la radiografia del calcio italiano


Presentata mercoledì 23 alla Camera dei Deputati, la prima Relazione Annuale 2026 della Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche ha dato una radiografia esaustiva e quanto mai puntuale dello stato di salute economico del calcio italiano (e non solo). E il risultato non è stato certo entusiasmante per quanto attiene alla sostenibilità del sistema.  

Nella sua opera sostanziosa (circa 200 pagine) il gruppo di lavoro guidato dal presidente Massimiliano Atelli ha messo nero su bianco un cahier de doléances che non può e non deve passare inosservato per chi, da addetto ai lavori o da semplice tifoso, ha a cuore il nostro sport nazionale. Perché è da questi numeri che passa anche il miglioramento di un comparto industriale che vale oltre 12 miliardi di euro considerando l’impatto sul PIL italiano. 

SOLO IL 20% DEI CLUB DI SERIE A HA UN PROFILO SOLIDO

L’analisi ha indagato i conti delle società italiane costruendo anche una simulazione per individuare i diversi modelli di sostenibilità presenti nel massimo campionato. Nello specifico ha perso in considerazione tutte le 20 società di Serie A, utilizzando per gli indicatori economici l’ultimo bilancio d’esercizio approvato e disponibile e, per quelli patrimoniali e finanziari, le situazioni intermedie al 31 marzo 2026 depositate dai club. Complessivamente, la simulazione della Commissione riguarda 97 bilanci tra calcio e basket, di cui 81 relativi al calcio professionistico maschile.  

Va detto che non c’è una graduatoria di merito né una valutazione dei singoli club: le società sono infatti presentate in forma anonima e aggregata, in quanto l’obiettivo era individuare configurazioni economico-finanziarie ricorrenti e mostrare quanto siano differenti i modelli attraverso i quali le squadre cercano di sostenere la propria competitività. 

In particolare, la fotografia suddivide i 20 club del massimo campionato italiano in cinque gruppi (o cluster), che in termini assoluti corrispondono rispettivamente a quattro, due, cinque, cinque e quattro società: 

  • Profilo economico relativamente solido: 20% (quattro club): EBITDA ed EBIT positivi e risultato netto positivo o vicino al pareggio. L’equilibrio può derivare da ricavi ricorrenti ampi e diversificati oppure da un player trading efficace, ma coerente con il modello sportivo e non utilizzato in maniera emergenziale. 
  • Player trading con incidenza significativa: 10% (due club): società il cui equilibrio dipende in misura rilevante dalla capacità di generare ricavi attraverso il mercato dei calciatori. Secondo la Commissione, il modello può essere sostenibile se questa capacità è ricorrente ed è accompagnata da un rigoroso controllo del costo della rosa. 
  • Elevati ricavi con margini assorbiti da rosa, ammortamenti e struttura finanziaria: 25% (cinque club): club con una scala di ricavi significativa nei quali, tuttavia, l’EBITDA positivo non si traduce necessariamente in EBIT e utile. Il costo della rosa e soprattutto ammortamenti e svalutazioni assorbono la marginalità operativa. 
  • Fragilità con parziale tenuta operativa: 25% (cinque club): profili nei quali può esserci una certa capacità di coprire i costi operativi, ma ammortamenti, oneri finanziari e debolezza patrimoniale portano a risultati finali negativi. In altri casi incidono la dipendenza dal player trading e la minore dimensione dei ricavi. 
  • Investimento intensivo o tensione economica: 20% (quattro club): EBITDA negativo, costi operativi superiori ai ricavi e risultato netto negativo. Una situazione che può essere legata a una fase di investimento nella competitività oppure indicare un modello non autosufficiente, dipendente dal sostegno della proprietà o da successivi interventi correttivi.  

Nei fatti quindi solo il 20% dei club di Serie A presenta un profilo economico-finanziario definito «relativamente solido».  

Al lato opposto invece considerando insieme gli ultimi due cluster, sono quindi nove società su venti, pari al 45% della Serie A, a rientrare nelle due configurazioni caratterizzate dalla Commissione espressamente come fragilità o tensione economica. Un ulteriore 25% presenta ricavi elevati, ma vede la propria marginalità assorbita principalmente dai costi legati alla rosa e dalla struttura finanziaria. 

SERIE A, EBITDA POSITIVO MA RISULTATO NETTO IN ROSSO 

Questi cluster trovano riscontro anche nei dati aggregati sul campionato. La mediana dell’EBITDA è positiva per 26,7 milioni, segnale che la gestione operativa lorda della società centrale del campione riesce a produrre margini. 

La situazione cambia però una volta contabilizzato il costo economico degli investimenti nei calciatori. L’EBIT mediano scende a -14,7 milioni, mentre il risultato netto mediano è negativo per 15,2 milioni di euro. Gli ammortamenti e le svalutazioni dei diritti alle prestazioni dei calciatori rappresentano quindi uno degli elementi determinanti per spiegare la distanza tra marginalità operativa lorda e risultato finale. 

Anche il rapporto tra costi operativi e ricavi totali, pari in mediana al 108,7%, evidenzia la pressione esercitata dalla struttura dei costi: per una parte prevalente del campione il valore della produzione non è sufficiente a coprire integralmente i costi. Il break-even strutturale prima del player trading presenta così una mediana negativa per 62,1 milioni di euro. 

È proprio questo dato a mostrare quanto il calciomercato sia diventato parte integrante del modello economico dei club italiani. In mediana, il player trading rappresenta il 20,8% dei ricavi totali, mentre per il terzo quartile l’incidenza sale addirittura al 34,7%. 

E in questo quadro la Commissione ha sottolineato come il player trading non debba essere considerato di per sé un elemento negativo. Può rappresentare una leva industriale fisiologica quando nasce da scouting, formazione e valorizzazione dei calciatori e viene ripetuto nel tempo. Diventa invece un fattore di vulnerabilità quando le cessioni sono indispensabili per compensare perdite ricorrenti, generare la liquidità necessaria o sostenere una struttura dei costi che i ricavi ordinari non sono in grado di coprire. 

Un altro dato particolarmente significativo riguarda il costo complessivo della rosa, calcolato sommando costo del personale, ammortamenti e svalutazioni dei diritti pluriennali dei calciatori. Rapportato ai ricavi ricorrenti prima del player trading, l’indicatore presenta una mediana pari a 2,35 volte i ricavi. Considerando anche i ricavi generati dal mercato dei calciatori, il rapporto scende a 1,75 volte. 

La differenza mostra ancora una volta il ruolo delle cessioni nel rendere più sostenibile ex post il peso degli investimenti sportivi, senza tuttavia cancellare la rigidità di stipendi e ammortamenti già assunti dai club. Gli ammortamenti dei calciatori, da soli, valgono in mediana il 21,6% dei ricavi totali. 

PATRIMONIO NETTO NEGATIVO PER QUATTRO CLUB 

Numerose sono le criticità anche sul versante del patrimonio netto che in media è pari a 23,9 milioni, ma con una forbice estremamente ampia: il valore minimo è negativo per 276,5 milioni, mentre quello massimo raggiunge 291 milioni. 

In particolare, quattro società su venti presentano un patrimonio netto negativo. Per i club con patrimonio positivo, il rapporto debito/equity registra una mediana di 2,99 volte, vale a dire quasi tre euro di debiti per ogni euro di patrimonio netto. Resta inoltre aperto il capitolo delle perdite sospese durante la pandemia. Secondo la relazione, i conti considerati comprendono ancora circa 1,4 miliardi di perdite sterilizzate, su 1,5 miliardi complessivamente sospesi, che dovranno essere ripianate secondo le modalità previste dalla normativa entro il bilancio 2028. 

Nel complesso quindi la fotografia restituita dalla Commissione mostra una Serie A fortemente eterogenea: accanto a un gruppo ristretto di società con un equilibrio economico relativamente solido, una parte consistente del campionato continua a fare affidamento sul mercato dei calciatori, sul sostegno della proprietà o su strutture di costo particolarmente impegnative per sostenere la propria competitività sportiva. 

IL BUCO NERO DELLA SERIE C: 49 CLUB FALLITI PIU’ VOLTE

Il tema probabilmente più preoccupante però emerge dall’ampio capitolo dedicato dalla relazione alla continuità aziendale e ai dissesti che hanno interessato il calcio italiano negli ultimi decenni. Ed è un quadro che si allarga al di fuori della massima serie e comprende anche quelle immediatamente inferiori. 

Entrando nello specifico la relazione segnala che tra il 1986/87 e il 2025/26 sono stati censiti 218 casi complessivi tra società non ammesse ai campionati professionistici, rinunce all’iscrizione ed esclusioni a stagione in corso. E il fenomeno si concentra in maniera schiacciante in Serie C, con 200 casi, pari a circa il 91,7% del totale. La Serie B ne conta 17, mentre la Serie A appena uno. 

Va precisato che il perimetro utilizzato dalla Commissione è più ampio del solo fallimento in senso giuridico. Nel conteggio rientrano infatti società non ammesse, rinunciatarie o escluse, spesso a seguito di gestioni finanziarie insostenibili, debiti crescenti o procedure concorsuali. 

Per altro l’analisi mette in evidenza una certa ripetitività nel fenomeno. Secondo il documento, 49 società sono recidive nel senso che hanno chiuso i battenti da due a sei volte nel periodo considerato, includendo in questo caso anche fallimenti e cessazioni avvenuti nei campionati dilettantistici. La Commissione parla espressamente di un «circolo vizioso» caratterizzato da retrocessioni, crisi, fallimenti, rinascite e nuove promozioni. 

Nel dettaglio, 25 società hanno attraversato due episodi, 13 ne hanno vissuti tre, sei ne hanno registrati quattro, tre club cinque e due addirittura sei. I casi più estremi sono quelli di: 

  • Sambenedettese e Taranto, entrambe con sei episodi censiti, 
  • seguono Campobasso, Potenza e Varese con cinque, 
  • a quota quattro figurano invece Cosenza, Lucchese, Rimini, Brindisi, Sassari Torres e Treviso, 
  • tra le società con tre episodi compaiono, tra le altre, Mantova, Messina, Siena, Siracusa, SPAL, Teramo, Trapani, Triestina e Venezia. 

La relazione sottolinea come il meccanismo delle ripartenze abbia contribuito nel tempo a mantenere viva la rappresentanza calcistica delle città, ma abbia anche prodotto in molti casi una successione continua di nuove società e nuove crisi. 

Nonostante il numero elevato di società scomparse o escluse però la dimensione complessiva del calcio professionistico italiano si è ridotta meno drasticamente passando dalle 144 squadre del 1986/87 alle 100 attuali, per una riduzione di 44 club. Il calo è legato soprattutto dalla riorganizzazione della Lega Pro e dall’unificazione del terzo e quarto livello professionistico, mentre la Serie A ha visto nel tempo aumentare il proprio organico. 

Anche se, dato l’elevato numero di fallimenti nella terza serie, questa cura dimagrante non sembra essere stata sufficiente. La relazione ha evidenziato per altro come a posteriori questo sistema di rinascite legate al Lodo Petrucci o al sistema di ripescaggi abbia finito in diversi casi per alimentare la ripetizione delle crisi. 

PERCHE’ I CLUB ARRIVANO AL DISSESTO 

In questo quadro la Commissione ha cercato di individuare le cause ricorrenti che precedono le crisi. Tra i segnali più frequenti vengono indicati: 

  • l’accumulo di debiti tributari e previdenziali,  
  • i ritardi nel pagamento degli emolumenti ai tesserati,  
  • il ricorso a operazioni straordinarie per reperire liquidità  e
  • la progressiva difficoltà nell’attrarre nuovi investitori. 

A questi elementi si aggiungono: 

  • la dipendenza da plusvalenze e player trading per compensare perdite operative,  
  • e una patrimonializzazione insufficiente, assetti proprietari instabili e sistemi di controllo interno deboli.  

La conclusione della Commissione è che i dissesti raramente siano eventi improvvisi. Più spesso rappresentano l’esito di un deterioramento progressivo, nel quale problemi di governance, debolezza finanziaria e ambizioni sportive non sostenute da adeguate risorse finiscono per sommarsi nel tempo. Ed è proprio questa ripetitività a rappresentare uno dei dati più critici: in quarant’anni, decine di piazze hanno visto una società scomparire e rinascere più volte, senza che il nuovo corso riuscisse sempre a spezzare definitivamente il ciclo tra crisi finanziaria, ripartenza e nuovo dissesto. 

Soprattutto, come si è notato dalla relazione e come anche evidenziato dalla nostra testata nell’ambito dell’audizione in Senato avvenuta in settimana presso la 7ª Commissione Cultura e patrimonio culturale, istruzione pubblica, ricerca scientifica, spettacolo e sport (il video e il nostro report sono scaricabile liberamente e interamente sulla pagina di Calcio e Finanza e sul nostro canale Youtube), nella terza serie, la quale con le sue 60 squadre complessive e non solo rappresenta una categoria difficilmente sostenibile a livello economico ma anche un unicum nel panorama europeo delle leghe nazionali.


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