L’edizione 2026 del Garda Festival. Intervista a Maximilien Seren-Piccinni


La storia del grande musicista Niccolò Piccinni nasce nel Settecento a Bari per poi concludersi in Francia nel 1800 a Passy. Tra i più grandi esponenti del classicismo, Piccinni ha contribuito in maniera sostanziale allo sviluppo dell’opera buffa. Oggi la sua eredità è portata avanti da Maximilien Seren-Piccinni, regista trentasettenne italo belga formatosi a Salisburgo, con un imprinting nel cinema come nel teatro e collaborazioni prestigiose con Mario Monicelli o Shirin Neshat, anche alle redini del Fondo Piccinni.

Maximilien Seren-Piccinni durante il Garda Festival 2025. Courtesy Garda Festival 2025

Il Premio Piccinni e il Garda Festival

E del Garda Festival, che dal 24 luglio al 1° agosto porterà a Peschiera del Garda e a Verona, per la quarta edizione, la musica non solo di Piccinni, ma anche di maestri contemporanei, attraversando le epoche. Come Pier Luigi Pizzi al quale viene conferita la 42° Edizione del Premio Piccinni, fondato nel 1967 e ripristinato da Seren-Piccinni nel 2023, dopo una interruzione di circa 22 anni. Ne abbiamo parlato con il direttore in questa intervista.

Intervista a Maximilien Seren-Piccinni

Il Garda Festival è giunto alla sua quarta edizione. Qual è il bilancio di questo percorso e come si è evoluto il festival dalla sua nascita, nel 2023, a oggi?
Il bilancio non può essere ridotto a una semplice sommatoria. Rappresenta, al contrario, la validazione di una visione: la prova che quando un’idea culturale profonda incontra la reale necessità di un territorio, l’evoluzione che ne consegue non è un processo forzato, ma una fioritura organica e necessaria. All’origine di questo percorso c’è stata una vera e propria scommessa estetica e intellettuale. Il Lago di Garda possiede una densità di bellezze fuori dal comune che da sempre cattura l’immaginario internazionale; non è un caso chesia stato eletto a set ideale per grandi produzioni cinematografiche. Per troppo tempo, tuttavia, questa monumentalità naturale è stata vissuta dai grandi artisti quasi esclusivamente come una stazione di passaggio, una meta d’élite per la villeggiatura e il disimpegno.

E quindi cosa avete fatto?
La sfida originaria del festival è nata precisamente da questo contrasto: l’urgenza di trattenere quegli artisti, di portarli a esibirsi e a creare in loco, restituendo al territorio quel lustro performativo e quella progettualità culturale che fossero finalmente simmetrici alla maestosità del paesaggio. L’evoluzione del festival è stata così rapida proprio perché ha intercettato una latente, ma fortissima, richiesta interna. Il territorio esigeva una proposta di questa caratura. Se nei primi anni lo sforzo era teso a dimostrare la sostenibilità e la dignità di un simile polo culturale sul lago, oggi creiamo e operiamo in totale simbiosi con il nostro pubblico. La fedeltà degli spettatori, che di anno in anno tornano a richiederci standard sempre più elevati, rappresenta il nostro successo più grande e, insieme, una bellissima responsabilità. La platea non va semplicemente assecondata: va costantemente stimolata. È questo l’unico vero antidoto alla staticità, che ci impone di non adagiarci mai su formule collaudate o sul consenso facile della “passerella estiva”.

Cosa vi ha spinto, in un periodo post-pandemico a creare un nuovo festival? Quale esigenza?
Siamo stati spinti da una ribellione culturale contro l’immobilismo post-pandemico. Prima del Covid-19, i giovani artisti stavano cominciando a conquistare spazi di rilievo nei palcoscenici nazionali; io stesso, all’inizio dell’emergenza sanitaria, avrei dovuto debuttare in teatri molto importanti. La crisi, purtroppo, ha bruscamente invertito questa tendenza. Spaventati dall’incertezza e dalla complessa gestione del pubblico, i grandi teatri e i festival tradizionali hanno scelto la via del minor rischio possibile, avviando una politica conservativa. Guardando i cartelloni teatrali dell’epoca, era evidente come i ruoli principali venissero sistematicamente affidati a personaggi già ampiamente collaudati, con alle spalle carriere anche cinquantennali. Questo blocco ha tolto ossigeno ai giovani, azzerando la meritocrazia e instaurando un sistema in cui emergere era diventato pressoché impossibile.

Come avete reagito?
Davanti a queste porte chiuse, l’esigenza principale è diventata una sola: se i canali ufficiali non ci volevano come collettivo di artisti, dovevamo essere noi a creare il nostro palcoscenico. Abbiamo fondato la manifestazione per dare lavoro, voce e una reale possibilità di riscatto a cantanti, ballerini e performer rimasti improvvisamente fermi. La nostra politica si è basata su una formula di forte arricchimento reciproco, facendo collaborare attivamente le nuove leve con artisti di chiara fama internazionale. Questo meccanismo ha generato un doppio valore: il grande nome ha garantito la visibilità e il pubblico necessari al festival, mentre i giovani hanno trovato una vetrina prestigiosa e un’occasione unica di crescita professionale. Vedere oggi molti di questi artisti, lanciati con successo dal nostro palcoscenico, dimostra che il modello del Garda Festival ha funzionato, trasformando una necessità post-pandemica in un successo culturale.

La locandina del Garda Festival 2026
La locandina del Garda Festival 2026

Il legame con il Lago di Garda e i suoi siti UNESCO è molto stretto. In che modo i luoghi storici e paesaggistici (come la Caserma d’Artiglieria di Porta Verona o la Chiesa di San Martino) influenzano le vostre scelte artistiche?
Il nostro legame con il territorio del Garda è viscerale e si esprime attraverso la valorizzazione dei suoi eccezionali siti UNESCO, alcuni dei quali violati artisticamente da noi per la prima volta. Ogni luogo ha un’anima che emerge dalla sua natura e dalla sua storia, e che desidera comunicare. Coerentemente con il tema di quest’anno, “Oltre la superficie”, la nostra logica è quella di andare oltre le apparenze. Quando creiamo, partiamo sempre dalle suggestioni di quelle mura e dai personaggi – storici o contemporanei – che le hanno attraversate. Creiamo un ponte temporale in cui il passato trova il mezzo perfetto per continuare a raccontarsi nel presente.

Che tipo di territorio è oggi il Lago di Garda?
Oggi il panorama è complesso e, per certi versi, problematico. Il Garda si trova ad affrontare una forte saturazione di intrattenimento di massa e micro-eventi mediocri, che finiscono per frammentare il pubblico e sottrarre attenzione alle proposte di reale rilevanza. A questo si aggiunge la sfida dell’overtourism dei camping, che tendono a trattenere il turista all’interno di bolle artificiali, isolandolo dal territorio reale. Il nostro obiettivo culturale si colloca in netta controtendenza: vogliamo rompere queste barriere e spingere i visitatori a uscire da quelle finzioni per scoprire la vera anima del lago. Portare l’eccellenza dove per anni c’è stata latenza significa fare un’operazione di educazione al bello. Siamo convinti che il turismo di qualità non nasca da sé: va cercato e coltivato, ed è esattamente ciò che facciamo portando l’arte nei luoghi storici reali.

Il programma 2026 è estremamente multidisciplinare unendo pop, classica, jazz e cinema. Qual è il filo conduttore che tiene insieme anime apparentemente così diverse (penso a Donatella Rettore, il duo Taddei-Farinelli e i Musici Piccinniani)?
Questa edizione vuole spingere lo sguardo laddove l’occhio si ferma raramente. L’immagine concettuale della nostra locandina – un pianoforte a coda che sprofonda nel lago circondato da pesci – è una provocazione critica sul ruolo attuale della cultura. Lo strumento abbandonato nell’oscurità simboleggia l’arte odierna, spesso marginalizzata o piegata alle sole logiche del profitto. Ma l’arte non è una competizione sportiva: cerca significati, non record. Invitare ad andare “Oltre la superficie” significa proprio squarciare le apparenze per riscoprire il valore sommerso della cultura e, nel buio del fondale, generare un nuovo ecosistema vivo.

Ci spieghi meglio
Su questa precisa visione ho costruito la stagione 2026, applicando lo stesso concetto agli artisti in cartellone. Spesso conosciamo i grandi nomi per il loro operato o per la loro fama pubblica sulle riviste, ma il Garda Festival quest’anno vuole andare oltre il personaggio. Con Donatella Rettore andremo oltre l’icona pop per scoprire i retroscena più intimi di una lunga carriera; con I Musici Piccinniani andremo alla scoperta delle passioni musicali di un giovane Mozart; sveleremo le sfumature crepuscolari della viola Vittorio Benaglia; infine, con il nuovo lavoro discografico di Jacopo Taddei, presentato in anteprima assoluta, esploreremo una veste e una chiave cinematografica del tutto inedita. Andare “oltre” significa esattamente questo: non fermarsi a ciò che è già noto, ma rivelare l’anima sconosciuta ai più.

Domenica 26 luglio celebrerete i 270 anni dalla nascita di Mozart. C’è un legame storico profondo e quasi intimo tra la figura di Niccolò Piccinni e il genio di Salisburgo: come avete deciso di raccontare questo incontro artistico?
La scelta di intrecciare queste due figure nasce dalla consapevolezza che i loro percorsi si illuminano a vicenda. Lo studio dei lavori di Piccinni e delle sue innovazioni nell’opera buffa ebbe un impatto decisivo sulla maturazione del genio di Mozart. Piccinni fu un precursore assoluto del Settecento, capace di ridefinire i canoni dell’opera buffa europea con capolavori come La Cecchina. Ma al di là del genio musicale, ciò che oggi affascina di Piccinni è il suo spessore umano. In un’epoca di feroci rivalità, come quella parigina che lo oppose a Gluck, il compositore pugliese scelse sempre la via del rispetto. Le carte d’archivio dimostrano che non nutrì mai rancore o odio verso i colleghi e il rivale: era un uomo pacato, generoso, profondamente pacifista; affascinato dal talento altrui, usò la propria influenza nelle corti europee per favorire i concerti del Cigno di Salisburgo. La creazione dell’ensemble de I Musici Piccinini debutta con un concerto che vuole essere un grande omaggio a questo legame intimo: un viaggio che celebra non solo due eredità musicali, ma anche quel modo nobile, etico e pulito di fare cultura che il Fondo Piccinni continua a tutelare ancora oggi.

Il Premio Piccinni per l’eccellenza nelle arti performative giunge alla sua 44ª edizione, unendo una storia prestigiosa nata nel 1967 al presente del festival. Cosa rappresenta quest’anno premiare Pier Luigi Pizzi? Che legame intrattiene con la figura di Piccinni?
Quest’anno, conferire il riconoscimento a un maestro indiscusso come Pier Luigi Pizzi assume un significato profondo. Pizzi è una figura leggendaria che ha letteralmente ridefinito l’estetica teatrale del Novecento e del nuovo millennio: con oltre sette decenni di carriera, ha rivoluzionato il concetto di messinscena unificando i ruoli di regista, scenografo e costumista, e imponendo un codice visivo basato su una purezza geometrica e un’eleganza neoclassica inconfondibili. Il suo lavoro ha restituito splendore visivo a quella specifica tipologia di teatro e di repertorio barocco e settecentesco di cui Piccinni fu precursore, esportando questa straordinaria cifra stilistica nei più grandi palcoscenici del mondo. Aver avuto il privilegio di lavorare al suo fianco come assistente alla regia in due memorabili produzioni al Festival della Valle d’Itria rende questo momento un onore immenso. Accogliere il Maestro nella famiglia del Premio Piccinni, dove l’ultimo grande regista cinematografico e teatrale a essere insignito fu Franco Zeffirelli, significa scrivere una nuova memorabile pagina di storia dello spettacolo e posare una pietra miliare destinata a rimanere per sempre nella memoria del prestigioso riconoscimento.

La storia di Piccinni comincia a Bari e si conclude in Francia. In che modo poi la vicenda della sua famiglia si intreccia con il veneto?
Dopo la scomparsa di Niccolò Piccinni in Francia nel 1800, tutti i suoi discendenti continuarono a vivere in territorio francese, senza fare più ritorno in Italia per molte generazioni. Questa lunghissima assenza si interruppe solo molti anni dopo e per precise vie dinastiche: il mio trisnonno sposò la Principessa Caracciolo di Melissano e, attraverso questo importante matrimonio, la nostra famiglia ereditò i suoi storici beni in Puglia. Questo evento riaprì stabilmente le porte dell’Italia, intensificando i nostri viaggi e i nostri spostamenti da Parigi, dove la famiglia si era inizialmente stabilita, e successivamente dal Belgio, dove poi mise radici.

E il Garda?
Fu solo all’inizio degli anni Sessanta che la mia famiglia venne a conoscenza del Lago di Garda, caldamente consigliato da alcuni amici. In quel periodo di boom turistico, trainato anche dall’arrivo dei primi campeggiatori stranieri, ci fu suggerito di trascorrere le vacanze in un piccolo, incantevole borgo medievale circondato da una cinta muraria turrita, dominato da un castello e affacciato direttamente sulle acque. L’affitto di una residenza nel cuore di Lazise si trasformò in un colpo di fulmine assoluto: per generazioni, la mia famiglia ha scelto di trascorrere qui le vacanze. Questo amore profondo spinse mio nonno, Vittorio Piccinni, a impegnarsi attivamente per la salvaguardia e lo sviluppo del comune, promuovendo importanti opere pubbliche e storici gemellaggi stranieri che favorirono l’internazionalizzazione del luogo. Attraverso l’attività del Fondo Piccinni, mio nonno ha sempre coltivato un sogno: poter realizzare qui un grande concerto. In vita non riuscì mai a coronare questo desiderio, ma mi piace pensare che, per quei casi fortuiti e meravigliosi che guidano l’esistenza, quel testimone sia stato raccolto dal nipote, che a distanza di anni lo ha portato finalmente a compimento.

La sua famiglia porta un’eredità culturale immensa, legata a doppio filo alla storia della musica grazie al suo antenato, Niccolò Piccinni. In che modo questa tradizione familiare ha influenzato il suo percorso personale ed artistico?
Sono cresciuto in una casa dove l’arte riempiva ogni stanza con una tale naturalezza che nessuno di noi vi prestava caso, né tantomeno pensava di abitare una dimensione straordinaria. Era forse semplicemente la conseguenza di un codice genetico preciso. Mi fa sempre sorridere ricordare che fu proprio Franco Zeffirelli il primo a intuire il mio destino: mi osservava mentre disponevo i soldatini sul tappeto e, anziché leggervi una guerra in atto, vi scorgeva la rigorosa composizione di tableaux vivants. Negli anni, in molti mi suggerivano di tentare la strada del canto o della recitazione, ma avevo già compreso che il mio posto non era davanti ai riflettori, bensì dietro le quinte, a muovere i fili. Più che un mestiere la considero una chiamata; ho investito ogni energia affinché questo splendido “vizio di famiglia” si traducesse nella mia realtà quotidiana.

Come?
All’inizio, ingenuamente, mi aspettavo di trovare nel mondo professionale interlocutori capaci di parlare la mia stessa lingua e di condividere le medesime passioni in totale serenità. L’impatto con la realtà, invece, è stato uno shock. Mi sono trovato subito sommerso dalle critiche e da una diffusa invidia. Ho capito presto che in Italia, a differenza di altri contesti internazionali, lo status di “figlio d’arte” non è affatto una corsia preferenziale. Al contrario, si viene accolti con strutturale diffidenza e, per farsi ascoltare, occorre faticare il doppio di chiunque altro. È una dinamica con cui faccio i conti ancora oggi, soprattutto per i continui, inevitabili paragoni con il mio antenato. Ma sono confronti sterili: ognuno ha la propria testa, la propria storia e la propria strada da fare. Questo, sia chiaro, non significa affatto rifiutare le mie origini. Al contrario, sono convinto che le radici siano fondamentali: restano un punto di ancoraggio imprescindibile per comprendere dove si vuole andare in futuro.

Nel suo “peregrinare” tra musica, cinema e teatro ha lavorato con personaggi del calibro di Franca Valeri, Mario Monicelli, Shirin Neshat, Riccardo Muti. Come riesce a cambiare registro tra profili e creazioni così diversi e cosa accade invece quando assume il ruolo del regista (l’Orfeo, ad esempio)?
Abitare territori espressivi apparentemente distanti non significa per me frammentare la mia identità, ma semplicemente declinare un’unica visione attraverso grammatiche differenti. Non avverto lo sforzo di dover “cambiare registro”: la transizione avviene in modo organico, perché considero ogni disciplina come un organo dello stesso corpo creativo. Anzi, mi sorprende sempre constatare come alla fine ogni linguaggio riesca a fondersi magnificamente con l’altro, rivelandosi come il perfetto incastro di un unico disegno. Le esperienze mi hanno insegnato che i grandi maestri, pur appartenendo a settori distanti, parlano tutti la stessa lingua sotterranea: quella del rigore, della visione e dell’onestà intellettuale. Assorbire i loro mondi mi ha permesso di sviluppare una spiccata flessibilità, intesa come capacità di ascolto e di adattamento allo specifico codice richiesto da ogni singola opera. Infatti, quando assumo il ruolo di regista, è il momento in cui tutti questi fili sparsi si collegano e trovano un ordine. Quando siedo dietro la macchina da presa o coordino l’apparato scenico, non sono più un interprete di singoli frammenti, ma il custode dell’architettura d’insieme.

Tra i valori dichiarati del festival ci sono inclusione, diversità e sostenibilità. Come si traduce un modello gestionale solido e sostenibile all’interno di una kermesse estiva diffusa?
In un festival diffuso, questa complessa macchina organizzativa si muove tra i centri e i margini geografici per abbattere ogni barriera fisica, economica o culturale, accogliendo spettatori di ogni generazione attraverso un dialogo artistico aperto, capace di unire linguaggi differenti senza escludere nessuno. Sul piano pratico, le scelte ecologiche si toccano con mano. Utilizziamo esclusivamente materiali riciclabili per azzerare l’impatto ambientale e, grazie a ricerche interne, recuperiamo elementi di seconda mano dando loro una nuova vita scenica. Persino la natura partecipa a questo percorso virtuoso: a fine kermesse, tutte le piante usate per gli allestimenti vengono donate ai Comuni ospitanti per arricchire e rendere più rigogliosi i giardini pubblici locali. La gestione diventa così un ecosistema organico che lascia bellezza e valore al territorio anche a riflettori spenti.

In un contesto storico ed economico complesso come quello attuale, cosa significa politicamente e culturalmente “fare un festival” oggi in Italia?
In un contesto così complesso, fare un festival oggi significa compiere un atto nobile: assumersi la responsabilità di presidiare lo spazio pubblico per ricostruire un tessuto sociale che rischia di sfilacciarsi. Culturalmente, la sfida è rifiutare l’idea che l’arte sia un lusso d’élite destinato solo ai grandi teatri. Fare cultura oggi significa decentralizzare. Quando portiamo l’arte fuori dai circuiti tradizionali, trasformiamo lo spettatore da consumatore passivo di intrattenimento a cittadino attivo di una comunità pensante.

E politicamente?
La vera resistenza si fa attraverso l’onestà della visione. In un’epoca segnata da risorse scarse e incertezze economiche, evidenziare che si può produrre con poco diventa una dichiarazione d’intenti. Significa proporre un’economia circolare che risponde alla crisi con la cura delle emozioni umane. Fare un festival, in fondo, è l’ostinazione di difendere il diritto all’immaginazione: la cultura non è una spesa superflua nei momenti difficili, ma l’infrastruttura primaria da cui ripartire per ridisegnare il nostro futuro comune.

Santa Nastro

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