Israele scopre l’Europa mentre l’America prepara l’addio all’Occidente


7 maggio 2026 – ore 17:45 – Premessa – La decisione statunitense di “rimodellare” i propri assetti in Europa e, verosimilmente, anche in Medio Oriente, oltre a disorientare l’opinione pubblica internazionale, sta determinando forti timori in Israele e il riemergere di antichi antagonismi in Europa. Oggi cercheremo di comprendere alcune posizioni, mentre a Roma è atterrato il capo della diplomazia americana, il cattolico e smaliziato Marco Rubio, per incontrare le autorità vaticane e italiane. Mentre stiamo dialogando, ricordiamoci che molti, a Bruxelles, invocano a gran voce il riarmo in vista dell’imminente minaccia russa; la crisi iraniana continua a strangolarci tra dichiarazioni ottimistiche di Washington e diffuso scetticismo nell’intero mondo arabo; in Romania cade il Governo e, nel Land tedesco della Sassonia-Anhalt, considerato uno dei feudi della CDU tedesca, alla vigilia del voto regionale l’estrema destra di AfD vola nei sondaggi al 41%. Stiamo assistendo da mesi a un gioco pericoloso tra diplomazia, propaganda e uso indiscriminato dello strumento militare. Viviamo in un mondo privo di certezze sul nostro futuro, in un quadro generale caratterizzato da una drammatica crisi di leadership autorevoli in Occidente e dalla totale impossibilità di prevedere le future scelte dell’ondivago narcisista di Washington.

La posizione israeliana sembra oscillare tra granitiche certezze, ottimistiche previsioni, profonde lacerazioni e accesi contrasti.

La versione ottimistica

Il professor Zaki Shalom, noto analista senior dell’Institute for National Security Studies israeliano, afferma che la decisione americana si basa su un’ampia valutazione strategica delle sfide e dei rischi che gli Stati Uniti dovranno affrontare nel prossimo futuro.

Da questa prospettiva, a Washington sembra stia prendendo forma la convinzione che la campagna contro l’Iran sia prossima alla conclusione. Dal punto di vista americano, gli Stati Uniti potranno concludere la maggior parte delle proprie operazioni militari una volta accertato che l’Iran non sia più in grado di produrre armi nucleari.

La decisione del presidente di “sospendere temporaneamente” le scorte navali nello Stretto di Hormuz, pur sottolineando che il blocco rimane in vigore, riflette la volontà degli Stati Uniti di offrire un “gesto di vittoria”, consentendo all’Iran di accettare le richieste di Washington senza subire un’umiliazione pubblica.

Al contempo, gli Stati Uniti considerano la Cina la più grande sfida militare ed economica che dovranno affrontare fino alla fine del mandato di Trump. L’imminente incontro tra il presidente Trump e il presidente cinese rappresenta un momento cruciale non solo per le due potenze, ma per l’intero sistema internazionale. In questo contesto, gli Stati Uniti si impegnano, per il prossimo futuro, a concentrare la maggior parte delle proprie risorse e forze sul contrasto alla sfida cinese.

Parallelamente al processo di “graduale disimpegno” dal massiccio coinvolgimento in Medio Oriente, gli Stati Uniti stanno cercando di ridurre drasticamente anche la loro presenza e i loro impegni in Europa.

Dal punto di vista di Washington, la guerra in Ucraina ha dimostrato, prima di tutto, la debolezza militare, politica ed economica della Russia. Dopo anni di combattimenti, Mosca è ancora ben lontana dal conseguire una vittoria militare sull’Ucraina. Sembra quindi che l’“orso russo” rimanga una forza minacciosa, ma molto meno della mostruosa potenza che un tempo gli veniva attribuita.

Dal punto di vista americano, l’Europa può ora rafforzare la propria capacità militare per fungere da deterrente contro la Russia, consentendo agli Stati Uniti di concentrarsi su quella che considerano la principale minaccia, sia sul piano militare sia su quello economico.

La possibilità che la Cina, forse in collaborazione con la Corea del Nord, possa tentare di assumere il controllo di Taiwan, in un modo o nell’altro, è ciò che preoccupa maggiormente l’amministrazione Trump. È necessaria una dimostrazione di forza massiccia da parte di Washington per dissuadere Pechino dall’intraprendere qualsiasi azione offensiva contro uno stretto alleato degli Stati Uniti.

Dal punto di vista di Israele, l’uscita degli Stati Uniti dall’Europa offre ampie opportunità per approfondire ed espandere la cooperazione strategica con i Paesi europei. La necessità dell’Europa di un approvvigionamento militare completo richiederà il mantenimento e il rafforzamento dei legami militari e di difesa con Israele.

Germania, Slovacchia, Finlandia, Cipro e Romania hanno già acquistato sistemi di difesa avanzati. È probabile che altri Paesi seguiranno il loro esempio.

Le notizie secondo cui soldati israeliani starebbero utilizzando i sistemi di difesa Iron Dome negli Emirati Arabi Uniti simboleggiano la profonda frattura in atto nel mondo arabo a seguito della guerra con l’Iran e dei gravi attacchi iraniani contro gli Stati del Golfo.

È lecito supporre che altri Paesi del mondo islamico in generale, e del mondo arabo in particolare, seguiranno l’esempio. La gamma di opportunità ora a disposizione di Israele, in seguito alla campagna contro l’Iran, è di una portata senza precedenti. Non resta che sperare che la leadership israeliana sappia sfruttarle appieno al servizio degli interessi del Paese.

Diffusa incertezza e lacerazioni profonde

Eran Etzion, noto analista senior, già diplomatico israeliano e vice capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale presso l’ufficio del Primo Ministro, dissente totalmente dalla visione ottimistica espressa da Zaki Shalom, affermando, in estrema sintesi, il fallimento della nuova strategia israeliana intervenuta all’indomani del tragico 7 ottobre.

In particolare, Etzion afferma, in un recente editoriale riportato da importanti istituti di analisi internazionali, che la tragedia del 7 ottobre ha determinato il dominio assoluto del pensiero militare all’interno della comunità strategica israeliana e la conseguente assenza di abilità politica, diplomazia e altri strumenti non militari di potere nazionale nelle deliberazioni interne.

In tale contesto, il nostro analista dichiara testualmente che, prima di essere una “Start-Up Nation”, Israele è una nazione basata sulla potenza militare. Il suo fondatore, David Ben-Gurion, elaborò la propria dottrina di difesa negli anni Cinquanta e, da allora, essa è rimasta sostanzialmente in vigore.

La dottrina si fonda su tre pilastri: deterrenza, allerta precoce e vittoria decisiva. In breve, si basa sulla potenza militare per scoraggiare ogni nemico o coalizione di nemici; sull’allerta precoce per individuare qualsiasi fallimento della deterrenza e prevenire un attacco imminente; e sulla capacità, qualora tale attacco si concretizzi, non solo di difendersi ma di sconfiggere il nemico, portare la battaglia sul suo territorio e assicurarsi una vittoria decisiva.

Il 7 ottobre, tutti e tre i pilastri della dottrina sono crollati simultaneamente.

Di fronte al trauma nazionale, alla sorpresa strategica e al crollo della dottrina militare, i pianificatori israeliani hanno dovuto elaborare una nuova strategia mentre combattevano una guerra su più fronti che dura ormai da oltre due anni.

Immersi nello shock e nel crollo dell’eredità consolidata di Ben-Gurion, hanno optato per un nuovo approccio. Esso viene generosamente definito dai suoi sostenitori “difesa avanzata”, ma si può sostenere che…


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Stefano Silvio Dragani

Source link

Di