LA SANITÀ DI OCCHIUTO E AZIENDA ZERO: ECCELLENTE NEI REPORT, INTROVABILE NELLA REALTÀ – LISTE D’ATTESA: IL GRANDE BLUFF DEI NUMERI. QUANDO LA PROPAGANDA SI CURA DA SOLA
C’è qualcosa di profondamente osceno nel trasformare la sofferenza delle persone in uno slogan elettorale. Nelle ultime settimane è partita la solita grancassa della propaganda. Titoli trionfali, dichiarazioni entusiaste, pacche sulle spalle e autocelebrazioni. Il motivo? I dati diffusi da Agenas sui primi quattro mesi del 2026, secondo cui circa il 90% delle prenotazioni monitorate in Calabria sarebbe avvenuto entro i tempi previsti. Un risultato presentato come la prova che la sanità calabrese starebbe finalmente guarendo dai suoi mali. Peccato che i malati veri continuino a stare male.
Perché il problema non è il numero. Il problema è ciò che quel numero non racconta. La piattaforma Agenas registra esclusivamente le prenotazioni effettuate attraverso il sistema pubblico e quello privato accreditato. Registra ciò che entra nel sistema. Non registra ciò che dal sistema fugge. Ed è qui che la narrazione comincia a sgretolarsi come un cornicione dimenticato da decenni.
Da anni milioni di cittadini italiani stanno abbandonando il Servizio Sanitario Nazionale. Non perché siano improvvisamente diventati ricchi. Al contrario. Lo fanno perché non possono aspettare. Lo fanno perché hanno paura. Lo fanno perché quando un medico ti prescrive un esame per sospetta patologia oncologica, sentirsi dire “torni tra otto mesi” non è una risposta sanitaria ma una condanna psicologica.
I dati nazionali raccontano che sempre più italiani rinunciano alle cure o si rivolgono direttamente al privato. Secondo il Censis oltre 11 milioni di cittadini hanno rinunciato a prestazioni sanitarie per difficoltà economiche o per l’impossibilità di ottenere cure in tempi ragionevoli. Altre analisi parlano addirittura di oltre 13 milioni di persone che nel 2025 hanno rinunciato a visite, esami o interventi. Le due principali ragioni? Tempi di attesa interminabili e costi sempre più elevati.
E allora viene spontanea una domanda. Se una parte crescente dei cittadini non prenota più nel sistema pubblico, se migliaia di persone si rivolgono direttamente a studi privati, ambulatori privati, cliniche private o addirittura a percorsi alternativi, cosa succede ai numeri delle liste d’attesa? Succede una cosa molto semplice. Le richieste diminuiscono. E quando diminuiscono le richieste diminuiscono anche le attese. Non perché il sistema sia migliorato. Ma perché la gente se n’è andata. È la differenza che passa tra un ristorante che funziona e un ristorante vuoto.
Chi celebra questi dati come una vittoria politica dovrebbe prima spiegare perché ogni giorno migliaia di calabresi continuano a fare le valigie per curarsi fuori regione. Dovrebbe spiegare perché la mobilità sanitaria continua a prosciugare centinaia di milioni di euro dalle casse regionali. Dovrebbe spiegare perché interi territori restano privi di reparti essenziali, di personale sufficiente e di servizi adeguati. Dovrebbe soprattutto spiegare perché il cittadino calabrese continua a percepire la sanità come un problema anziché come una garanzia.
Perché la verità è che la piattaforma Agenas misura soltanto una parte del fenomeno. Misura il traffico che passa sull’autostrada. Non misura le migliaia di persone che hanno scelto strade alternative perché quell’autostrada era bloccata. I dati nazionali confermano un miglioramento diffuso in quasi tutte le regioni italiane, non soltanto in Calabria. È quindi ridicolo attribuire questi risultati ai miracoli di Roberto Occhiuto di qualche direttore generale Asp o Azienda Ospedaliera, di Azienda Zero o di qualche assessore in cerca di voti. Perfino Agenas evidenzia che persistono forti differenze territoriali, milioni di prestazioni restano fuori dai tempi previsti e continuano a emergere criticità soprattutto nelle prestazioni urgenti. E poi c’è la questione dell’appropriatezza prescrittiva, espressione che i politici amano citare perché suona tecnica e rassicurante.
Tradotto in italiano significa una cosa molto semplice: prescrivere gli esami giusti, ai pazienti giusti, nei tempi giusti. Se un cittadino riceve una TAC inutile, si spreca una risorsa. Se un cittadino non riceve una TAC necessaria, si mette a rischio la sua salute. L’appropriatezza non serve a fare statistiche più belle. Serve a salvare vite. Eppure continua a essere uno dei grandi problemi irrisolti del sistema sanitario italiano e calabrese.
Ma il punto più grave resta un altro. Le urgenze. La sofferenza non segue le scadenze di un algoritmo. Un tumore non consulta il calendario di Agenas prima di crescere. Un aneurisma non verifica la disponibilità del CUP. Una malattia degenerativa non aspetta che il sistema completi il monitoraggio trimestrale. L’urgenza è urgenza proprio perché non può attendere. Ed è qui che la propaganda si schianta contro la realtà. Perché dietro ogni statistica ci sono persone che aspettano una diagnosi. Persone che rinviano esami per mancanza di soldi. Persone che accendono prestiti per curarsi. Persone che scelgono tra la spesa alimentare e una visita specialistica. Persone che rinunciano semplicemente a curarsi. La politica farebbe bene a smettere di organizzare conferenze stampa sulle classifiche e cominciare a contare ciò che manca davvero. Quanti medici servono. Quanti infermieri servono. Quanti posti letto servono. Quanti reparti servono. Quante ambulanze servono. Quante strutture territoriali servono. Quanti cittadini sono costretti a emigrare per una cura. Quanti rinunciano perché non possono permettersela. Quanti arrivano troppo tardi.
Perché la salute non è una graduatoria. La salute non è una slide. La salute è quella cosa che ti accorgi di avere soltanto quando la perdi. E in Calabria, purtroppo, c’è ancora troppa gente che la perde mentre qualcuno festeggia i numeri. Una conclusione amara, ma inevitabile: se davvero la sanità calabrese fosse guarita come raccontano, i calabresi non continuerebbero a cercare cure altrove. Le statistiche possono essere addomesticate. Il dolore dei pazienti no.
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