Pur con tutte le sue contraddizioni, con i suoi naufragi e le sue catastrofi, bisogna ammettere che il Novecento è stato un secolo che fondava su convinzioni solide. Mutevoli, certo. In antitesi le une con le altre, vero. Ma pur sempre solide. La strenua convinzione che l’unica medicina possibile fosse quella derivante dalla tradizione occidentale. La profonda convinzione che la democrazia liberale fosse un modello da esportare contro i totalitarismi. La misurazione scientifica del lavoro. Il paradigma della modernizzazione in sociologia. Il comportamentismo nella psicologia. La convinzione che l’avanzamento della tecnica coincidesse con il progresso. La diversificazione dei ruoli tra Stato e soggetto privato.
L’era del dubbio
Rispetto al secolo scorso, questo Ventunesimo Secolo potrebbe quasi paragonarsi all’età del dubbio: quasi tutte le convinzioni su cui si fondava quella parte del mondo che si definiva occidentale hanno mostrato le proprie debolezze e adesso assumono contorni sempre più sfumati. Gli ultimi decenni del secolo scorso e i primi decenni del secolo che stiamo oggi vivendo hanno avuto sul nostro mondo l’effetto che la lettura di Uno, nessuno e centomila di Pirandello può avere su un adolescente sensibile. Cosa direbbe, ad esempio, Friedman se vedesse la nostra cultura, oggi, nel 2026? Come reinterpreterebbe la sua solida distinzione tra ciò che deve fare il pubblico e ciò che deve fare il privato di fronte alla grande capacità dei soggetti privati di generare un valore, che è pubblico? La dottrina dell’economista, tra i principali esponenti della Scuola di Chicago, era tendenzialmente ascrivibile a quell’area di pensiero che vuole il mercato come uno dei più efficaci ed efficienti sistemi di autoregolazione, e che il ruolo dello Stato deve limitarsi a correggere quelle pochissime market failure, e che la prosperità sociale si ottiene attraverso la libertà economica degli individui. Un mondo ordinatissimo, in cui è chiaro a tutti chi deve fare cosa, e i rischi di sovrapposizione sono tendenzialmente residuali: allo Stato una funzione di “difesa” (bellica, giuridica, monetaria), e di intervento per i beni “pubblici”, perché il mercato è più efficiente dello Stato nella ridistribuzione delle risorse, sviluppare innovazione e coordinare bisogni individuali.
Archeologia ed economie private nelle aree interne italiane
Oggi tutti sappiamo che quella visione del mondo ha mostrato più di un segno di debolezza: la crescita costante delle disuguaglianze, la crisi delle aree industriali hanno scalfito ciò che rappresentava il cuore stesso del pensiero dell’economista: la profonda fiducia nel mercato. Le aree interne del nostro Paese, e più nel dettaglio, il ruolo che i soggetti privati ricoprono in tali territori, mostra con enorme evidenza quanto il nostro mondo sia diventato molto meno lineare. Si pensi all’archeologia e a come in tanti di questi nostri territori i soggetti più attivi nella gestione e nella valorizzazione di aree archeologiche siano soggetti privati come fondazioni, se non imprese. Soggetti privati, che con la partecipazione pubblica garantiscono l’apertura delle aree archeologiche, o che si occupano delle attività di manutenzione ordinaria. Soggetti privati, spesso partecipati, e spesso sostenuti dal settore pubblico, ma che agiscono non per il perseguimento di un beneficio privato, ma per la “manutenzione di asset” e la “produzione” di benefici che più pubblici non potrebbero essere: patrimonio culturale, memoria collettiva, senso di appartenenza, sviluppo culturale e democratico.
Archeologia e privati. Alcuni esempi virtuosi
Soggetti come la Fondazione Archeologica Canosina, che quest’anno ha ricevuto il Premio Francovich, che viene riconosciuto a quei soggetti archeologici che sanno meglio coniugare rigore scientifico e divulgazione. O la Fondazione Mont’e Prama, che pur essendo essa stessa una fondazione, ha una genesi e una composizione completamente diversa. Ma esempi di questo tipo se ne potrebbero fare centinaia, costituiti su iniziativa di persone del territorio, o di enti territoriali, che agiscono all’interno di una logica privata, ma la cui attività è profondamente legata alla creazione di valore pubblico. La cosa interessante è che quanto più si riduce il territorio, tanto più si riduce il numero di abitanti, tanto più è evidente il ruolo pubblico di questi soggetti e, per estensione, anche di quei soggetti che agiscono come imprese, sviluppano profitti, ma si occupano di attività in cui il valore pubblico è evidente. Come posizionare in quel mondo così ordinato del Novecento l’esperienza di un organizzatore di eventi di un piccolo comune, che organizza un festival all’interno di un territorio abitato da 2mila-3mila abitanti? Sta perseguendo il proprio interesse o sta costruendo valore pubblico?
La distinzione tra pubblico e privato
Il grande pregio di pensieri così definiti è che spesso cadono sempre in piedi: un ipotetico Friedman, ad esempio, potrebbe obiettare che questi modelli sono proprio ciò che lui intendeva e che l’eventuale partecipazione pubblica (come governance) non è affatto una contraddizione rispetto alla sua valutazione. Polanyi, che aveva un punto di vista molto differente, potrebbe interpretare al contrario questi soggetti come l’evidenza che a fronte di un’espansione troppo estesa del mercato, la società reagisce identificando nuovi modi per tutelare ciò a cui attribuisce valore. Probabilmente avrebbero ragione sia l’uno che l’altro, e pur nessuno dei due riuscirebbe davvero ad inquadrare il fenomeno nella sua dimensione più realistica: la distinzione tra soggetto pubblico e soggetto privato, in determinati settori, e la cultura e l’archeologia tra questi, può assumere davvero un carattere meramente formale, perché nel nostro attuale sistema economico più che la natura giuridica conta l’obiettivo di valore che si intende generare.
Lasciarsi il Novecento alle spalle
Che si tratti di una Fondazione o di una società privata, se alcuni soggetti si uniscono per sviluppare un valore pubblico, stanno, di fatto, agendo nel pubblico interesse. Soprattutto quando, come nelle aree interne, si assiste ad una tendenziale riduzione delle risorse disponibili, siano esse pubbliche o private. E soprattutto quando, proprio come nelle aree interne, talvolta sono i soggetti privati ad innescare, favorire, sviluppare, sostenere e potenziare lo sviluppo culturale del territorio. Una condizione che, palese ed evidente nella sua semplicità, si inserisce però in un mondo che è ancora organizzato secondo regole che ereditiamo da quel Novecento così lontano da noi e che si sono nel tempo consolidati al punto da rendere quasi titanica anche la più piccola volontà di aggiornamento. E qui c’è un punto che potrebbe essere utile tenere in considerazione: possiamo davvero accettare di essere regolati da strumenti che riflettono una visione del mondo che quanto più la si guarda da vicino tanto più riflette un mondo a cui nessuno crede più?
Stefano Monti
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