Non basta avere un insegnante di sostegno o un Piano educativo individualizzato. La vera sfida dell’inclusione si gioca nelle ore trascorse in classe, nelle gite, in palestra, nei laboratori.
Il rapporto ISTAT 2024/2025 fotografa una realtà ambivalente: da un lato, alcuni indicatori migliorano; dall’altro, restano sacche di esclusione silenziosa che riguardano migliaia di ragazzi.
Il tempo lontano dai compagni: meno male, ma ancora troppo
Negli ultimi dieci anni, le scuole del primo ciclo hanno ridotto drasticamente le ore che gli alunni con disabilità passano fuori dalla classe. Un risultato non scontato, che racconta di una maggiore sensibilità nell’integrare i percorsi individualizzati dentro il gruppo. Oggi, la media nazionale si attesta su 2,9 ore settimanali di didattica svolta lontano dai compagni. Dieci anni fa, alla primaria, si arrivava a 3,8 ore; alla secondaria di primo grado a 4,4. Oggi siamo a 2,2 e 2,5 rispettivamente.
Il rovescio della medaglia riguarda gli alunni con gravi limitazioni nell’autonomia – quelli che non riescono a muoversi, mangiare, andare in bagno o comunicare senza aiuto. Per loro, il tempo fuori dalla classe schizza a 7,3 ore a settimana. Con una differenza territoriale impressionante: al Nord diventano 9 ore, al Sud 5,5. Perché? Molto probabilmente pesano le diverse organizzazioni dei servizi e la maggiore o minore disponibilità di assistenti all’autonomia. Al Nord, dove l’assistenza igienico-personale e gli assistenti per l’autonomia e la comunicazione sono più presenti, si tende invece a isolare di più l’alunno grave? Sarebbe un paradosso. In realtà, il dato suggerisce che laddove le risorse sono maggiori, si può anche permettere un tempo più lungo fuori dalla classe per attività riabilitative individualizzate. Ma a pagare è l’integrazione vera.
Il docente di sostegno: per chi lavora davvero?
C’è un luogo comune che vuole l’insegnante di sostegno come un’ombra che segue l’alunno passo passo senza mai staccarsi. Per il 19% degli studenti con disabilità è esattamente così: l’attività del docente si rivolge esclusivamente al bambino o ragazzo, senza coinvolgere il resto della classe. La situazione peggiore si registra alla scuola primaria, dove la percentuale sale al 24%. Meglio va alle superiori, dove scende al 14%.
Segno che l’approccio inclusivo – quello in cui il docente di sostegno agisce sull’intero gruppo, modulando strategie didattiche per tutti – fatica ancora a radicarsi nei primi anni di scuola. Sta di fatto che per la metà degli studenti (51%) il sostegno si rivolge prevalentemente all’alunno, ma con interazioni occasionali con i compagni. Solo per un terzo del campione l’attività del docente è destinata all’intera classe. E qui la secondaria di secondo grado guida la classifica con il 39%, mentre la primaria arranca al 22%.
Gite e attività: la grande esclusione
Le uscite didattiche senza pernottamento vedono una partecipazione altissima: il 95% degli alunni con disabilità parte insieme ai compagni. Un bel segnale, perché significa che nella quotidianità breve le scuole si attrezzano. Ma quando si tratta di dormire fuori casa, il crollo è netto: solo il 59% partecipa. E al Sud la situazione peggiora ulteriormente: ad appena il 46% degli studenti viene consentito di partecipare a una gita con pernottamento.
Qual è il motivo più frequente della rinuncia? La condizione di disabilità stessa. Lo dichiarano il 39% delle famiglie per i viaggi con pernottamento e addirittura il 43% per quelli senza. Significa che molte scuole, di fronte a un’organizzazione più complessa, preferiscono lasciare a casa il ragazzo piuttosto che adattare l’esperienza. Una scelta che suona come una rinuncia preventiva, non come una difficoltà oggettiva insormontabile.
Anche le attività extra-didattiche – laboratori artistici, teatro, scacchi, musica – coinvolgono meno della metà degli alunni con disabilità (49%). Peggio alle superiori (44%), meglio all’infanzia e primaria (51%). Ancora una volta, più si sale di grado, più l’inclusione tende a ridursi alle sole ore curricolari. Il tempo “altrove” della didattica diventa una barriera.
Sport: tutti in palestra, pochi in gara
L’attività motoria curricolare è frequentata dal 94% degli alunni con disabilità. Un dato rassicurante: la legge sull’inclusione sportiva ha fatto breccia. Ma se si guarda al di fuori dell’orario scolastico, il quadro cambia radicalmente. Solo il 19% degli studenti partecipa a competizioni o attività sportive extra-curricolari. La quota sale al 26% alla secondaria di primo grado e scende al 15% alle superiori.
Chi non partecipa, nella stragrande maggioranza dei casi (75%), dà la colpa alla propria disabilità. Seguono gli esoneri medici (14%) e la mancanza di una figura di supporto (5%). Sembra quasi che la scuola faccia il suo – portare i ragazzi in palestra durante l’orario – ma poi il sistema sportivo territoriale, le associazioni, le palestre comunali non siano attrezzate per accoglierli. E così lo sport diventa un’ora alla settimana, non un’opportunità di socializzazione e crescita personale.
Una fotografia a tinte contrastanti
Nel complesso, l’ISTAT restituisce l’immagine di un sistema che ha imparato a gestire l’inclusione di base – l’alunno in classe, la gita di un giorno, l’ora di ginnastica – ma arranca non appena si esce dalla routine. Le disuguaglianze territoriali sono marcate: al Sud si partecipa meno alle gite e si sta meno tempo fuori dalla classe (ma forse perché le strutture sono più carenti?). Al Nord si isola di più l’alunno grave, ma si fanno più attività extrascolastiche? I numeri da soli non bastano a giudicare.
Una cosa è certa: l’inclusione non si misura solo sulle ore di sostegno o sulla presenza in aula. Si gioca nelle pieghe della vita scolastica – la gita di tre giorni, la partita di calcetto dopo scuola, il laboratorio di teatro. Finché un bambino su due resta escluso da queste esperienze, la parola “inclusione” resterà a metà.
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Andrea Carlino
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