#Finsubito news – Il Sud che non si arrende: dai vicoli della Sanità al parallelo con la storia di Bari Vecchia. Ecco la rivoluzione di chi sceglie di restare


Ci sono luoghi che sembrano condannati a essere raccontati sempre nello stesso modo. Con le parole di un’emergenza, con le fotografie del degrado, con i numeri dello spopolamento e le storie di chi è partito perché restare non era un’opzione. E poi ci sono luoghi che, a un certo punto, decidono di cambiare racconto. Non cancellando le ferite, ma provando a trasformarle in possibilità. Il Rione Sanità, nel cuore di Napoli, è uno di questi.

Giovedì 5 novembre, mentre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella celebrava a Napoli i vent’anni della Fondazione con il Sud, il Mezzogiorno si trovava davanti a una fotografia che tiene insieme due realtà apparentemente inconciliabili: da una parte il rischio di perdere quasi 7,4 milioni di abitanti entro il 2080, dall’altra un patrimonio di energie, esperienze e comunità che continua a cercare strade per non arrendersi.

La giornata di Sud Vivo. 20 anni con il Sud è partita dal Complesso monumentale di Donnaregina, con la presentazione del rapporto sulla sfida demografica e il lancio della campagna partecipativa Sud Vivo. Ma è stato nel pomeriggio, camminando tra i vicoli della Sanità, che quelle riflessioni hanno trovato una geografia precisa, volti e voci.

Perché qui la restanza non è uno slogan. È una scelta quotidiana. È la decisione di ragazzi e ragazze che hanno scelto di non abbandonare il quartiere in cui sono cresciuti, di recuperare luoghi dimenticati, di trasformare chiese chiuse, catacombe e antiche cave di tufo in occasioni di lavoro. E soprattutto di dimostrare che il Sud può essere anche il posto in cui costruire il proprio futuro.

Mattarella e il diritto di restare: una questione nazionale

La mattinata istituzionale ha consegnato alla celebrazione del ventennale una riflessione che va ben oltre i confini campani. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha richiamato il diritto dei giovani a scegliere liberamente il proprio futuro, senza essere costretti a lasciare la propria terra per trovare opportunità altrove.

«Chi nasce nel Meridione possa scegliere liberamente di restarvi, possa tornarvi se ha fatto esperienza altrove e chi viene da fuori possa aggiungersi (a chi torna) per arrivare qui. Questa è una chiave di sviluppo per l’intero Paese, è interesse nazionale dell’Italia», ha sottolineato il Capo dello Stato.

Parole che si intrecciano con i dati del rapporto Sud Vivo. La sfida demografica come risorsa nazionale, promosso dalla Fondazione con il Sud e curato da Francesco Izzo e Fabrizio Minnella. La fotografia è preoccupante: tra il 2001 e il 2023 il Mezzogiorno ha perso circa 730mila residenti, mentre oltre 220mila giovani sono emigrati all’estero tra il 2011 e il 2024. Se le tendenze attuali dovessero proseguire, la popolazione meridionale potrebbe passare dagli attuali 19,7 milioni a 12,3 milioni di abitanti entro il 2080.

Ma il rapporto non è soltanto un catalogo di criticità. Accanto alle partenze racconta un Sud che cresce: negli ultimi anni il Mezzogiorno ha registrato un incremento cumulato del 9,5%, superiore alla media nazionale. Quasi 50mila le organizzazioni del Terzo settore iscritte al Runts, circa 3.500 le startup innovative.

Il problema, dunque, non è l’assenza di energie. È la difficoltà di trasformarle in prospettive stabili, lavoro dignitoso, servizi e occasioni di crescita.

«Quanti lavorano a questo scopo svolgono un ruolo prezioso nella nostra comunità nazionale», ha detto Mattarella, riconoscendo il valore delle esperienze nate intorno al Terzo settore e dell’attività svolta dalla Fondazione con il Sud, guidata dal presidente Stefano Consiglio.

Un messaggio che trova nella Sanità una delle sue dimostrazioni più concrete.

Rione Sanità, dove i giovani hanno riaperto le porte del futuro

Il pomeriggio comincia da San Giovanni a Carbonara. Da qui il gruppo di giornalisti attraversa il quartiere accompagnato dai referenti della Fondazione e dai ragazzi delle cooperative sociali La Paranza e La Sorte. Non sono guide turistiche nel senso tradizionale del termine: sono giovani che quei vicoli li conoscono da sempre, che in quelle strade sono cresciuti e che hanno deciso di diventare protagonisti della loro trasformazione.

La storia comincia nel 2006, con l’intuizione di Padre Antonio Loffredo e la nascita della Cooperativa La Paranza. L’idea era semplice quanto rivoluzionaria: utilizzare il patrimonio storico e artistico del quartiere per generare lavoro, inclusione e nuove opportunità. Non considerare la cultura un lusso, ma una risorsa economica e sociale.

Vent’anni dopo, quella scommessa ha cambiato il volto della Sanità. La valorizzazione delle catacombe e dei monumenti ha attirato visitatori, creato occupazione e alimentato un circuito di economia sociale. Oggi sono oltre 130 i giovani coinvolti nelle attività culturali e turistiche legate a questa esperienza.

La particolarità del modello sta anche nella sua filosofia: non massimizzare i profitti, ma reinvestire la ricchezza prodotta nella comunità. Il patrimonio non diventa soltanto una destinazione da visitare, ma uno strumento attraverso cui un territorio può riappropriarsi della propria identità.

Il risultato è un effetto moltiplicatore. Dall’esperienza della Paranza è nata, nel 2024, La Sorte, prima Cooperativa di Comunità di Napoli. Un altro pezzo di quartiere che si organizza, crea servizi e costruisce occasioni di partecipazione.

È questa la differenza tra una rigenerazione calata dall’alto e una trasformazione che nasce dal basso: nel secondo caso non sono soltanto gli edifici a cambiare destinazione. Sono le persone a cambiare prospettiva.

Le capuzzelle e la memoria che torna a vivere

La prima grande tappa è il Cimitero delle Fontanelle, un luogo che a Napoli non è semplicemente un ossario. È un pezzo di memoria collettiva, un intreccio di storia, fede popolare e ritualità che attraversa i secoli.

Nell’antica cava di tufo, estesa per circa tremila metri quadrati, riposano i resti di migliaia di persone. Molti arrivarono qui dopo le grandi epidemie di peste del 1656 e di colera del 1836, altri perché non potevano permettersi una sepoltura dignitosa. Un luogo nato dalla necessità, diventato nel tempo uno degli spazi più particolari della devozione napoletana.

È qui che si è sviluppato il rito delle anime pezzentelle. I fedeli adottavano un teschio, una capuzzella, prendendosene cura e pregando per l’anima del defunto. In cambio chiedevano protezione, una grazia, talvolta persino i numeri da giocare al lotto. Se il desiderio veniva esaudito, la devozione aumentava; se la grazia non arrivava, il teschio poteva essere abbandonato per sceglierne un altro.

Una tradizione che racconta il rapporto profondissimo tra Napoli, i suoi morti e la sua comunità. E che oggi torna accessibile grazie alla riapertura stabile del sito, nell’aprile 2026, attraverso un partenariato pubblico-privato tra Comune di Napoli, Cooperativa La Paranza e Fondazione con il Sud.

Il recupero ha significato mettere in sicurezza i percorsi, rinnovare gli impianti e affidare la gestione ai giovani del quartiere. Ma soprattutto restituire alla città un luogo della propria identità. La memoria, qui, non è qualcosa da conservare sotto una teca. È una risorsa viva, capace di generare nuove possibilità.

Sotto la basilica, la scommessa che ha cambiato tutto

Poco distante, la Basilica di Santa Maria della Sanità custodisce un altro capitolo di questa storia. La discesa nelle Catacombe di San Gaudioso porta il visitatore in un mondo sotterraneo in cui si incontrano le testimonianze paleocristiane del V e VI secolo e gli ambienti seicenteschi legati al particolare rito della scolatura dei corpi.

È uno dei luoghi da cui ha preso forma la scommessa della Paranza. La valorizzazione del patrimonio ipogeo ha permesso di trasformare uno spazio poco conosciuto in una destinazione culturale, capace di richiamare visitatori e creare occupazione.

Il tour restituisce il senso di un percorso che non si è esaurito con il recupero di un monumento. Le catacombe hanno rappresentato un punto di partenza, un modello replicabile, la dimostrazione che anche nei quartieri considerati periferici possono nascere professionalità, imprese e nuove competenze.

La rigenerazione, in questo caso, non ha significato trasformare la Sanità in qualcosa di diverso da ciò che era. Ha significato restituire valore a quello che già possedeva, consentendo ai suoi abitanti di riconoscersi in un patrimonio che prima sembrava appartenere soltanto al passato.

Dalla Chiesa Blu a Jago: la bellezza come presidio sociale

Il percorso prosegue verso Santa Maria Maddalena ai Cristallini, conosciuta come la Chiesa Blu. Dopo decenni di abbandono, la chiesa è stata recuperata nell’ambito delle esperienze sostenute dalla rete della Fondazione di Comunità San Gennaro e oggi è gestita dai giovani della cooperativa La Sorte.

Il colpo d’occhio è immediato: le pareti azzurre, intense, trasformano la navata in uno spazio luminoso, quasi sospeso tra memoria e contemporaneità. Un edificio che sembrava destinato a scomparire torna a essere un luogo aperto, vissuto, attraversato dalla comunità.

È una tappa che racconta anche il passaggio di testimone tra esperienze diverse. La Paranza ha aperto una strada, La Sorte dimostra che quella strada può essere percorsa da altri giovani, con nuove idee e nuovi progetti.

L’ultima fermata è la chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, oggi Jago Museum. L’edificio barocco, recuperato attraverso il progetto LUCE al Rione Sanità, sostenuto dalla Fondazione con il Sud, ospita il laboratorio e le monumentali opere in marmo dello scultore Jago.

Qui il dialogo tra passato e futuro diventa quasi fisico. Le architetture antiche accolgono l’arte contemporanea, le sculture attirano visitatori da tutto il mondo, una chiesa restituita alla città diventa un luogo di produzione culturale.

Il messaggio finale del tour è forse proprio questo: la rigenerazione non consiste soltanto nel recuperare ciò che si è perduto. Significa mettere un territorio nelle condizioni di produrre qualcosa di nuovo.

Sanità e Bari Vecchia, due Sud che si somigliano

Camminando tra i vicoli della Sanità, il pensiero corre inevitabilmente a un altro quartiere meridionale che negli ultimi anni ha conosciuto una trasformazione profonda: Bari Vecchia.

Le distanze storiche, urbanistiche e sociali sono evidenti, ma esiste un filo che lega i due luoghi. Entrambi hanno dovuto fare i conti con un’immagine pubblica a lungo associata alla marginalità, alla criminalità e a una presunta impossibilità di riscatto. Entrambi hanno provato a riscrivere quella narrazione attraverso la cultura, il turismo, le attività economiche e il protagonismo delle comunità.

A Bari Vecchia, i vicoli che si aprono intorno alla Basilica di San Nicola, le piazze, gli archi e le strade delle signore che preparano le orecchiette sono diventati negli anni un richiamo per visitatori italiani e stranieri. La città antica, anche grazie alla sua esposizione cinematografica e televisiva, è entrata nell’immaginario turistico nazionale. Ristoranti, locali, attività ricettive e nuove imprese hanno contribuito a trasformare il borgo in uno dei cuori pulsanti della città. Ma come alla Sanità, anche qui la rinascita non è una storia a lieto fine già scritta. L’espansione della movida e degli interessi economici si è intrecciata con tensioni criminali mai del tutto sopite. Le vicende dei clan, gli episodi di violenza, le tensioni esplose tra la primavera e l’estate del 2026 ricordano che la riqualificazione urbana non coincide automaticamente con la rigenerazione sociale. Un quartiere può diventare una destinazione turistica senza che tutti i suoi abitanti ne traggano beneficio. Può riempirsi di visitatori e continuare a fare i conti con fragilità profonde.

La storia di Michele Fazio, il sedicenne ucciso nel 2001, rimane una ferita e insieme un simbolo della reazione civile di Bari Vecchia alla presenza della criminalità organizzata. È qui che il confronto con Napoli diventa particolarmente interessante. La sfida non è soltanto aprire monumenti, attirare visitatori o aumentare il valore economico di un quartiere. È fare in modo che la trasformazione appartenga prima di tutto a chi lo abita. 

Alla Sanità, il protagonismo delle cooperative ha costruito un modello nel quale i giovani del territorio sono anche i lavoratori, gli imprenditori sociali e i custodi del patrimonio recuperato. A Bari Vecchia la sfida è consolidare una crescita che non lasci spazio a nuove forme di esclusione, restituendo ai residenti la possibilità di vivere il proprio quartiere senza subirne le contraddizioni.

Due esperienze diverse, dunque, ma una domanda comune: chi beneficia davvero della rinascita del Sud?

Puglia e Basilicata, la sfida di trasformare le idee in progetti

È una domanda che riguarda da vicino anche la Puglia e la Basilicata, territori nei quali lo spopolamento assume contorni particolarmente delicati nelle aree interne, nei piccoli comuni e nei centri montani.

A margine della giornata napoletana, Marco Imperiale, direttore della Fondazione con il Sud, ha richiamato l’attenzione su una questione decisiva: la capacità di sostenere le tante energie che arrivano dai territori, ma che troppo spesso non riescono a trovare le risorse necessarie per trasformarsi in progetti concreti.

Il dato emerso dal bando Riabitare il Sud è emblematico: su 57 proposte presentate, soltanto quattro sono state finanziate. Una percentuale di circa l’8%, in linea con la capacità media della Fondazione di rispondere alle richieste che riceve.

«La Fondazione con il Sud riesce mediamente a soddisfare una percentuale compresa tra il 5 e il 10% delle proposte che arrivano. Riabitare il Sud ha confermato questo dato», ha spiegato Imperiale.

Dietro quella percentuale, però, c’è un problema che va oltre la selezione dei progetti. «Non riusciamo a rispondere al bisogno, alla domanda né in termini quantitativi né in termini qualitativi», ha ammesso, sottolineando come le candidature abbiano richiesto anche un importante lavoro di costruzione di reti territoriali tra soggetti pubblici e privati.

Il punto, adesso, è evitare che le proposte rimaste fuori dal finanziamento si trasformino in occasioni perdute. La Fondazione intende cercare nuove alleanze, coinvolgendo fondazioni private, imprese, istituzioni e amministrazioni pubbliche, per portare ulteriori risorse sui territori e valorizzare il patrimonio progettuale già costruito.

Un passaggio che riguarda direttamente le due regioni. Puglia e Basilicata hanno espresso una partecipazione significativa, con una particolare vivacità delle candidature lucane, anche perché l’iniziativa era rivolta alle aree interne e ai territori montani o più isolati.

«In Puglia, in Basilicata, come sempre perché sono delle regioni molto vivaci, come tutte le regioni del Sud, è arrivata una parte consistente di queste domande, in particolare dalla Basilicata», ha osservato Imperiale.

I Monti Dauni, in Puglia, e i piccoli centri dell’entroterra lucano rappresentano territori nei quali la perdita di popolazione non è soltanto una questione statistica. Significa scuole che rischiano di chiudere, servizi che si allontanano, attività economiche che scompaiono e comunità che faticano a mantenere viva la propria identità. La prospettiva è quella di coinvolgere direttamente le Regioni, sfruttando l’esperienza maturata con Riabitare il Sud per stimolare nuove progettualità e costruire strumenti di collaborazione capaci di ampliare le risorse disponibili. «Noi siamo disponibili, è proprio la nostra missione, la nostra natura. Lo spirito di alleanza è quello che ci caratterizza fin dalla nascita», ha assicurato il direttore della Fondazione.

E il messaggio rivolto ai presidenti delle due Regioni è esplicito: aprire un dialogo per trasformare le proposte in interventi finanziabili e duraturi. «Non solo è possibile, ma è quasi necessario un obbligo politico e morale rispondere alla richiesta di sostegno e di supporto che proviene da questi territori».

Un passaggio importante, soprattutto perché sposta il discorso dal semplice finanziamento dei singoli progetti alla costruzione di una strategia territoriale. Non basta selezionare le idee migliori se poi non esistono risorse sufficienti per accompagnarle. E non basta chiedere ai piccoli comuni di fare rete se le istituzioni non sono disponibili a partecipare a quella stessa rete.

Tornare, restare, arrivare: il Sud come possibilità

Il ventennale della Fondazione con il Sud si chiude con una consapevolezza: il Mezzogiorno non ha bisogno soltanto di essere raccontato attraverso ciò che gli manca. Ha bisogno di strumenti per valorizzare ciò che possiede e per trasformare le energie delle comunità in opportunità concrete.

Il rapporto Sud Vivo individua quattro direttrici: nascere, restare, tornare, arrivare. Quattro verbi che sintetizzano una sfida demografica, economica e culturale. Perché contrastare lo spopolamento non significa convincere i giovani a restare a ogni costo, né negare il valore delle esperienze maturate altrove. Significa permettere loro di scegliere. Di partire senza essere costretti, di tornare senza dover rinunciare alle proprie competenze, di costruire qualcosa nel luogo in cui sono nati.

La Sanità, con le sue catacombe, le chiese recuperate e le cooperative nate dal basso, dimostra che questa possibilità esiste. Bari Vecchia racconta quanto sia complesso difendere una rinascita dalle contraddizioni della crescita e dalle vecchie fragilità. I Monti Dauni e i paesi della Basilicata pongono invece la questione di come evitare che territori meno visibili, lontani dai grandi flussi turistici, restino fuori dalle occasioni di sviluppo.

Nel corso della giornata sono tornati anche i numeri dei vent’anni della Fondazione: oltre 2mila iniziative sostenute, circa 4.500 inserimenti lavorativi e 57 monumenti valorizzati. Numeri che, nel pomeriggio, hanno smesso di essere statistiche per diventare luoghi, volti, storie.

Il Sud Vivo, allora, è soprattutto questo: non una terra immobile in attesa di essere salvata, ma un insieme di comunità che provano a salvarsi da sole, chiedendo alle istituzioni di non lasciarle sole.

A Napoli, tra le capuzzelle delle Fontanelle e il marmo delle sculture di Jago, la parola restanza ha trovato una forma concreta. In Puglia e in Basilicata aspetta di diventare una nuova stagione di progetti, alleanze e occasioni. Perché il vero riscatto del Mezzogiorno non sarà quando nessuno partirà più. Sarà quando nessuno sarà costretto a farlo.


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