Il disegno di legge di Bilancio 2027 concluderà l’iter di approvazione parlamentare entro il 31 dicembre. Più di una semplice manovra, insieme alle precedenti leggi di bilancio del governo, è il manifesto politico del governo dell’economia di Giorgia Meloni. Dietro la prudenza di molte scelte obbligate e fortemente orientate, è evidente la cultura conservatrice che lo ispira, al servizio della stabilità contabile e in difesa dell’identità sociale nazionale. L’esecutivo sceglie la linea della prudenza, con l’obiettivo primario di disinnescare la procedura UE di deficit eccessivo e rassicurare i mercati. I margini, d’altronde, sono quasi interamente assorbiti dai rinnovi obbligati delle misure in scadenza. Il risultato è una manovra snella, da 26 miliardi, circa l’1% del PIL, anche se abbastanza frammentata.
I principali capitoli di spesa sono la stabilizzazione del taglio del cuneo fiscale, la rimodulazione IRPEF per i redditi fino a 55.000 euro e qualche microincentivi per gli under 35. Per le imprese sono stanziati solo 2,3 miliardi di investimenti in tre anni, divisi tra la super-deduzione del costo del lavoro al 120% e Zes Unica. Per le pensioni, si naviga a vista con la proroga dell’Ape sociale e un nuovo freno alle rivalutazioni. Questa estrema cautela è apprezzata all’estero. I mercati finanziari e le agenzie internazionali, da Reuters a Bloomberg, promuovono la prudenza fiscale e la capacità del governo di sterilizzare il rischio di un «contagio» dalla crisi politica francese. Le valutazioni sono molto diverse sul fronte interno, dove l’impianto della manovra è bocciato senza appello dal fuoco incrociato di opposizioni, sindacati, associazioni di categoria, Caritas e media lontani dall’area di governo. L’accusa è netta: la manovra è «iniqua», perché taglia 7.000 posti nella scuola tra docenti e Ata, non mette abbastanza soldi in sanità per coprire il costo dell’inflazione e dimentica il contrasto alla povertà. Ma la barriera difensiva della manovra deve fare i conti anche con la realtà di un’economia interna che ha azzerato la crescita nel terzo trimestre del 2026, con il PIL allo 0,0%, mentre la nuova fiammata dei costi energetici ha riportato l’inflazione annua a un preoccupante +5,4%. Non è solo un problema italiano: la crisi ha inceppato lo storico motore di crescita europea franco-tedesco. La Germania, priva delle forniture di gas russo a basso costo, è in stagnazione e frena l’intera catena di fornitura, tra cui il mercato italiano. Parallelamente, la Francia è paralizzata dall’alto deficit e dalle tensioni sulla legge di bilancio.
In questo scenario di tempesta perfetta, la scelta del «rigorismo protettivo» del governo serve a mettere in sicurezza i saldi di cassa, il risparmio nazionale e le filiere strategiche. Anche il congelamento delle privatizzazioni, sostituite da cessioni parziali di quote di minoranza in Poste e Mps, risponde alla logica di fare cassa senza cedere quote di sovranità. Il problema è che questa impostazione, pur evitando le «mancette elettorali», contestate dal leader di Confindustria Emanuele Orsini, continua ad eludere o ad affrontare marginalmente il principale problema strutturale dell’Italia: lo stallo trentennale della produttività del lavoro, ferma da trent’anni. Secondo le statistiche OCSE, l’Italia è il fanalino di coda delle economie avanzate: mentre i salari reali dell’area sono cresciuti del 35% in 35 anni, in Italia hanno perso potere d’acquisto per 1,6%. La storia economica insegna che gli stipendi non aumentano in via strutturale per decreto o con sgravi contributivi temporanei, ma solo se aumenta il valore prodotto da un’ora di lavoro.
Il dibattito si sposta sul piano politico. Questa manovra è solo una tappa transitoria nella traiettoria storica del centrodestra italiano, che sogna ancora la rivoluzione liberale promessa da Silvio Berlusconi nel 1994, o certifica la cesura definitiva verso una destra di governo sociale e corporativa? La realtà descrive una transizione graduale e pragmatica. Un tentativo di costruire un liberismo «laico» capace di attutire i costi sociali nel breve periodo, preparando il terreno per le riforme strutturali attraverso la nuova architettura istituzionale del premierato. Guardando all’esperienza europea, esistono paesi periferici dell’Eurozona che crescono a ritmi sostenuti sostenuti senza applicare ricette dogmatiche, ma adattando gli strumenti al proprio tessuto nazionale, una volta escluso il fisiologico boom da catch-up tecnologico dei paesi dell’Est. La Spagna ha reso strutturale la sua crescita unendo le tutele del lavoro all’attrazione di investimenti; l’Irlanda è in espansione da un decennio come hub globale dell’economia immateriale; la Danimarca difende la sua competitività flessibile con il modello di flexicurity, accostando la libertà di licenziamento a una spesa pubblica imponente per la formazione e ammortizzatori sociali.
Se l’Italia vuole imitare questi successi legati all’alta produttività, deve cambiare strada. Come spiega il premio Nobel per l’Economia Daron Acemoglu, la prosperità e la «distruzione creatrice» nascono solo dentro istituzioni inclusive, capaci di garantire la certezza del diritto e premiare il talento. Servirebbero riforme d’urto, anche se graduali: il silenzio-assenso per l’apertura delle imprese, tempi certi per la giustizia civile, il potenziamento dei contratti di rete per fare scala. E poi un taglio drastico delle tasse, finanziato attraverso il project financing e i voucher per gestire scuole, ospedali e infrastrutture inefficienti, affiancato da uno scudo fiscale che tolga convenienza economica all’evasione, secondo la lezione dell’economista Gary Becker della Scuola di Chicago. Il punto di caduta, però, non è normativo, ma culturale. Nessuna riforma liberale può attecchire su una società assuefatta al paternalismo di Stato e all’assistenzialismo. Finché un elettorato sfiduciato chiederà bonus e micro-sussidi, la politica risponderà con piccoli favori elettorali. La stabilità del consenso a breve termine sta cannibalizzando il futuro del Paese. La bussola di Luigi Einaudi resta la più potente: «Il mercato dove possibile, lo Stato dove serve». Per ritrovare la produttività serve una sola precondizione: liberare la gestione dei beni pubblici dalla palude del consenso partitico, scommettendo sul merito e sulla trasparenza delle regole. Solo cambiando la cultura economica sarà spezzato questo circolo vizioso, restituendo dignità alla partecipazione politica.
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