Filosofo, Vincenzo Costa è professore ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. I suoi principali ambiti di interesse sono la fenomenologia dell’esperienza, la fenomenologia esistenziale e la fenomenologia della psichiatria. Altri ambiti di interesse che alimentano le sue ricerche sono concernenti la filosofia del consumo e la teoria delle élite. Ha pubblicato numerosi saggi apparsi in riviste e libri collettanei in Italia e all’estero. Tra i suoi ultimi libri si ricordano: Husserl (nuova edizione, Carocci 2026); La società dell’ansia (Inshibboleth, 2024); Margini del trascendentale. Questioni metafisiche nella fenomenologia di Husserl (Scholé 2024); Teorie della follia e del disturbo psichico (Scholé 2023); L’Assoluto e la storia. L’Europa a venire, a partire da Husserl (Morcelliana 2023); Esperienza e realtà. La prospettiva fenomenologica (Morcelliana, 2021). Ha curato l’edizione italiana del volume di Edmund Husserl, Lezioni sulla sintesi passiva (Scholé 2023) e (insieme a Antonio Cimino) il volume Storia della fenomenologia (Carocci 2019). Questo dialogo mette a fuoco alcuni dei principali temi affrontati nel suo ultimo libro Immaginare e sentire. Per un’estetica fenomenologica (Morcelliana, 2026).
Intervista a Vincenzo Costa
Vorrei iniziare questa nostra conversazione dal sentire: piuttosto che passiva ricezione di impressioni, lei scrive, il sentire è un modo per disvelare il mondo, un processo attivo in una vita in costante movimento. Come si specifica quel processo quando facciamo un’esperienza estetica?
Molto spesso pensiamo che esperire significhi ricevere stimoli oppure percepire oggetti neutri, come se fossimo una specie di lastra fotografica. Nel libro si cerca di interpretare l’esperienza come un incontro con il mondo, nel corso del quale si viene trasformati. Esperire significa incontrare possibilità, e dunque esperendo il mondo incontriamo noi stessi, ciò che possiamo essere. Ma le possibilità ci toccano, ci riguardano, ci dislocano solo in quanto in esse ne va di noi, per cui questo incontro non è meramente cognitivo: il mondo ci trasforma perché ci coinvolge e ci tocca attraverso il sentire. Esperire significa che cambia il nostro modo di sentire e di sentirsi nel mondo, con gli altri e di sentire la nostra stessa temporalità e mortalità. In questo senso, l’esperienza estetica è il nucleo della nostra vita nel mondo, perché le nostre concezioni intellettuali si radicano nel nostro sentire.
Se non vi fosse l’immaginazione saremmo destinati a vivere in superficie, poiché essa ci consente di cogliere il pieno manifestarsi della vita essendo ricettività dell’esistenza. Come si spiega il ruolo della immaginazione nella relazione con il sentire?
I livelli in cui il sentire e l’immaginazione si intrecciano e si contaminano sono molti e differenziati. Da un lato l’immaginazione esplicita le possibilità contenute nel sentire, per così dire permette al sentire di dispiegare le proprie possibilità interne, lo inserisce in una totalità di senso. Ma non bisogna pensare che si tratti di un “prima” temporale, per cui prima vi sarebbe un mero sentire che viene poi lavorato dall’immaginazione: nel sentire l’immaginazione è già all’opera e il sentire si inserisce sempre entro un mondo lavorato dall’immaginazione, in quello che nel libro viene chiamato “immaginario”. Da un certo punto di vista, originaria è la dialettica unitaria, ed entro questo intreccio di immaginazione e sentire si svolge la nostra vita. Dove l’intreccio si dissolve ci troviamo a vivere in un mondo desolato, il sentire stesso si disgrega e si inaridisce. Per esempio, nella depressione, in cui l’immaginazione implode e, con essa, il desiderio e la direzione al futuro, ciò che chiamiamo movimento di trascendenza.
Individuando nell’apertura strutturale dell’esistenza umana al possibile l’origine del nesso profondo tra comprensione, fantasia e interpretazione, lei assegna all’immaginazione una funzione specifica: scoprire il possibile nel reale. Di che cosa si tratta?
Recentemente si è parlato molto di realismo, ma il reale non è un oggetto, non è un masso inerte. Il reale è un dinamismo, un processo, una potenzialità: esso contiene il possibile. L’immaginazione ci permette di esplicitare questo possibile, e dunque apre un orizzonte di futuro, che non è un futuro astratto, ma il futuro possibile, quello contenuto nel reale, cioè il dinamismo presente oggettivamente. Per questo, l’immaginazione non costruisce utopie astratte ma esplicita il sogno contenuto in una realtà data, e forse solo in quella. Quando questa funzione dell’immaginazione viene meno è la dimensione stessa del futuro a chiudersi, non emerge più il possibile e l’esistenza non ha più movimento di trascendenza, non si dirige più verso il futuro. Allora il futuro è qualcosa di già passato.
Esaminando le esperienze che possiamo fare con le arti, lei osserva che a compiersi siano una dislocazione e una alterazione dell’essere; parallelamente, sottolinea anche il ruolo delle emozioni e dei sentimentinonché, soprattutto, delle atmosfere. Come operano immaginazione e fantasia rispetto all’inquadramento teorico che propone?
Io credo che dovremmo distinguere immaginazione e fantasia. La fantasia è una facoltà del “come se”, mentre l’immaginazione, oltre a quelle funzioni di cui abbiamo già brevemente parlato, è la capacità di collegare la parte al tutto, per cui svolge una funzione metafisica, per esempio nel mito, nel rito e nella religione. Ma se torniamo alla fantasia, io credo che questa non consista nel produrre cose inesistenti: quando fantastichiamo entriamo in un mondo di emozioni, le viviamo come se le provassimo, anche se non sono reali, cioè senza provarle davvero. Esperiamo la gelosia, o la paura, ma è una paura “come se” la provassimo. Per esempio, a teatro o leggendo un romanzo proviamo emozioni “come se” le provassimo e, in questo modo, esploriamo noi stessi, prendiamo contatto con le nostre emozioni. Ma in modo per così dire protetto: in fondo, a teatro ci basta uscire dalla sala per lasciarci alle spalle una certa atmosfera, magari cupa e spaesante. Non senza tuttavia avere fatto un’esperienza nuova di dislocazione. Se c’è stata davvero un’esperienza estetica siamo un po’ diversi da prima, la nostra vita è cambiata, il nostro sentirci nel mondo è alterato. Nell’arte viviamo tante vite, e così cambia il nostro sguardo sul mondo.
Consideriamo ora la produzione artistica delle immagini: da una parte, lei scrive che queste ultime “rifigurano il sentire”; dall’altra, che la fantasia si rivela essere la “facoltà di deformare le immagini”. Come si spiegano queste due condizioni operative rispetto alle esperienze con le immagini?
Quando un pittore, per esempio Matisse o van Gogh, dipingono, essi da un lato cercano di dare forma a un modo di sentire, a un’atmosfera o una tonalità emotiva, e per farlo devono trovare un’immagine che possa incarnare quell’atmosfera. Questa cerca la propria immagine. Ma non tutte le immagini possono andare bene. Bisogna trovare un’immagine particolare, unica, che assorba e riverberi una certa atmosfera. Per fare questo l’artista deforma le immagini. Per esempio, Munch deforma i volti, e in questo modo ci permette di entrare in un certo mondo, di abitare una tonalità emotiva particolare, come se fossi dentro quel mondo. Ma mentre deforma l’immagine per cercare quella adeguata artista scopre che cosa veramente sente, il suo stesso sentire si modifica. Disegnando scopre ed entra in contatto con le sue stesse emozioni. Van Gogh era un cacciatore di atmosfere, capaci di contrastare quella tonalità emotiva fondamentale che si era impadronita della sua vita.
Prima usavo l’espressione ‘inquadramento teorico’ perché oltre a uno studio sulla immaginazione (e certamente sul sentire, la fantasia e le nostre modalità di fare esperienza della realtà e delle arti), con il suo libro lei offre anche una importante riflessione sui compiti che assume la filosofia nel tentativo di formulare spiegazioni soddisfacenti sui suoi oggetti di indagine. Da un punto di vista metodologico, quanto conta questa riflessione?
Si, in effetti il libro cerca di fare anche un’operazione di filosofia generale. Spesso siamo interessati a capire come le parti si mettono insieme, siamo alla ricerca dell’elementare, del semplice. E forse questa non solo è un’illusione, ma è anche un errore che ci porta a perdere di vista l’oggetto stesso della filosofia, la maniera in cui essa si relaziona all’assoluto. Lo intende come ciò che è sottratto al tempo e alla storia. Mentre il libro cerca di indicare che l’Assoluto si dà nel tempo e nella storia, nella quotidianità. Per Eraclito anche davanti al fuoco ci sono gli dei. Nel libro questo significa che gli atti e le cose non esistono isolatamente per poi comporsi tra loro. Esistono solo entro sistemi di rimandi o di implicazioni intenzionali, e ciò che sono lo sono solo nelle relazioni entro cui sono intessuti. Le parti non precedono la relazione: è la relazione che li fa essere quello che sono. La filosofia ha il compito di sciogliere questi fili, ma sapendo che la parte è quello che è solo entro contesti di rimandi. Dove si perde di vista questo aspetto si finisce per naturalizzare le cose, le si eternizza, non ci si rende conto della storicità di ciò che esplicitiamo e del nostro stesso esplicitare, cioè che l’attività filosofica è essa stessa un’attività situata, e che questo è il suo modo di rapportarsi all’assoluto: stando nel tempo e nella storia.
Davide Dal Sasso
Vincenzo Costa, Immaginare e sentire
Morcelliana, 2026
192 pp, 18 euro
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