Prima era una bandiera da sventolare nei convegni oggi è diventata una questione di ingegneria organizzativa, di sistemi di gestione, di Kpi, di audit e di certificazioni che pesano sui bilanci tanto quanto un investimento in macchinari o in tecnologia: sulla parità di genere le prassi e le norme Uni stanno facendo quello che per anni è mancato, ovvero trasformare le buone intenzioni in dispositivi tecnici, obbligando amministrazioni pubbliche e imprese a mettere nero su bianco come intendono ridurre i divari, sostenere la genitorialità, rendere davvero compatibile il lavoro con la vita. Questo corpus costruisce un linguaggio comune fatto di requisiti, indicatori, processi di gestione e certificazione, che permette di rendere misurabile e verificabile l’impegno su uguaglianza, benessere organizzativo e inclusione.
La Uni/PdR 180:2026 introduce un quadro operativo per la valutazione di impatto di genere delle misure legislative e dei programmi di investimento, ex ante ed ex post. In prospettiva, il suo cuore è la definizione di un set di indicatori prestazionali (Kpi) specifici per la Valutazione di Impatto di Genere, da collegare direttamente al ciclo di programmazione economica e al bilancio di genere delle amministrazioni. L’assunto di fondo è che ogni scelta di spesa, ogni nuova misura normativa e ogni grande progetto infrastrutturale producano effetti differenziati su donne e uomini, e che questi effetti possano e debbano essere stimati, monitorati e corretti su base oggettiva. La prassi propone quindi una metodologia per integrare sistematicamente la lente di genere nelle decisioni di allocazione delle risorse pubbliche, superando l’approccio episodico o meramente descrittivo dei tradizionali rapporti sui divari.
Se la Uni/PdR 180 guarda soprattutto ai processi decisionali e finanziari della pubblica amministrazione, la Uni/PdR 192:2026 sposta il baricentro dentro le organizzazioni, pubbliche e private, affrontando il nodo strutturale della conciliazione tra vita familiare e lavoro. La prassi definisce un sistema di gestione per la conciliazione, intesa come insieme di politiche aziendali inclusive e responsabili dedicate alla genitorialità, all’equilibrio vita lavoro, alle pari opportunità e al benessere organizzativo. Il testo delinea principi, requisiti e linee guida operative che toccano diversi ambiti: dalla flessibilità di orari e luoghi di lavoro alla gestione dei rientri da congedo, dal supporto alla cura di figli e familiari non autosufficienti fino alle misure di welfare aziendale e alle iniziative di promozione della salute psico fisica. L’idea è trattare la conciliazione non come una somma di benefit frammentati, ma come un sistema di gestione integrato, inserito nei processi di pianificazione, gestione del personale, valutazione delle performance e comUnicazione interna ed esterna.
Un elemento distintivo della Uni/PdR 192 è l’esplicita finalizzazione alla valutazione di conformità da parte di soggetti terzi accreditati, con la possibilità di ottenere il Marchio Uni dedicato. Questo implica che i requisiti e gli indicatori previsti dalla prassi non siano semplici raccomandazioni, ma criteri verificabili rispetto ai quali l’organizzazione può essere sottoposta ad audit. La prassi si rivolge a organizzazioni di qualsiasi settore e dimensione, introducendo un modello scalabile che può essere adottato tanto da una grande multinazionale quanto da una Pmi o da una pubblica amministrazione locale, con livelli di formalizzazione e complessità commisurati al contesto. La logica è quella tipica dei sistemi di gestione: politiche, obiettivi, responsabilità definite, pianificazione, attuazione, monitoraggio, riesame e miglioramento continuo.
In parallelo, la Uni/PdR 125:2022 resta il riferimento trasversale per i sistemi di gestione per la parità di genere nelle organizzazioni. Questa prassi individua aree di intervento chiave – come cultura e strategia, governance, processi HR, opportUnità di crescita e inclusione delle donne in azienda, equità retributiva, tutela della genitorialità e conciliazione – e per ciascuna di esse propone indicatori quantitativi e qualitativi che consentono di misurare il grado di maturità dell’organizzazione. L’impianto è pensato per supportare un percorso strutturato: dalla fotografia iniziale delle disparità alla definizione di obiettivi di miglioramento, fino alla verifica periodica dei risultati. La Uni/PdR 125 è inoltre costruita in modo da essere integrabile con altri sistemi di gestione, ad esempio quelli per la qualità, l’ambiente o la salute e sicurezza sul lavoro, facilitando l’allineamento con le strategie Esg e con i reporting di sostenibilità.
L’interazione tra la Uni/PdR 125 e la Uni/PdR 192 è particolarmente significativa. La prima offre un framework complessivo sulla parità di genere, all’interno del quale la conciliazione vita lavoro è uno dei capitoli cruciali, mentre la seconda approfondisce proprio questa dimensione, trasformandola in un sistema di gestione autonomo, con requisiti e indicatori specifici. In questo modo, un’organizzazione può scegliere di partire dalla Uni/PdR 192 per strutturare il proprio modello di conciliazione, per poi inserirlo in un sistema più ampio di parità di genere conforme alla Uni/PdR 125; oppure può procedere in senso inverso, sviluppando il sistema di parità di genere e successivamente potenziare l’area conciliazione con il livello di dettaglio e di controllo offerto dalla Uni/PdR 192. In entrambi i casi, il filo conduttore è la misurabilità: ridurre i divari, aumentare la partecipazione femminile, migliorare il benessere organizzativo diventano obiettivi declinati in target numerici, indicatori di performance, azioni documentate.
L’ecosistema di norme e di prassi Uni si inserisce in un contesto in cui la legislazione nazionale collega in modo sempre più stretto certificazioni basate su norme tecniche alla politica industriale e del lavoro, secondo il principio della complementarietà tra strumenti cogenti e volontari. «I riferimenti a “certificazioni idonee” per l’accesso a benefici contributivi o premialità nei bandi pubblici trovano nelle prassi Uni un contenuto tecnico strutturato, che evita il rischio di certificazioni meramente formali o non comparabili», sottolinea Elena Mocchio, responsabile innovazione e standardizzazione di Uni Ente italiano di normazione. «La possibilità di ancorare gli incentivi a schemi che prevedono l’intervento di organismi di valutazione accreditati introduce un elemento di affidabilità e di omogeneità: le imprese e le amministrazioni che ottengono la certificazione sono tenute a dimostrare, con evidenze documentali e dati, il rispetto dei requisiti e il mantenimento nel tempo degli standard richiesti».
La dimensione consensuale tipica della normazione tecnica – basata sul lavoro di tavoli in cui siedono amministrazioni, imprese, parti sociali, associazioni, esperti – consente di incorporare nel testo finale una pluralità di punti di vista, mantenendo al contempo un impianto metodologico rigoroso. È questo equilibrio a trasformare le parole d’ordine della parità in procedure, ruoli, check list, piani di azione. E per le organizzazioni che intendono utilizzare le prassi Uni non si tratta semplicemente di “allinearsi” a uno standard esterno, ma di rivedere in profondità il proprio modo di generare e distribuire valore.
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Marina Marinetti
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