“La vita londinese in case occupate, i famosi squat londinesi, l’incontro con la erotic performer Maus. Luca era l’unica persona con cui mi sentivo completo, non giudicato, la mia anima gemella. Potevamo tutto”. Così lo ricorda Luigi Moio (Napoli, 1975) che con Luca Sivelli (Napoli 1974 – 2026), scomparso lo scorso 15 maggio, aveva fondato il duo Moio&Sivelli.
Chi era Luca Sivelli
Luca Sivelli lascia un vuoto che attraversa il mondo dell’arte contemporanea e una comunità fatta di amici cresciuti insieme – tra cui chi scrive – visioni condivise, eccessi, intuizioni trasformate in arte dopo notti di risate e riflessioni profonde. La notizia della sua scomparsa, ha colpito duramente perché Sivelli era una presenza magnetica, impossibile da dimenticare anche dopo un solo incontro. L’Accademia di Belle Arti di Napoli lo ha ricordato come artista, docente ed ex studente capace di attraversare linguaggi differenti mantenendo sempre intatta una rara libertà di pensiero che non era una posa intellettuale: era il suo modo naturale di stare al mondo. Senza costrizioni, senza compromessi, senza addomesticare il proprio sguardo, viveva come creava, oltre il limite rassicurante delle cose.
Il ricordo di Luigi Moio
Luigi Moio – con il quale aveva dato vita al duo Moio&Sivelli – racconta in una chiacchierata intima del loro primo incontro, delle esperienze londinesi e degli anni in cui sono stati lontani. “Ci siamo conosciuti prima di nascere, dicevamo sempre così, i nostri cugini più grandi erano amici e quando Luca aveva 6 anni e io 5 ci siamo visti per la prima volta ad Amalfi. Non abbiamo mai creduto al caso, abbiamo sempre pensato che fosse il destino. Per qualche anno la sua famiglia non è più venuta in vacanza in costiera, ma nell’estate della terza media Luca è tornato con gli zii e da lì non ci siamo mai più separati. La cosa assurda è che pur senza vederci per qualche anno avevamo finito per fare le stesse scelte: liceo artistico io e istituto d’arte lui, da quel momento la famiglia di Luca mi ha praticamente adottato, perché io vivevo a Ponticelli e lui a San Felice a Cancello e di stare lontani non se ne parlava proprio. Ricordo che facevo filone al liceo per andare a seguire con lui le lezioni all’istituto d’arte. Era l’unica persona con cui mi sentivo completo, non giudicato, la mia anima gemella”.
Moio&Sivelli all’Accademia di Napoli
“Il primo anno in Accademia fu magico, l’allora direttore Gianni Pisani la rendeva un’oasi felice, ma al secondo anno ci eravamo già rotti il cazzo, avevamo bisogno di più stimoli e siamo partiti per l’Erasmus a Granada. Era il ’96 e per noi si è aperto un mondo. Nel ’97 ci trasferimmo a Londra e tornammo a Napoli solo per discutere la tesi. La vita londinese in case occupate – i famosi squat londinesi-, l’incontro con la erotic performer Maus. Potevamo tutto! Ricordo che eravamo lì da poco e conoscemmo Maus nella casa che condivideva con la nostra amica Apollonia, andava di fretta e lungo le scale ci disse di non perdere il suo show su channel 5 alle 11:30 di quella sera: si trattava di una performance in cui espelleva palline da tennis dalla vagina. Niente di più inaspettato e magnifico, era la conferma che eravamo nel posto giusto. Abbiamo lavorato tanto con lei e indimenticabile è la performance – dal cui video fu estratto lo still della sigaretta fumata, appunto, con la vagina. (Panta Rei, galleria Dino Morra 2022) Follia. Mouse è stata forse la nostra più grande fonte d’ispirazione”.
L’opera di Moio&Sivelli
Da quel momento la strada è segnata e comincia un ventennio di produzione artistica febbrile ed eccitante, le opere mescolano video, performance, fotografia e installazione trasformando il pubblico in parte inconsapevole dell’azione artistica. Non esiste distanza: chi osserva viene trascinato in situazioni ambigue, erotiche, ironiche, destabilizzanti, spesso imbarazzanti. Tutto viene spostato fuori asse, oltre il punto di rottura e dietro l’ironia, dietro il gioco seduttivo e dissacrante, si nasconde sempre qualcosa di più feroce: una riflessione lucidissima sui meccanismi del desiderio e del piacere, sul consumo compulsivo delle immagini, sulla spettacolarizzazione del corpo, sulle reazioni incontrollate che la nudità genera quando irrompe in contesti inattesi. Trappole emotive costruite con precisione chirurgica, ma attraversate da una vitalità istintiva e profondamente umana che solo l’alchemico connubio tra le due nature è in grado di generare. Tra i lavori più emblematici Naked Lunch, performance presentata al Museo Madre nel 2010, a cura di Adriana Rispoli ed Eugenio Viola, oggi parte della collezione permanente del museo. Una ragazza nuda, vestita soltanto da un paio di décolleté gialle – la performer Elda Oreto – offre babà agli spettatori che entrano ignari in una black room, imboccandoli con malizia, mentre una ballerina in tutù – la sottoscritta – rifornisce il vassoio percorrendo in scarpette da punta il cortile.
Le altre opere di Moio&Sivelli
La provocazione, nei lavori del duo, non è mai gratuita, ogni dettaglio è studiato per generare uno stato di allerta, per interrompere l’anestesia quotidiana attraverso uno shock emotivo. Come in Cappella Privata la video installazione creata per la mostra al Palazzo Reale a Milano curata da Sgarbi, poi censurata e spostata a Siracusa, Vade Retro: Arte e Omosessualità in cui una ballerina sbircia maliziosamente sotto il tutù di un’altra ballerina visibilmente incinta– ancora una volta si tratta di chi scrive – mentre si prepara per mettersi in posa. Le loro performance seducono e costringere a guardare davvero: giochi sensuali e feroci insieme, capaci di denunciare il perbenismo borghese e la voracità con cui si consumano immagini, corpi ed emozioni in un inconsapevole intorpidimento delle facoltà sensoriali. Anche il silicone utilizzato nello stesso periodo nelle opere plastiche e fotografiche diventa metafora di questo processo: sigillare, preservare, cristallizzare qualcosa che altrimenti sarebbe andato perduto per sempre: il desiderio di trattenere la vita e la consapevolezza dolorosa della sua fragilità. Le carriere si affinano e entrambi diventano docenti all’Accademia di Belle Arti di Napoli in discipline legate ai linguaggi audiovisivi e multimediali, Sivelli prosegue la sua carriera presso l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro e Moio ottiene la cattedra di arti performative all’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino.
Le opere fuori dal duo Moio&Sivelli
“Stare lontani per quattro anni è stata dura” quasi sussurra Moio, “e non c’è stata la possibilità di riavvicinarci, non eravamo pronti, anche se stavamo male”. Negli ultimi tempi, dopo la separazione artistica, la ricerca individuale di Sivelli si sposta verso il paesaggio e gli ecosistemi contemporanei, indagando il rapporto tra microcosmo e macrocosmo. È il caso di Nice People Nice Party, presentato al BoCs Art Museum (di cui scrivo qui) un progetto nato dall’osservazione durata un anno di una colonia di pesci in acquario, attraverso cui Sivelli riflette sulle similitudini con l’organizzazione sociale umana. Un’opera silenziosa e ipnotica, dove ancora una volta emerge il suo sguardo lucidissimo sulla natura dei comportamenti collettivi. Sivelli vive come se ogni giornata debba raggiungere il massimo dell’intensità possibile, non accetta mezze misure, non crede nelle esistenze tiepide e ama la vita all’ennesima potenza, con un’energia travolgente e spiazzante. Cerca continuamente emozioni assolute, esperienze capaci di portarlo oltre il limite, in quella zona sottile dove estasi e tormento finiscono per sfiorarsi fino a diventare indistinguibili.
Il ricordo di Luca Sivelli
E poi la pace della campagna di San Felice, la casa in cui è cresciuto: distese di verde, gatti, odori di terra e fiori, il silenzio interrotto soltanto dal vento e dalla sua risata. Disegni, schizzi, ceramiche, fotografie, libri, arredi eclettici, ricordi di una vita pienissima appoggiati ovunque. Vetrinette strabordanti di oggetti creati, raccolti, immaginati, salvati dal tempo come reliquie di un’esistenza vissuta senza risparmio. Entrare lì significa entrare nella sua mente: caotica, brillante, malinconica, bellissima. E noi amici ci siamo entrati in quella casa, per l’ultima volta, abbiamo riso e abbiamo pianto tra i ricordi, gli aneddoti e i racconti di Luigi che cercava con lo sguardo la presenza di Luca ovunque. Dissacrante, provocatore, spietatamente ironico e insieme dotato di una sensibilità profondissima Sivelli mescolava l’ironia malinconica della napoletanità al rigore intellettuale dell’uomo di cultura. Nei suoi lavori convivevano eros e malinconia, gioco e inquietudine, leggerezza e abisso.
“In un giorno di marzo alle 17:30 mi telefona, capisco subito che c’è qualcosa che non va e do un break di cinque minuti agli studenti, mi dice che sta male. Da quella telefonata sono tornato a Napoli ogni weekend, sono stato con lui nel lungo ricovero e una volta dimesso, con la consapevolezza che non ci fosse più nulla da fare, ho dedicato ogni istante della mia vita a lui. L’ho protetto, viziato, coccolato dovevo dargli tutto quello che avevamo perso in quattro anni. Nell’ultimo mese a casa Luca non era più tanto consapevole della realtà, del tempo, era insofferente e io ero con lui e gli facevo fare tutto quello che voleva. Un’overdose d’amore. Ero le sue braccia, le sue gambe, ero il suo corpo. Ormai non parlava più e comunicavamo attraverso la scrittura o semplici gesti che sono diventati un linguaggio che io ho imparato a capire. Come quando uno degli ultimi giorni ha fatto un segno di saluto con la mano e ha indicato su. Sono tornato a Torino il lunedì mattina e il venerdì Luca è morto, una parte di me sapeva che non lo avrei rivisto e così l’ultima notte gli ho preso la mano e gli ho detto con amore, Luca non devi avere paura, hai capito che non devi avere paura? Io sono qui e io e te ci parleremo nei sogni. Luca, se mi hai capito stringimi la mano, e lui la strinse fortissimo. Avevo il dovere di dirgli la verità, mentre tutti provavano a distrarlo o assecondarlo io per lui dovevo essere la verità, la connessione profonda, dovevo aprire una porta”.
La performance secondo Luca Sivelli
“Era positivo, generoso, geniale, pazzo, sempre al 1000 nel bene e nel male. Prima o poi la consapevolezza della sua assenza mi porterà ad avere solo sorrisi al suo pensiero, ci vorrà tempo, ma mi voglio impegnare…se mi vedesse così mi ridicolizzerebbe dissacrante com’è. Com’era. L’ho amato più di me stesso e come diceva sempre lui eravamo un mostro a due teste”.
Luca Sivelli resta nel ricordo di chi lo ha conosciuto una persona straordinaria che ha mantenuto l’ironia e la speranza come quando a me che scrivo ha detto:“Sono troppo ottimista se ti dico che fra un mese voglio un festone e poi voglio fare tante cose belle? Facciamo una nuova performance insieme, al lago, tra i cigni”. Oggi quelle parole sembrano galleggiare da qualche parte, sospese tra sogno e mancanza. E viene da immaginare Luca ancora lì, ironico e luminoso, mentre ride fortissimo davanti alla vita, tentando ancora una volta di spingerla oltre il limite, fino a trasformarla in arte.
Manuela Barbato
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