Sono passati più di sei mesi dalla circolare del 21 ottobre 2025 che subordina all’approvazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap la realizzazione di attività trattamentali, culturali e ricreative negli istituti penitenziari in cui sono presenti circuiti di alta sicurezza, collaboratori di giustizia o detenuti sottoposti al regime del 41-bis e riguarda anche le attività destinate ai detenuti di media sicurezza. Qual è la situazione? «Il rapporto dei detenuti con l’esterno è messo in crisi. Molte attività non stanno ottenendo il nulla osta. Quest’atmosfera del carcere è contraria alle norme penitenziarie europee che impongono di favorire i legami con la comunità esterna come elemento fondamentale del trattamento», dice Elisabetta Zamparutti, tesoriere di Nessuno tocchi Caino e componente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa in rappresentanza dell’Italia.
Zamparutti, com’è la situazione per quanto riguarda le attività trattamentali nelle carceri italiane?
La situazione è cambiata in peggio, alla luce della circolare adottata dal direttore generale dei Detenuti e del Trattamento Ernesto Napolillo, dello scorso ottobre. Rispetto a tutte le carceri dove ci sono regimi di alta sicurezza, sezioni 41-bis o collaboratori di giustizia, il Dap accentra su di sé le autorizzazioni (poi questo termine è stato modificato in nulla osta), per quanto riguarda le attività che si svolgono in un istituto. Il provvedimento coinvolge soprattutto le sezioni di alta sicurezza, ma impatta anche sulle attività della media sicurezza.
Quindi, se in un istituto di pena c’è l’alta sicurezza…
…Tutto viene “irregimentato”, da un po’ di mesi. Questo lo abbiamo direttamente constatato, in base alle visite che, come Nessuno tocchi Caino, effettuiamo negli istituti penitenziari, e prestando attenzione alla situazione che si è venuta a creare. Nelle carceri di Saluzzo (Cuneo), di Civitavecchia (Roma), di Rebibbia nella Capitale, ad Opera a Milano abbiamo constatato che non sono stati dati dei nulla osta. Questa “chiusura” del carcere incide molto sull’atmosfera che si crea, al di là della spicciola normativa, come può essere quella di una circolare.
A teatro si recita per farsi dire “bravo”, per ricevere un applauso, altrimenti è come se recitassi allo specchio
Ci spieghi meglio.
Si sta creando un’atmosfera securitaria tale per cui, ad esempio, i vari circuiti, come alta sicurezza e media sicurezza, non possono più svolgere attività in comune. Si sta impedendo quello scambio che ci può essere tra i vissuti, tra le esperienze. Un detenuto può avere compiuto fatti più gravi rispetto ad un altro, aver trascorso più tempo in carcere rispetto ad un altro; è importante sentir parlare qualcuno che ha già trascorso tanto tempo in un istituto e che ha rivisto il proprio modo di pensare e di agire. Parlarne ad altri è anche un fatto educativo e formativo. Impedire questo dialogo è fortemente limitante. Ma soprattutto si è venuta a creare un’altra situazione.
Quale?
Il rapporto dei detenuti con l’esterno è messo in crisi. Mi riferisco, per esempio, a quanto abbiamo riscontrato nel carcere di Opera a Milano, dove i detenuti di alta sicurezza si sono visti limitare la loro attività teatrale. Ci sono uomini adulti, anche anziani, che hanno avuto per molti anni la possibilità di fare un’attività teatrale molto importante, di sperimentare la possibilità di essere interpreti in un ruolo diverso. Entrare in una “parte”, come permette il teatro, fa capire anche che è possibile comportarsi e pensare diversamente.
In che modo è stata limitata l’attività teatrale?
In molti istituti non è più possibile fare la rappresentazione di fronte a un pubblico, questo ad Opera a Milano, ma anche, ad esempio, nel carcere di Rebibbia, con il laboratorio teatrale di Fabio Cavalli, che in maniera analoga fa un lavoro straordinario. A teatro si recita per farsi dire “bravo”, per ricevere un applauso, altrimenti è come se recitassi allo specchio. È proprio il senso di una pedagogia al negativo che significa regressione. Quest’atmosfera securitaria fa sì che ci sia una regressione che è contraria non solo all’impostazione del nostro ordinamento penitenziario, ma anche alle regole europee che impongono di favorire i legami con la comunità esterna, un elemento fondamentale del trattamento: i detenuti gridano il loro bisogno di contatto con la comunità esterna. Sentirsi negare la possibilità di esibirsi dopo aver fatto teatro porta a vivere un disconoscimento tale per cui anche la loro mente entra in crisi.
Quest’atmosfera del carcere è contraria alle regole penitenziarie europee che impongono di favorire i legami con la comunità esterna come elemento fondamentale del trattamento. Una regressione trattamentale senza criteri chiari, come sta di fatto avvenendo adesso, pone un problema rispetto alla Cedu
Vuole dirci qualche testimonianza delle persone detenute?
Un detenuto mi ha detto: «Ma come ho fatto, sono arrivato fino a qui e adesso mi sento come respinto, rifiutato? Io mi sento ributtato indietro in una condizione simile a quella del 41-bis, in isolamento». Questo è estremamente doloroso e contrario anche all’idea di un’attività, di una organizzazione del carcere improntata ad attività trattamentali volte alla risocializzazione, all’educazione, a un andare avanti, ad una progressiva riabilitazione di recupero, di cambiamento.
Diventa violento il fatto di non essere riconosciuti. Se una persona in carcere fa attività teatrale, ma poi viene negata la possibilità di esibirsi davanti ad un pubblico, gli viene negata l’identità. È un maltrattamento non molto diverso da uno fisico. Se nego la tua identità, la tua capacità di fare bene è una forma di violenza, fa male.
Peraltro, abbiamo in Italia un’attività di volontariato in maniera totalmente gratuita, a supporto dello Stato. Le attività non comportano un investimento finanziario, dei costi, vengono svolte a titolo volontario da tante persone, da molte associazioni e organizzazioni. Quest’atmosfera purtroppo ha delle ricadute.
Che ricadute?
Delle ricadute pratiche. Quest’atmosfera del carcere è contraria alle regole penitenziarie europee che impongono di favorire i legami con la comunità esterna come elemento fondamentale del trattamento. Una regressione trattamentale senza criteri chiari, come sta di fatto avvenendo adesso, pone un problema rispetto alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo-Cedu, rispetto anche all’aspettativa legittima dei detenuti a poter avere degli strumenti a disposizione che vengono messi fortemente in crisi. Ribadisco, sono le scelte politiche a creare un’atmosfera. Nelle carceri c’è un’oggettiva condizione per cui non si va avanti, se non addirittura si torna indietro.
Qualche altra attività che sta avendo problemi?
Vorrei parlare dell’istituto penitenziario “Rodolfo Morandi” di Saluzzo dove a mancare non è lo spazio (come accade per la maggior parte delle carceri italiane per il sovraffollamento) ma le attività. Da un lato, la regione Piemonte non ha ancora pubblicato il bando per finanziare i corsi professionalizzanti, per le persone detenute questo significa la negazione della possibilità di costruire un futuro diverso da quello che è stato il passato. Dall’altro, un crescente…
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Ilaria Dioguardi
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