Scopri se chi compra casa deve versare la provvigione al mediatore anche se l’incarico è stato dato dal venditore. La Cassazione chiarisce quando scatta il pagamento per il procacciatore d’affari.
Comprare un immobile è un passo importante, spesso accompagnato da mille dubbi burocratici ed economici. Una delle questioni che genera più confusione riguarda il pagamento dell’agenzia immobiliare. Molti acquirenti sono convinti che, se non hanno firmato un incarico scritto o se l’agenzia sta lavorando su mandato del venditore, nulla sia dovuto da parte loro. Si pensa: “Se il venditore li ha assunti, li paga lui”. Purtroppo, questa convinzione può costare molto cara. La legge e i giudici guardano alla sostanza dei fatti più che alla forma dei contratti iniziali.
La domanda fondamentale a cui risponderemo in questo articolo è: anche l’acquirente deve pagare l’agenzia immobiliare? La risposta è spesso affermativa e può arrivare come una doccia fredda per chi pensava di aver concluso un affare risparmiando sulla commissione. La giurisprudenza ha chiarito che basta avvalersi dell’opera del professionista per far scattare l’obbligo di pagamento, anche se si tenta di aggirare l’ostacolo trattando direttamente con il proprietario in un secondo momento. In questa guida spiegheremo in modo semplice come funziona il rapporto con il mediatore, cosa si intende per procacciatore d’affari e perché comportarsi in modo furbo, interrompendo le trattative per poi riprenderle da soli, non mette al riparo dal dovere di pagare la provvigione.
Chi è il procacciatore d’affari e chi lo paga?
Nel mondo delle compravendite immobiliari, le figure professionali possono avere sfumature diverse. Si parla spesso di mediatore o di procacciatore d’affari. Quest’ultima è una figura che i giuristi definiscono “atipica”. Cosa significa? Vuol dire che non esiste una regola rigida e fissa valida per sempre, ma bisogna guardare caso per caso come si è svolto concretamente il rapporto tra le persone coinvolte.
In teoria, il procacciatore lavora su incarico di una parte. Tuttavia, la Cassazione (sez. II civile, ord. 26682/20) ci insegna che effetti e connotati della collaborazione devono essere verificati volta per volta.
L’assetto normale prevede che il procacciatore venga pagato soltanto dalla parte a cui è legato da collaborazione (di solito il venditore). Tuttavia, questa regola può subire una deroga. Se l’acquirente entra in contatto con l’agenzia, sfrutta le sue informazioni e il suo lavoro, si crea un legame che può giustificare la richiesta di compenso anche da parte sua. Non ci si può nascondere dietro l’etichetta del “mandato a vendere” se nei fatti si è agito come clienti dell’agenzia.
Quando scatta il diritto alla provvigione?
Perché l’agenzia o il mediatore abbiano diritto a essere pagati, non serve necessariamente un contratto scritto firmato dall’acquirente. Nella mediazione tipica, l’elemento che fa scattare l’obbligo di pagare è molto semplice: è sufficiente che la società abbia messo in contatto le due parti e che l’affare si sia concluso grazie al suo intervento.
Facciamo un esempio pratico basato su una vicenda reale finita in tribunale. Un imprenditore (titolare di una ditta individuale) era interessato a un capannone industriale. L’agenzia (una Srl) aveva ricevuto l’incarico dal venditore di trovare un compratore in cambio di un compenso dell’1 per cento. L’imprenditore ha interagito con l’agenzia, ha fatto telefonate e ha persino ottenuto le planimetrie dell’immobile.
Successivamente, l’imprenditore ha rotto bruscamente le trattative, lamentandosi che le informazioni non erano esaurienti. Otto mesi dopo, però, ha comprato quel capannone trattando direttamente col venditore. I giudici hanno stabilito che deve pagare la provvigione. Perché? Perché l’attività svolta dall’agenzia è stata prodromica, cioè necessaria e preparatoria alla conclusione del contratto finale. Senza quel primo contatto e quelle planimetrie, l’affare non sarebbe esistito.
Il mandato del venditore esonera l’acquirente?
Una difesa classica di chi non vuole pagare è sostenere che tra il venditore e l’agenzia esisteva un contratto di mediazione atipica simile a un mandato. Secondo questa tesi, l’agenzia sarebbe una sorta di “dipendente” del venditore e quindi solo lui dovrebbe pagare.
La Corte d’appello e la Cassazione hanno respinto questa visione. Non si può equiparare automaticamente la mediazione atipica al mandato.
Affinché l’acquirente sia esonerato dal pagamento, dovrebbero esserci condizioni molto specifiche, come un diritto al compenso per l’agente a prescindere dalla conclusione dell’affare (cioè essere pagato anche se non vende nulla), oppure vincoli che rendano impossibile l’imparzialità.
Se invece l’agenzia lavora per far incontrare domanda e offerta, senza vincoli che ne pregiudichino la posizione terza, resta un mediatore. Il fatto che il venditore abbia promesso l’1 per cento di commissione non libera l’acquirente dai suoi doveri se questo ha usufruito del servizio.
Cosa succede se si rompono le trattative e si compra dopo?
Il tentativo di “scavalcare” l’agenzia è una pratica rischiosa e spesso inutile. Come abbiamo visto nell’esempio del capannone, l’acquirente aveva interrotto i rapporti sostenendo che le informazioni ricevute fossero scarse o incomplete. Tuttavia, il fatto di aver poi concluso l’acquisto dello stesso bene a distanza di tempo (anche otto mesi dopo) dimostra che il lavoro iniziale dell’agenzia è stato efficace.
L’attività di messa in relazione, la consegna di documenti (come le planimetrie) e l’organizzazione di incontri o telefonate creano un nesso causale. Se l’affare va in porto, anche a distanza di tempo, grazie a quella scintilla iniziale, la provvigione è dovuta. La condanna diventa definitiva e l’acquirente si trova costretto a versare quanto dovuto alla Srl, oltre alle spese legali, per aver cercato di fare il furbo. Conta il concreto atteggiarsi del rapporto: se hai usato il mediatore, devi pagarlo.
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Angelo Greco
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