#Finsubito news – Territori in bilico – Aree interne: ripartire dagli obiettivi – NTR24.TV


Perché alcuni territori continuano a perdere opportunità nonostante decenni di interventi pubblici? E che cosa deve cambiare perché possiamo dire che una politica di sviluppo ha funzionato?

Sono domande decisive per le aree interne. La capacità di ottenere finanziamenti occupa gran parte del dibattito pubblico. Molto meno spazio riceve la verifica di ciò che quei finanziamenti producono. Eppure, è proprio da questa verifica che dipende la credibilità dell’intervento.

Le ragioni per intervenire sono solide. Imprese e lavoratori beneficiano della concentrazione di competenze, fornitori e mercati. Questi vantaggi possono rafforzarsi nel tempo, mentre globalizzazione e cambiamento tecnologico modificano la geografia delle opportunità. Il riequilibrio spontaneo può essere insufficiente. Quando il luogo di nascita limita istruzione, salute e lavoro, si restringono le possibilità individuali e si disperde potenziale produttivo.

Occorre però riconoscere le diverse geografie dello svantaggio. Le analisi del benessere comunale mostrano che il divario Nord-Sud rimane più marcato di quello tra aree interne e centri. Un comune remoto settentrionale può presentare condizioni migliori di un comune meridionale più accessibile. La distanza dai servizi conta, ma si combina con opportunità occupazionali, struttura produttiva e capacità amministrativa. La questione delle aree interne attraversa quella meridionale senza sostituirla.

Su questi problemi la ricerca economica ha costruito strumenti di valutazione sempre più rigorosi. Studiosi delle università e della Banca d’Italia hanno utilizzato grandi interventi territoriali e shock esogeni per studiare che cosa cambia davvero nelle economie locali. Il principio è confrontare territori sufficientemente simili, esposti in modo diverso all’intervento, per ricostruire ciò che sarebbe accaduto in sua assenza.

La Cassa per il Mezzogiorno è uno dei principali laboratori di questa ricerca. La fase infrastrutturale, quella dell’industrializzazione e la successiva regionalizzazione modificarono strumenti, decisori e incentivi. I confini di ammissibilità e i cambiamenti istituzionali hanno offerto agli studiosi occasioni per confrontare territori e verificare gli effetti dei trasferimenti. L’esperienza della Cassa consente così di interrogarsi sia sul rendimento economico dei fondi sia sulle conseguenze politiche della loro distribuzione.

Anche i terremoti del Friuli del 1976 e dell’Irpinia del 1980 sono stati studiati come esperimenti quasi naturali: eventi imprevisti che permettono di analizzare come un’economia reagisce a uno shock e alla successiva ricostruzione. Per ciascun caso, i ricercatori hanno costruito un termine di confronto combinando regioni non colpite, capaci di riprodurre l’andamento economico precedente al sisma.

Nel lungo periodo, il PIL per abitante del Friuli supera quello stimato per la sua area di confronto; nel caso dell’Irpinia avviene il contrario.Queste evidenze suggeriscono che la qualità delle istituzioni contribuisce a orientare traiettorie profondamente diverse a parità di investimento.

Gli studi sulla Cassa mostrano che l’allineamento politico tra amministrazioni può influenzare l’allocazione dei fondi. Altre valutazioni rilevano programmi con risultati economici modesti che aumentano comunque le possibilità di rielezione degli amministratori. Il rendimento elettorale della spesa può quindi divergere dal suo rendimento sociale.

La partenza delle persone qualificate può accentuare questa tensione. Gli interventi capaci di trasformare l’economia richiedono tempo, mentre chi decide risponde alla domanda politica presente. Nei programmi gestiti localmente, una minore qualificazione della forza lavoro si associa a una minore quota di risorse destinata ai settori ad alta intensità di conoscenza. Il rischio, in questi casi, è addirittura quello di consolidare la struttura produttiva esistente proprio dove sarebbe necessario favorirne il cambiamento.

Occorre inoltre seguire la distribuzione dei benefici. Un sussidio può finanziare investimenti che sarebbero avvenuti comunque. Una maggiore attrattività può tradursi soprattutto in rendite immobiliari. Gruppi organizzati possono condizionare la selezione dei progetti. Sostenere un territorio svantaggiato non garantisce che ne beneficino maggiormente le persone più svantaggiate.

Queste lezioni riguardano direttamente la Strategia nazionale per le aree interne. Le prime valutazioni rilevano segnali positivi sulla nascita di attività produttive e sul turismo, mentre gli effetti demografici iniziali restano limitati. Altre analisi mostrano che, tra il 2019 e il 2025, nei comuni coinvolti dalla strategia i tempi per raggiungere i poli di servizi aumentano più che in territori comparabili esclusi. Quest’ultimo confronto segnala la persistenza del problema dell’accessibilità.

Qui emerge una questione cruciale. La distanza dai servizi è centrale nell’individuazione dei territori, mentre i finanziamenti perseguono finalità molto più ampie. Turismo, cultura e sostegno alle imprese possono avere valore, ma ciascun intervento deve essere collegato a un risultato atteso. Un aumento dei visitatori non dimostra che sia diventato più semplice frequentare una scuola o ricevere assistenza sanitaria.

Per conseguire questi risultati servono anche personale, organizzazione e risorse per la gestione. I piccoli comuni sono spesso sprovvisti di tecnici in grado di seguire programmi complessi. Questo fatto strutturale rischia di penalizzare proprio i territori con maggiori bisogni.

Su questo limite può intervenire una collaborazione stabile tra università. È il potenziale di RISE, la Rete Interuniversitaria delle Aree Interne del Sud: condividere competenze e strumenti di analisi, confrontare esperienze e rendere disponibili agli enti più piccoli formazione e valutazione indipendente. Lo scambio di buone pratiche acquista valore quando permette di capire perché un intervento ha funzionato e a quali condizioni possa essere applicato altrove.

Ripartire dagli obiettivi significa stabilire quale ostacolo rimuovere, per quali persone, entro quando e come verificarlo. Se la distanza dai servizi giustifica l’intervento, il miglioramento dell’accesso deve trovare una corrispondenza riconoscibile nella spesa. Una politica territoriale deve rendere conto del miglioramento prodotto rispetto al bisogno che ne ha giustificato il finanziamento.

Giuliano Resce – Professore di Economia Politica Università degli Studi del Molise e PI instant analytics




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