“Vietato chiedere soldi con la faccia dei poveri”: la stretta del Burkina Faso sulle Ong 


Lo scopo no, non giustifica i mezzi: mostrare povertà, sofferenza e degrado non va bene neanche se è “a fin di bene“. Ovvero, se serve per raccogliere fondi a scopi umanitari.

In estrema sintesi, è quanto prevede il decreto approvato lo scorso 2 luglio dal Consiglio dei ministri del Burkina Faso, guidato dal capitano Ibrahim Traorè.

Il testo vieta alle organizzazioni non governative e agli enti umanitari attivi nel Paese di ritrarre i beneficiari degli aiuti in modo giudicato degradante, in particolare nell’atto di ricevere donazioni. 

Nel mirino c’è – o almeno così sembrerebbe – quello che, nel dibattito internazionale sulla comunicazione umanitaria, viene definito “poverty porn“: il bambino scalzo, scheletrico o dal ventre gonfio, fotografato mentre riceve un sacco di riso; o la fila di persone in attesa davanti a un furgone con il logo dell’ong bene in vista: immagini pensate per suscitare compassione immediata e sollecitare la donazione, spesso in assenza di un reale consenso informato da parte di chi viene fotografato.

Una sensibilità rispetto a questo tema in realtà già esiste ed è condivisa da molte organizzazini e reti umanitarie internazionali, che negli ultimi anni hanno adottato codici di condotta, in una chiave di “decolonizzazione degli aiuti“.

Il decreto però si inserisce in un contesto più ampio e complesso: il Burkina Faso è infatti guidato da una giunta militare – insediatasi dopo il colpo di Stato del settembre 2022 – che negli ultimi mesi ha impresso una stretta sempre più marcata sulla società civile e sul mondo delle ong: dalla fine dello scorso anno le ong devono richiedere un “visto statistico” prima di condurre ricerche o sondaggi sul campo, mentre ad aprile sono state sciolte 118 organizzazioni e associazioni attive nel Paese, tra sanità, azione sociale e diritti umani.

Anche l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, sospeso a inizio anno, chiuderà le proprie attività nel Paese entro il 30 novembre. 

Intanto, la situazione della popolazione è drammatica: secondo le stime della Commissione europea, nel 2026 circa 4,5 milioni di persone in Burkina Faso avranno bisogno di assistenza umanitaria, oltre 1,6 milioni necessiteranno di aiuti alimentari d’emergenza a causa del conflitto in corso contro i gruppi jihadisti, degli sfollamenti interni e delle condizioni climatiche avverse. 

Le stesse organizzazioni internazionali segnalano crescenti difficoltà operative, tra restrizioni agli spostamenti, rischi di sicurezza e la richiesta di un coordinamento sempre più stretto con l’amministrazione statale.

A raccontarci la situazione e commentare l’ultima decisione del governo è don Luca Barone, presidente di Missioni Don Bosco ets, la cui rete salesiana è presente in Burkina Faso da 33 anni.

Come valutate la decisione del governo del Burkina Faso di ridurre l’esposizione della povertà nelle comunicazioni delle organizzazioni umanitarie?

In Burkina Faso c’è una presenza dei miei confratelli salesiani da 33 anni. Non hanno mai avuto motivi di contrasto con l’amministrazione pubblica, la loro attività si è sviluppata sia nella capitale, Ouagadougou – con un oratorio e un centro giovanile – sia a Bobo-Dioulasso con le stesse attività e inoltre la parrocchia, una casa di accoglienza, un centro di alfabetizzazione e la scuola professionale.

Penso che non avranno difficoltà ad accogliere il principio di rispetto delle situazioni di povertà nel Paese perché è quanto è già alla base del loro approccio con la popolazione e in particolare con i più piccoli.

Il tema del “poverty porn” interpella e chiama in causa le organizzazioni umanitarie: credete che sia opportuna, in Burkina Faso e non solo, una riflessione su questo? Si è mai aperto un dibattito? In che termini?

Non siamo in condizioni di poter considerare quanto le nuove disposizioni sulla realizzazione e diffusione di immagini irrispettose della dignità e della riservatezza delle persone dipendano da un malcostume generalizzato nel Paese. Ma anche solo pochi casi che siano potuti accadere sarebbero sufficienti a giustificare il richiamo del governo di Ouagadougou.

Qual è la vostra politica rispetto all’esposizione della sofferenza delle persone nelle comunicazioni volte alla raccolta fondi?

I missionari salesiani, insieme a Missioni Don Bosco e gli altri partner di ispirazione salesiana, hanno sempre documentato – in ogni Paese in cui operano – usi e costumi locali, con la consapevolezza delle persone ritratte e con l’obiettivo di far conoscere le differenze.

Ma hanno sempre avuto la delicatezza di scegliere la rappresentazione migliore dei ragazzi e delle loro famiglie. Una rappresentazione che segue il principio del rispetto della dignità e della riservatezza di ogni persona.

Ragazzi del Burkina Faso della missione salesiana.

Credete che ridurre l’esposizione della povertà possa avere un impatto negativo sul sostegno che le organizzazioni ricevono?

Chi punta su scene drammatiche e situazioni estreme per sollecitare la pietà dei suoi interlocutori in Italia forse segue logiche che cercano un risultato immediato di sostegno economico.

Noi, con i nostri confratelli, cerchiamo anzitutto di evidenziare le capacità delle comunità, delle loro strutture, di operare con i mezzi che hanno per prevenire e risolvere le emergenze e per curare le disparità sociali.

Lo stiamo vedendo anche nel presente dei terremoti in Venezuela: la popolazione reagisce, è per le strade per portare soccorso a chi si trova senza casa e senza cibo. Lo vediamo proprio con i giovani che frequentano i nostri oratori e parrocchie, che si sono mobilitati subito e con capacità organizzative.

La nostra opinione pubblica se sembra divaricarsi su tutto, riesce tuttavia a percepire la realtà ed è disposta più volentieri ad aiutare chi sa innescare processi di riscatto. La comunicazione dovrebbe sempre aiutare a tenere la percezione delle situazioni di povertà ed indigenza nel mondo su questa linea.

Mostrare la sofferenza ha, dal vostro punto di vista, un valore informativo e di documentazione? O è funzionale soprattutto a suscitare empatia e solidarietà?

La sofferenza va raccontata, quando serve anche con le immagini: ma pensiamo che linguaggio scritto e visivo debbano sapersi vestire di rispetto delle persone di cui si parla.

Pensiamo all’efficacia di immagini come quella di Alan Kurdi, il bambino siriano approdato esanime sulle spiagge turche nel 2015. Cosa c’era di più drammatico in quello scatto fotografico che lo riprese riverso?

Tuttavia, l’abilità dell’autrice rese quell’immagine capace di creare una immediata immedesimazione nel dolore del padre sopravvissuto e la solidarietà con tutti i siriani in fuga dalla guerra. «C’è qualcosa in quell’immagine. Dio ha acceso la luce su di essa per svegliare il mondo» disse la zia di Alan.

Nessuna offesa alla persona, nessuna speculazione sul dolore di un popolo. Perché si trattava di una fotografia non crudele, bensì ispirata come una poesia. Non a caso, forse, perché la fotocamera era in mano a una donna.

Quadro di Safet Zec, ispirato alla foto di Alan Kurdi scattata da Nilüfer Demir

E quell’immagine ispirò artisti e suscitò iniziative: anche di Missioni Don Bosco Ets, che nel 2019 ospitò nella basilica di Maria Ausiliatrice la mostra delle opere di Safet Zec con un grande quadro proposto alla vista e alla riflessione che si richiamava a quella fotografia di Nilüfer Demir.

Foto apertura: bambine del Burkina Faso (da archivio di Missioni Don Bosco). Foto interne fornite da Missioni Don Bosco

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 Chiara Ludovisi

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