Quando le chiedo di maranza e maranzine, lei mi parla di guerre. Nessun paragone apocalittico, né evocazione di guerriglie urbane accodandosi al clima crescente di allarmismo e di svolte securitarie: tutto al contrario. Non nasconde i problemi legati alla violenza di adolescenti e giovanissimi, spesso stranieri, di seconda generazione, minori non accompagnati: ma la contestualizza. Una violenza della strada, legata all’abuso di droghe e psicofarmaci, spesso a storie di violenza subita prima che agita. E come in guerra, lei sceglie di raccontare i testimoni: quelli che sono “sul campo”. Il livello in cui quando ci scendi, delle persone vedi il volto, il nome, le storie. E pure le ferite.
Gabriella Simoni da oltre trent’anni racconta guerre, conflitti e mondi difficili. Sulla linea del fronte come nelle periferie. Nel podcast Quei cattivi ragazzi (Chora Media) ha raccontato le storie di giovanissimi alle prese con la giustizia minorile e ora, nel libro Non solo maranzine (Il Margine), sposta il faro sulle ragazze. Perché, spiega, «dei ragazzi “cattivi” prima o poi qualcuno si occupa. Le ragazze invece restano invisibili persino quando gridano, persino quando crollano, persino quando chiedono aiuto nel solo modo che conoscono».
Dei ragazzi “cattivi” prima o poi qualcuno si occupa. Le ragazze invece restano invisibili persino quando gridano, persino quando crollano, persino quando chiedono aiuto nel solo modo che conoscono
Gabriella Simoni, giornalista
Sono undici storie potenti, da leggere anche quando fanno male. Da leggere proprio nei giorni in cui il Governo approva un nuovo disegno di legge sulla sicurezza con una ulteriore stretta sui minori che delinquono, sui fenomeni di violenza di gruppo, sulla movida e sui maranza.
Undici storie, undici vite
Nel libro Simoni racconta di Flor, che ha trovato la forza di denunciare un padre che la picchiava e per punizione poi la lasciava tutta la notte legata a un termosifone. C’è Gaia, che vive in strada per mesi, con una banda di ragazzini che le obbediscono come soldati per la fama di violenza che si è conquistata: ha un tatuaggio con la scritta “Scusa papà”, perché quel padre che si era fatto 14 anni di carcere e che poi era stato ucciso da uno che voleva la sua dose di droga fuori da un ristorante, aveva messo da parte i soldi per far fare alla sua bambina una vita diversa e glielo aveva fatto promettere… Ma la promessa lei non è riuscita a mantenerla.
C’è la ragazza delle sneakers verdi, che ha iniziato a dormire in strada a 14 anni, che ha provato tutte le droghe, che nei dormitori della Caritas non ci poteva andare perché era minorenne, che ha imparato a lavarsi alle fontanelle dei giardini pubblici per rendersi presentabile e trovare qualche lavoretto come cameriera: sta ancora cercando quell’uomo che una mattina, a Torino, in un giorno come tanti altri, l’ha vista, le ha parlato, le ha comprato un panino e un paio di sneakers verdi. «Lì ho capito che esistono anche persone buone», ha raccontato a Gabriella: e tanto le è bastato per cambiare.
Un libro «che ascolta e non giudica, perché se non ascoltiamo queste ragazze perdiamo loro ma perdiamo anche qualcosa di noi», scrive l’autrice nella prefazione.

Gabriella, cominciamo dall’inizio. Perché in questo momento pensa sia tanto importante andare “sui fronti” delle nostre città e rimettere al centro le storie degli adolescenti, del loro disagio e anche della loro violenza?
Io mi occupo di guerre da tanti anni e interpreto il senso del nostro mestiere come uno “stare sul campo”. Quando non sono in guerra, mi piace andare sui nostri fronti, le nostre frontiere, i nostri mondi difficili, che non mancano. “Raccontare storie” è la chiave del mio lavoro: non mi interessa raccontare la guerra con gli occhi di che ne parla considerandosi un protagonista, preferisco raccontarla con gli occhi di chi ne è un testimone, perché raccontare una casa che brucia è diverso dal vivere dentro una casa che sta bruciando e cercare di uscirne. Se c’è una cosa che ho imparato in tanti anni, è che le cose viste da lontano fanno sempre più paura. Se ci vai in mezzo, cambia tutto. Mi è successo con il terrorismo, con le guerre, con le nostre periferie… Se ci entri dentro, se conosci le persone, gli educatori, se rimani… allora capisci. Dove il verbo importante è “rimanere”. Se parliamo di maranza e maranzine, per esempio, i ragazzi e le ragazze che ho incontrato hanno molta più paura di quanto ci facciano paura.
Se c’è una cosa che ho imparato in tanti anni, è che le cose viste da lontano fanno sempre più paura. Se ci vai in mezzo, cambia tutto. Mi è successo con il terrorismo, con le guerre, con le nostre periferie… Se parliamo di maranza e maranzine, per esempio, i ragazzi e le ragazze che ho incontrato hanno molta più paura di quanto ci facciano paura.
E cos’è che finalmente si vede, se riusciamo a metterci al livello delle biografie?
Capisci che questi ragazzi sono molto più fragili di quel che appare e di quanto pensiamo. C’è un enorme problema con gli psicofarmaci, sostanze che alterano la mente: non è più solo è la cocaina e ti brucia o la canna che ti addormenta. È ovvio che se un gruppo di adolescenti sta devastando tutto a Garibaldi, per fare un esempio, i poliziotti debbano intervenire e fermarli: ma da lì in avanti tutto il percorso successivo passa dal vedere le persone singole e non una massa indistinta di “maranza” o “maranzine”. Ognuno di noi vuole essere considerato per quello che è: lo stesso vale per loro. Abbiamo a che fare con persone travolte dalla violenza: la prima risposta che danno spesso è la violenza, perché è il linguaggio che conoscono e perché hanno paura. A fronte di questo dato di realtà, se decidiamo che l’unica via è la repressione, sbagliamo. La repressione da sola non ha mai portato a nulla di buono: mettere in carcere un ragazzino senza offrirgli altro, senza accompagnarlo a immaginare una possibilità di futuro diverso significa farlo sprofondare ancora di più. Il carcere è una scuola di criminalità, non lo si dice abbastanza.
Quando fermi uno di questi ragazzi e ragazze devi capire da dove nasce la violenza: dalla paura, dalla cattiveria, dalla disperazione? Che cosa vogliono? Perché sfasciano tutto? Da lì può partire un percorso che può trasformare quella persona in una risorsa.
Qual è l’alternativa, senza cadere nell’errore di fingere che non ci siano problemi?
Quando fermi uno di questi ragazzi e ragazze devi capire da dove nasce la violenza: dalla paura, dalla cattiveria, dalla disperazione? Che cosa vogliono? Perché sfasciano tutto? A volte perché hanno paura di fare paura. E questo fa una grandissima paura. Da lì può partire un percorso che possa trasformare quella persona in una risorsa. Se prendi un leader negativo e lo agganci nel modo giusto, può diventare qualcuno che porta anche altri fuori da quel mondo. È una cosa che funziona. Non dico che un educatore che ha avuto in prima persona problemi di questo tipo sia un educatore migliore: dico solo che alcuni ragazzi per cambiare hanno bisogno dell’educatore intonso, che gli fa scoprire che esiste davvero un modo di vivere completamente “altro” da quello che conosce e altri che invece hanno bisogno di sentire che l’educatore lo capisce davvero perché ha esperienze simili, perché così si rispecchiano in un percorso possibile. E quindi anche qui, che cosa fare? Dobbiamo decidere se vogliamo investire in repressione o in comunità e in educatori. Ricordando anche la paura che noi adulti abbiamo, in generale, degli adolescenti, dei loro mondi immaginari in cui si danno nomi e regole che a noi sfuggono. Anche lì tu devi metterti dentro, devi stare con loro, devi fare rete: educatori, allenatori, insegnanti, genitori, assistenti sociali, poliziotti, giudici… tutti. Gaia per esempio racconta quanto sia stato importante per lei la direttrice di un carcere: «In tutte le comunità che ho girato non trovavo aiuto e invece nell’Ipm di Pontremoli c’era una direttrice che veniva a mangiare al tavolo con noi. Mi sono detta “Beh, forse qua ho una possibilità”».


Perché un libro sulle maranzine, quindi sulla versione femminile? In cosa sono diversi il disagio e la violenza delle ragazze, rispetto al genere?
Per le ragazze è ancora più complicata fare un affondo. Quello delle adolescenti è un problema che si vede meno, perché sono meno. Ma è anche più difficile da intercettare e ancora tutto da interpretare. E le ragazze quando sono in strada, oltre a tutto il resto – la violenza della strada, delle risse, delle lame – vivono spesso anche la violenza sessuale. Del malessere adolescenziale femminile pochissimi si occupano, sono pochissime le comunità che le accolgono. Le storie che ho raccontato, per esempio, non sono arrivate attraverso le comunità ma attraverso un passaparola tra di loro, perché molte di loro non sono state nemmeno ancora intercettate. È un mondo molto complicato, variegato, multiforme, difficile da definire: mettergli sopra un’etichetta non serve a nulla. Molte comunità per esempio sono pensate per dare rifugio a ragazze che scappano dalle violenze familiari, ma ora alcune di queste ragazze praticano violenze sui loro familiari. Ci sono ragazzine giovanissime, soprattutto nella provincia, di buona società che scappano cercando il loro cattivo ragazzo e che finiscono in storie terribili. I loro genitori non sanno più cosa fare, cercano l’aiuto delle comunità… ma le comunità non ci sono.
Ci sono ragazzine giovanissime, soprattutto nella provincia, di buona società, che scappano cercando il loro cattivo ragazzo e che finiscono in storie terribili. I loro genitori non sanno più cosa fare, cercano l’aiuto delle comunità… ma le comunità non ci sono.
Nel libro c’è questa frase: «Adesso c’è la moda del ragazzo di origine araba. Marocchino, tunisino, egiziano, basta che sia un maranza. Ci sono ragazze benestanti che si drogano, fingono un dolore che non provano, odiano una società che è la loro. Parlano di rabbia e ribellione, ma non hanno idea di cosa voglia dire, di come ci si senta a essere italiane e non esserlo considerate, a sentirsi tunisina e a non avere più niente a che fare con quella terra. Loro vivono, crescono, vanno a scuola in quartieri dove a me guardano storto. Le maranzine per finta stanno rubando un’identità perché a casa loro non c’è più niente da rubare. Lasciateci almeno la rabbia. Quella è nostra».
Sì. Sono due mondi completamente diversi. C’è la ragazza che decide di essere maranza, in una sorta di emancipazione femminile dal mondo del patriarcato arabo e quella che vuole invece sentirsi “figa” perché ha un ragazzo arabo che commette reati. Che sogna di vivere una avventura “hippy 2.0” e si ritrova sui tetti dei capannoni industriali abbandonati, fra reati, droga, psicofarmaci e sballo. Sta succedendo sempre più spesso perché in questo grandissimo bisogno di affetto reale e non virtuale, in questo bisogno di sentimenti veri, si scambia la gelosia e il controllo per amore: c’è un aumento impressionante di amori tossici tra i giovanissimi.


Qual è la via che vede? Se potesse aggiungere un articolo al disegno di legge che ha presentato il Governo, da dove partirebbe?
Vedo una sola via: stare. Vedere i singoli, anziché l’etichetta. Starci vicino con preparazione. Ho a che fare con moltissimi commissari, poliziotti, processi. Vedo che i risultati arrivano quando c’è un rapporto vero con la realtà e con le persone, anche solo con un gesto piccolo, magari perché a questi ragazzi in attesa di capire se devono andare in carcere qualcuno ha dato un pacchetto di sigarette. Ci sono gesti che possono cambiare le persone, come ho scritto nell’ultima storia. La ragazza a cui una mattina uno sconosciuto ha regalato un paio di sneaker oggi vive con sua madre, sta bene, ha ripreso una vita normale. Forse cadrà di nuovo? Può essere, ma intanto due anni di vita buona li ha avuti. Al quartiere Tre Torri, nella zona est di Milano, c’è Andrea “Tyson” Pasqualetti che fa un lavoro straordinario con gli adolescenti: ha 25 anni, una passione per il pugilato e con i suoi amici ha fondato l’associazione Q3T per dare ai ragazzini più piccoli quelle opportunità che lui non ha avuto.
Nelle conclusioni dice che spera che questo libro arrivi nelle mani di chi vuole fare l’educatore, l’operatore sociale, il poliziotto, il magistrato, l’insegnante… ma anche – soprattutto – a chi pensa che certe vite riguardino sempre qualcun altro. Perché non è così.
Questo è il punto. Ai tavoli dei bar, davanti a loro, mentre facevo le interviste, io mi sono chiesta sempre la stessa cosa: “Se io avessi avuto una madre così, un padre così, una vita così… come sarei stata? Quello che è successo a loro sarebbe successo anche a me? Non lo possiamo sapere, ma io ho trovato in loro tantissima paura: paura di non farcela, paura di non essere amati abbastanza, paura di fare paura, il “tanto peggio, tanto meglio”, la sensazione che gli altri non ti apprezzino per quello che sei, il non essere certo di quello che desideri, di quello che puoi fare, di quello che riuscirai a fare. Questi vissuti li abbiamo tutti, è il germe dell’adolescenza, è un tratto che c’è in ognuno di noi e in ognuno dei nostri figli. In ognuna di queste ragazze c’è qualcosa che ci somiglia, una ferita, un desiderio di libertà, una parte storta che qualcuno è riuscito a ricucire e che qualcun altro, invece, non ha fatto in tempo ad aggiustare prima che fosse troppo tardi. Può anche succedere che tu sia il genitore più bravo del mondo e tuo figlio sbaglia lo stesso: lì cosa fai? O te ne vai o lo fermi – perché lo devi fermare, su questo non si discute – ma lo fermi per poi ripartire, per ricominciare. Lui deve sapere che sei lì e che lo ami comunque, altrimenti non riesce nemmeno a immaginarselo un futuro. Questo non lo fa il ministro o una legge: questo lo fa la comunità, che è un microcosmo dell’umanità.
Le foto sono tratte dal libro Non sono maranzine e fornite dall’ufficio stampa. Sono state scattate da Asia, che ha aiutato Gabriella Simoni a cercare queste storie e che ha una grande passione per la fotografia
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Sara De Carli
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