Oltre l’etichetta “maranza”: dietro ogni ragazzo c’è una storia, non una categoria


Il Governo ha approvato un nuovo disegno di legge sulla sicurezza battezzato “anti-maranza”, che prevede un’ulteriore stretta sui minori che delinquono, sui fenomeni di violenza di gruppo, sulla movida e, appunto, sui maranza. «Ancora una volta, si ragiona per categorie. Noi siamo abituati a lavorare non per categorie, ma per persone, per nomi e cognomi, per una vicinanza possibile, per cercare di costruire una relazione che faccia intravedere delle possibilità diverse», dice Gilberto Sbaraini, presidente della cooperativa La strada di Milano. «Tanti ragazzi fanno fatica a intravedere dei percorsi sani per loro, sono illusi che alcuni percorsi siano più semplici, che la trasgressione, la delinquenza o il reato siano più interessanti perché permettono di guadagnare facilmente. La loro paura più grande è un futuro senza speranze».

Tra le novità approvate dal Consiglio dei Ministri lo scorso 15 luglio, una prima norma anti-maranza consiste nel divieto di aggregazione prevedendo una nuova ipotesi di avviso orale del questore, con la quale si dispone anche tale divieto. Una seconda norma riguarda l’estensione dell’applicazione del fermo preventivo anche ai minorenni. Cosa ne pensa?

Quello che vediamo da sempre è che, una volta fatta la norma, non sempre poi si riesce ad applicare o a gestire e a governare nel modo giusto e corretto. Ho sperimentato, anche da giudice del Tribunale dei minorenni, che certi ragazzi hanno bisogno di segnali forti, di limiti, di essere fermati in certe circostanze, di avere un riscontro se compiono dei gesti, degli atti illegali che sono dannosi per la convivenza civile. Ma nutro molti dubbi sul fatto che le norme diventino applicabili, gestibili, governabili. Per quanto riguarda le possibilità di applicare nel modo giusto il divieto di aggregazione e il fermo preventivo, vedremo gli effetti nel tempo. C’è una cosa che mi lascia perplesso, in questi decreti.

Cosa la lascia perplesso?

Quello che facciamo quotidianamente è un lavoro di relazione, di vicinanza. Ciò che mi lascia perplesso è che, ancora una volta, si ragiona per categorie. Noi siamo abituati non a lavorare per categorie, ma per individui, per persone, per nomi e cognomi, per una vicinanza possibile dove possibile, per cercare di costruire una relazione che faccia intravedere delle possibilità diverse. Questo è il nostro lavoro. Qui si ragiona in termini di categorie, di maranza. Dov’è il confine? Chi è dentro la categoria maranza? Chi è fuori?

Questi ragazzi hanno una grande paura di cosa sarà domani, portata dal contesto in cui viviamo. La loro paura più grande è un futuro senza speranza

Gilberto Sbaraini, presidente della cooperativa La strada di Milano

Quello che ci chiediamo noi che lavoriamo tutti i giorni coi ragazzi è come queste norme possano essere un aiuto in più a entrare in rapporto coi ragazzi, o un aiuto in meno. Lavoriamo tantissimo col penale minorile per percorsi di messa alla prova, sappiamo cosa vuol dire avere a che fare con un ragazzo che si è già scontrato con il peso del reato della norma infranta o violata e delle conseguenze di un atto. Sappiamo cosa vuol dire lavorare cercando di ricostruire una possibilità, una fiducia per il domani, per un cambiamento.

Come lavora la vostra cooperativa con questi ragazzi?

I ragazzi che seguiamo sono principalmente italiani, molti nordafricani e qualcuno è sudamericano. Per i giovani abbiamo tutta una filiera di attività. Ad esempio, abbiamo tre centri di aggregazione giovanile, a Milano uno in zona Corvetto (“500”), uno in zona via Salomone (“Tempo e poi”) e, infine,a San Donato Milanese. Qui i ragazzi in età preadolescenziale e adolescenziale, dalla scuola secondaria di primo grado fino alla maggiore età, scelgono di venire al centro dove trovano educatori con proposte di doposcuola, di sostegno scolastico, laboratori, attività comuni di gruppo, sportive, centri estivi e altro. Questo è un primo livello dove incrociamo ragazzi che fanno la scelta di venire.

Poi abbiamo la categoria di chi è indotto a venire nei nostri servizi. Parlo del centro diurno In-Presa che accoglie ragazzi segnalati dai servizi sociali, che devono fare dei percorsi nell’ambito di procedimenti che arrivano dal Tribunale dei minorenni, che sono amministrativi o penali; infatti, seguiamo anche ragazzi del penale minorile che fanno la messa alla prova da noi durante il giorno diurno.

Ci parla di Scuola Bottega?

È un percorso formativo per coloro che hanno abbandonato la scuola dell’obbligo prima di arrivare alla terza classe della scuola secondaria di primo grado. Qui incrociamo ragazzi italiani e anche molti minori stranieri non accompagnati. Con noi l’obiettivo è quello di un diploma di terza media ed è un percorso che dura un ciclo scolastico. Riusciamo a formare due classi da 15 ragazzi, dai 14 ai 17 anni, ma le richieste sono molte di più. Purtroppo, non abbiamo le risorse sufficienti, l’anno scorso abbiamo avuto 55 richieste abbiamo potuto seguire per questo percorso 30 ragazzi. Scuola Bottega è un percorso vero e proprio, in collaborazione con le scuole e con le famiglie. Abbiamo appena concluso la ventiduesima edizione sostenendola con vari contributi, di fondazioni, di amici, di benefattori. È un’esperienza inclusiva, strutturata in cui crediamo molto e che è molto efficace.

I ragazzi di Scuola Bottega durante la Festa del diploma

Poi, c’è Spazio Vita.

Sì, è un centro diurno che abbiamo aperto un anno e mezzo fa per adolescenti che hanno dei sintomi di grave sofferenza psichica. Lavoriamo con la neuropsichiatria infantile, seguiamo ragazzi con situazioni molto delicate e complesse che, purtroppo, stanno diventando abbastanza diffuse. Ci sono preadolescenti e adolescenti in una condizione di ritiro sociale, con un abbandono della scuola in corso, che agiscono atti di autolesionismo, che sono dipendenti dai social, che hanno tentato un suicidio.

Tanti ragazzi fanno fatica a intravedere dei percorsi sani per loro, sono illusi che alcuni percorsi siano più semplici, che la trasgressione, la delinquenza o il reato siano più interessanti perché permettono di guadagnare facilmente

Gilberto Sbaraini, presidente della cooperativa La strada di Milano

Come vi approcciate ai ragazzi che incontrate?

Puntiamo a far percepire loro l’opportunità, dove necessario, un cambiamento, dove necessario. Agiamo da rinforzo, in un percorso di crescita, offrendo loro la presenza di figure che diventano un punto di riferimento per loro. Siamo convinti che questo è il modo per un cambiamento possibile, anche per arginare certi tipi di fenomeni. Tanti ragazzi fanno fatica a intravedere dei percorsi sani per loro, sono illusi che alcuni percorsi siano più semplici, che la trasgressione, la delinquenza o il reato siano più interessanti perché permettono di guadagnare facilmente.

Aggiungo che lavoriamo in contesti difficili, di edilizia popolare del Corvetto, in tutta la zona del quartiere Mazzini piuttosto che il Ponte Lambro. Sono zone periferiche dove queste questioni sono ancora più evidenti e impellenti. Siamo convinti che la realtà, in questo momento, ci chiede sempre di più una presenza educativa quotidiana. Se a questo si aggiungono delle norme che rendono evidente che certe azioni non sono tollerate e tollerabili vien da dire anche “bene” ma, ripeto, l’applicazione di queste norme è sempre un po’ un punto interrogativo.

Quali paure hanno questi ragazzi?

Hanno tante paure e anche insicurezze. L’aggregazione con i coetanei fa percepire più sicurezza perché appartengono a un gruppo. Ma singolarmente, questi ragazzi hanno una grande paura di cosa sarà domani, portata dal contesto in cui viviamo. La loro paura più grande è un futuro senza speranza. E a questo punto, preferiscono rischiare e fare il “botto” con una rapina perché «è più facile». Il ragionamento che sentiamo fare da tanti ragazzi è quello del guadagno facile perché i percorsi più sani, più legali sono un po’ più difficili da realizzare.

Foto di Enjon Chakraborty su Unsplash e, all’interno, della cooperativa La strada

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 Ilaria Dioguardi

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