Il Consiglio Comunale di Frosinone è come un edificio che trema da anni ma non crolla mai. Non perché sia solido – è tutto l’opposto – ma perché nessuno dei suoi inquilini ha voglia di trovare un altro appartamento. Le dimissioni di Massimiliano Tagliaferri hanno aperto la crepa più visibile di questa consiliatura. Eppure anche stavolta il palazzo reggerà. Per il motivo più antico della politica: la paura di perdere la poltrona è più forte di qualsiasi convinzione. (Leggi qui: Tagliaferri stacca la spina: ora il cerino passa a Mastrangeli).
La maggioranza costruita nel 2022 attorno al sindaco di Frosinone Riccardo Mastrangeli non esiste più da tempo. In quattro anni ha perso 9 Consiglieri (due poi sono tornati in maggioranza), liste civiche, partiti, identità, equilibri e pezzi importanti della propria architettura politica.
Ma un terremoto non è necessariamente sinonimo di un crollo del Palazzo. Anzi, paradossalmente, proprio la fragilità estrema del Consiglio Comunale è la migliore garanzia della sua sopravvivenza. Per mandare a casa il sindaco servono 17 firme sotto una mozione di sfiducia, oppure 17 Consiglieri disposti a presentarsi davanti a un notaio o al Segretario comunale per le dimissioni contestuali: un suicidio politico assistito. Uno scenario che, allo stato attuale, appartiene più alla letteratura fantascientifica che alla cronaca politica.
Per una ragione molto semplice.
Lo spiegone: tutti vogliono un altro giro di giostra, nessuno scende prima
Tutti vogliono fare un altro giro di giostra, fino all’ultimo gettone disponibile. Molti Consiglieri sono perfettamente consapevoli che alle prossime elezioni non solo potrebbero non essere eletti: ma forse addirittura neppure candidati. Se si scende dalla giostra adesso, il rischio è di non risalirci più. Per questo motivo la consiliatura andrà avanti: con fatica, con fibrillazioni, con polemiche, con votazioni al cardiopalma. Ma andrà avanti.
Con la seconda convocazione del Consiglio Comunale, finché in Aula ci saranno 12 mani alzate, il sindaco Riccardo Mastrangeli potrà continuare ad approvare praticamente tutto ciò che riterrà necessario. Salvo casi particolari, nei quali sia la stessa maggioranza a decidere di far mancare il numero legale. Come avvenuto nella vicenda del riconoscimento del debito fuori bilancio relativo alla parcella professionale di un avvocato, lievitata in maniera esponenziale, che ha provocato più di qualche malumore.
Anche eventuali ulteriori passaggi di consiglieri dalla maggioranza all’opposizione avrebbero solo un valore simbolico, dopo i nove (meno due) traslochi già registrati in questi anni. Non aggiungerebbero nulla di più alla frammentazione esistente.
La poltrona da 3.500 euro al mese e i quattro pretendenti: pecunia non olet
Il vero problema di Mastrangeli non è evitare la caduta. È eleggere il nuovo presidente del Consiglio Comunale. Ed è qui che inizia la partita più delicata.
Quella poltrona interessa a molti. La rivendica la Lista Ottaviani, che l’aveva ottenuta a inizio consiliatura e ritiene naturale conservarla fino alla fine. La guarda con interesse l’area del vicesindaco Antonio Scaccia, forte della presenza nel gruppo della consigliera più votata dell’aula. La osserva Fratelli d’Italia, in virtù di percentuali di consenso a doppia cifra, che ritiene legittimo chiedere una rappresentanza istituzionale più significativa. E poi c’è Identità Frusinate, che esprime già il vicepresidente con Marco Ferrara e che potrebbe rivendicare una promozione quasi di natura fisiologica.
A rendere ancora più affollata la corsa non è solo il prestigio istituzionale, ma anche un dettaglio tutt’altro che secondario. L’incarico di presidente del Consiglio Comunale comporta un’indennità mensile che sfiora i 3.500 euro. E qui torna alla mente il vecchio saggio latino di Svetonio: «Pecunia non olet». Le ambizioni sono tante, tutte legittime. Le rinunce, invece, pochissime.
Per questo, trovare la quadra senza far saltare il banco – in un clima di precarietà estrema- sembra un’impresa degna di Tom Cruise in Mission: Impossible. Ma anche stavolta Mastrangeli potrà contare sul suo alleato più fedele: la paura di andare a casa prima del previsto. Un sentimento che, come diceva Seneca, «governa più uomini della ragione». È questo il vero collante dell’attuale Consiglio Comunale: una forza politica trasversale, potentissima, capace di mettere d’accordo tutti.
Lo spiegone bis: il patrimonio di consenso dissipato e il debito verso Marzi
Se la consiliatura appare destinata ad arrivare al capolinea naturale, la ricandidatura del sindaco è tutt’altra storia. E va ricostruita. In quattro anni è stato dissipato un patrimonio di consenso da far impallidire il tracollo della Lehman Brothers nel 2008. Sono usciti consiglieri, sono scomparse alleanze, si sono consumate rotture non solo politiche ma anche personali, difficilmente ricomponibili.
La più evidente riguarda Forza Italia: uno dei tre Partiti fondatori del centrodestra nazionale oggi siede all’opposizione di un sindaco espressione della Lega. Una frattura che dura da quasi due anni e che nessuno ha mai davvero voluto sanare. Questo costringe il sindaco a guardare oltre il centrodestra, soprattutto verso il mondo civico, anche trasversale.
La più recente e la più clamorosa è stata l’uscita del presidente d’Aula Max Tagliaferri. Che questa mattina si è incontrato per colazione al Bar Vesuvio nel quartiere Scalo con l’ex Segretario Provinciale Pd Mauro Buschini e l’ex sostituto procuratore di Frosinone Adolfo Coletta. Non hanno parlato della finale di Champions League vinta ieri sera ai rigori dal Paris Saint Germaine di mister Luis Enrique. E nemmeno delle prossime elezioni di Frosinone. E allora? Le evidenze dicono che il tema del caffè sono state le prossime Comunali di Alatri, dove Tagliaferri ha molte ascendenze politiche e Coletta è un potenziale candidato per il centrosinistra. Infastidito dalle voci di questi giorni, ha voluto fosse chiaro che ad ora non c’è un suo Si per quelle elezioni.
Nulla di strano. Ma il fatto che Tagliaferri non abbia avuto nessuna difficoltà a rendere manifesta, di domenica mattina e in uno dei bar più frequentati di Frosinone, una riunione che poteva avere il profilo della riservatezza, chiarisce meglio la natura di certe decisioni sul Capoluogo.
In questo quadro assume un significato particolare la figura politicamente imponente dell’ex sindaco Domenico Marzi. Mastrangeli ha verso di lui un vero e proprio debito di riconoscenza. Non tanto perché Marzi in più di qualche circostanza ha fatto da spalla alla maggioranza in Aula. O perché si è impegnato a non far cadere l’amministrazione, atteggiamento quantomeno singolare per chi si era candidato contro di lui. Ma soprattutto per il clamoroso caso dell’acquisto dell’immobile da destinare a nuovo Centro per l’Impiego.
La questione dell’immobile per il Centro per l’Impiego
È stato Marzi a sollevare con forza in Aula la questione della delibera di giunta n. 398 del 2 dicembre 2025, con la quale l’amministrazione aveva formalizzato l’acquisto e la ristrutturazione di un immobile in via Gioacchino Rossini da destinare a Centro per l’Impiego per la cifra astronomica di 2.401.881,23 euro. Peccato che lo stesso identico edificio fosse stato acquistato da una società privata, nel gennaio dello stesso anno, per soli 340.000 euro. Un valore cresciuto sette volte in meno di un anno. Nemmeno il Bitcoin frutta tanto.
Se Marzi non avesse sollevato il polverone politico, spingendo il Comune alla revoca del provvedimento in autotutela, per la giunta Mastrangeli sarebbero stati probabilmente problemi enormi e di varia natura. Resta il mistero di come una delibera così manifestamente incongrua sia potuta passare al voto della giunta. Ma tant’è. Un debito di riconoscenza pesa più di un programma elettorale.
FdI in stand-by e la candidatura servita su un piatto d’argento
C’è un’altra variabile pesantissima che incombe sulla futura coalizione: Fratelli d’Italia. Al momento, FdI a Frosinone si comporta come l’ascensore inclinato: immobile, in stand-by, in attesa che qualcuno prema il bottone. I meloniani sembrano aver scelto una strategia molto precisa: massima lealtà al sindaco e alla coalizione, minimo attrito. Nessuna polemica, nessuna iniziativa che possa essere interpretata come un tentativo di creare problemi.
Proprio per evitare attriti con Mastrangeli, il capogruppo Franco Carfagna e il direttivo cittadino hanno persino processato l’ex sindaco Paolo Fanelli per le sue posizioni critiche, mettendolo davanti a un aut aut: che nella sostanza suona O ti allinei o sei fuori.
L’obiettivo è chiaro: presentarsi ai tavoli regionali e nazionali come la forza più affidabile della coalizione. Ma se poi il giocattolo si rompe da solo, sarebbe tutta un’altra storia. A quel punto i vertici del centrodestra potrebbero rimischiare le carte e attribuire la candidatura a sindaco di Frosinone a Fratelli d’Italia: non più alla Lega, come già concordato. Il Partito della presidente Meloni potrebbe ritrovarsi la candidatura servita su un piatto d’argento, senza averla mai formalmente richiesta. Un autentico capolavoro di strategia politica applicata. Come scriveva Sun Tzu ne L’arte della guerra: «La suprema arte della guerra è sottomettere il nemico senza combattere».
E se poi in quei tavoli romani qualcuno portasse le slide del sondaggio di Nando Pagnoncelli pubblicato sul Corriere della Sera — con FdI al 27,6%, il triplo di Lega e Forza Italia messe insieme — il messaggio sarebbe chiaro: senza Fratelli d’Italia il centrodestra non va da nessuna parte. Non solo a Roma, ma pure a Frosinone.
La consiliatura andrà avanti. Il nuovo presidente del Consiglio si troverà. La maggioranza, pur sfilacciata, terrà. Perché, come diceva Flaiano, a Frosinone «la situazione è grave ma non seria».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse. Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link Roberta Di Domenico
Source link


