l‘agonia macroniana, l’imbarbarimento, la ferocia delle violenze della polizia”, cose che lasciano “la sensazione di una cupa fine impero”.

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Mélenchon apre il suo primo comizio della campagna elettorale a Le Bourget (Seine-Saint-Denis) davanti a 20mila persone, parlando di “crisi globale della civiltà umana”. La sede di Le Bourget richiama sia un celebre discorso contro la finanza di François Hollande del 2012, sia l’ultimo comizio del primo turno di François Mitterrand nel 1988. L’immagine di Mélenchon ritratto sullo sfondo rurale di Gergovie sotto lo slogan Liberté, égalité, solidarité è un gioco sui manifesti storici di Mitterrand. Mélenchon si rivolge ai molti giovani presenti per dire che “il mondo che vi viene lasciato, di cui avrete la responsabilità, non assomiglia in nulla a quello che le generazioni prima di voi abbiano conosciuto. Da un luogo all’altro del pianeta tutti gli esseri umani sono di fronte alle stesse sfide, e a voi viene chiesto, grande popolo francese, di camminare davanti a tutti per guidare la presa di coscienza, la mobilitazione”.

Il terzo vantaggio che Mélenchon non vuole farsi sfilare è di rappresentare proprio questa protesta giovanile – lui che è il candidato più anziano, a 75 anni -, di respingere gli inviti a mostrarsi “meno divisivo”. Anzi, la sua vera speranza di successo alle presidenziali sta nella radicalità della proposta; lui assicura di non volere “mettere l’acqua nel vino per risultare più accattivante e meno divisivo. Non lo farò. Sarebbe un atteggiamento da politicante che non convincerebbe nessuno, ma che finirebbe per disgustare tutti”.

Il suo popolo indomito e ribelle (insoumis) accompagna il primo evento della campagna di Mélenchon con slogan, canti antifascisti e proclami di vittoria. “Cambiare tutto” è il messaggio chiave. “Avanti verso la vittoria!”, urla il sindaco di Saint-Denis, Bally Bagayoko, punto di riferimento degli studenti francesi, rivolgendosi ai “giovani della Nuova Francia”. Viene osservato un minuto di silenzio in memoria di Pengo Bossio Wangi, assassinato nell’attentato razzista di Trappes. “Questo attentato è il risultato di una spudorata campagna mediatica razzista, di una palese complicità a tutti i livelli dello Stato” denuncia dal palco Mélenchon che dedica la prima parte del suo intervento alla lotta al razzismo sistemico in Francia.

È il quarto vantaggio che Mélenchon non vuole lasciarsi scappare: rappresentare la Francia multiculturale: “Perseguiremo il razzismo con tutti i mezzi legali possibili. Fate dell’antirazzismo una questione personale” afferma il leader della sinistra radicale francese. Invita tutti a “impegnarsi nella liberazione culturale del paese contro la cultura fascista e le sue radici razziste“.

C’è poi il programma economico, che più ci si addentra più assomiglia a un libro dei sogni; la quantificazione e le coperture finanziarie delle misure saranno rese note all’inizio del 2027. Sì perché il conto è salatissimo: Mélenchon promette di aumentare il salario minimo da 1.480 a 1.700 euro; di ripristinare l’età pensionabile a 60 anni (per chi ha maturato 40 anni di contributi) abrogando la riforma Macron che ha alzato l’età minima pensionabile da 62 a 64 anni per risanare i conti pubblici disastrati; di garantire la copertura sanitaria integrale (100% Sécu); di abolire la flat tax sui redditi da capitale; di aumentare il prelievo fiscale sui patrimoni più elevati; di bloccare i prezzi dei beni alimentari di prima necessità; di avviare una progressiva uscita dal nucleare verso un sistema interamente basato sulle energie rinnovabili, con l’abbandono del programma dei reattori EPR2 e il mancato prolungamento dell’attività delle centrali oltre i 60 anni; di istituire le eco-regioni, una riorganizzazione amministrativa della Francia in cui i territori vengono ridisegnati attorno alle loro caratteristiche ecologiche; di cancellare il debito pubblico francese; di far rientrare le produzioni industriali sul territorio nazionale e di giocare un ruolo più interventista come Stato nell’economia, con un “Consiglio per la pianificazione ecologica” con il compito di supervisionare la “rilocalizzazione delle produzioni essenziali”; di iscrivere nella Costituzione francese il principio della “regola verde”, in base alla quale non si preleva dalla natura più di quanto essa sia in grado di rigenerare.

Anche nel programma di politica estera c’è una svolta radicale rispetto a Macron: Mélenchon rinnova la sua storica critica alla Nato chiedendo il disimpegno progressivo della Francia, a partire dal comando militare integrato. È quella dottrina di “non allineamento” che viene giustificata con la volontà di “sottrarre la Francia all’isolamento occidentale”. La France Insoumise contesta poi l’influenza tedesca sulla politica economica dell’Unione Europea, definendo Berlino la roccaforte dell’ordoliberismo. Ha posizioni estreme di opposizione a Israele nello scacchiere mediorientale e di favore per le rivendicazioni palestinesi nel contesto dei due Stati.

Per Marine Le Pen il programma di Mélenchon “non è un progetto per ricostruire“, ma “per smantellare la Francia “, perché “porta alle sue estreme conseguenze la logica di decostruzione avviata da Emmanuel Macron sin dal suo insediamento“. Le critiche della destra radicale francese riguardano soprattutto le proposte sulla cittadinanza per diritto di nascita, sul disarmo della polizia municipale, sul nucleare. “Un progetto che disarma, che rinuncia, che si ritira e che divide (…) non prepara la Francia al futuro: ne organizza l’indebolimento e la scomparsa“, afferma Le Pen. Parole a cui Mélenchon replica, osservando che “per essere una patriota autoproclamata, inizia esprimendo la sua opposizione a una tradizione francese che risale al XVI secolo: la cittadinanza per diritto di nascita. Tuttavia, non menziona la sua opposizione al pensionamento a 60 anni, all’aumento del salario minimo o al congelamento dei prezzi. Il Rassemblement National è praticamente una copia carbone di Édouard Philippe“.

Philippe è la terza forza della competizione, stretto al centro fra i radicalismi e indietro nei sondaggi. Sullo sfondo c’è Christine Lagarde, che ha da poco annunciato che lascerà la Bce a febbraio, in tempo per le presidenziali di metà aprile. Candidarsi “non è nei miei piani, non è il mio futuro; ma voglio poter dire la mia in quel dibattito” ha affermato la presidente di Eurotower, “quando sento uno dei candidati che gode di un consenso relativamente elevato nei sondaggi, affermare che il debito pubblico dovrebbe essere cancellato, non posso semplicemente restare in silenzio. Voglio poter intervenire e parlare sulla base dei fatti, dei dati e della verità, anziché ascoltare in silenzio una propaganda inventata”. Anche per lei, l’osservato speciale è Jean-Luc Mélenchon.


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