Cinque nomi, cinque numeri, una sola morale. JPMorgan ha appena chiuso il trimestre più redditizio della sua storia: 21,2 miliardi di dollari di utile, il 41% in più dell’anno precedente. Goldman Sachs ha trasformato il caos dei mercati in un nuovo record, il terzo consecutivo, con i ricavi da trading azionario cresciuti del 72%. Bank of America ha visto il proprio utile salire del 27%, oltre le attese. Citigroup ha fatto meglio ancora, +45%, grazie a un trading azionario mai così redditizio. Wells Fargo chiude il quadro con un +17%, trainato da wealth management e investment banking. Cinque colossi, cinque trimestri sopra le attese, nello stesso identico momento storico in cui il mondo sembra franare sotto i colpi di guerre che si moltiplicano, di una guerra commerciale permanente, di un clima impazzito, di flussi migratori epocali e di una rivoluzione tecnologica che minaccia di svuotare di senso il lavoro umano.
Come è possibile? La domanda non è retorica, ha una risposta tecnica precisa, ed è proprio questa risposta a rendere la vicenda ancora più inquietante.
La prima ragione si chiama margine di interesse. Quando la banca centrale alza i tassi, le banche aumentano quasi subito quello che chiedono a chi si indebita, un mutuo, un prestito, una linea di credito aziendale, ma si prendono tutto il tempo del mondo prima di remunerare meglio chi deposita i risparmi. Quel divario, che gli analisti chiamano con freddezza “gap di repricing”, è puro margine che finisce a conto economico. In altre parole: le stesse tensioni che rendono incerta la vita delle famiglie e delle imprese, l’inflazione, l’instabilità dei tassi, l’incertezza sui prezzi dell’energia dopo la nuova escalation tra Stati Uniti e Iran, sono per le banche materia prima. Non subiscono la turbolenza, la intermediano e ci guadagnano sopra.
La seconda ragione sta nei trading desk. I ricavi record da trading azionario di Goldman, Bank of America e Citigroup non nascono “nonostante” la volatilità dei mercati: nascono “grazie” ad essa. Più il mondo è nervoso, più si muovono i prezzi, più le sale operative fatturano commissioni e spread. Noi tremiamo, loro ingrassano. La paura diffusa, quella dei risparmiatori comuni che vedono impennarsi il prezzo del petrolio o crollare un indice, per l’alta finanza è liquidità che passa dai loro banconi. È il paradosso più stridente di questi bilanci: l’ansia collettiva, capitalizzata.
La terza ragione è il ritorno delle fusioni e acquisizioni, la ripresa del dealmaking che ha gonfiato le commissioni di investment banking praticamente ovunque, da Bank of America a Wells Fargo. Anche qui, la stessa incertezza geopolitica che dovrebbe frenare gli investimenti delle imprese si traduce, paradossalmente, in un’accelerazione delle operazioni straordinarie: chi ha capitale compra chi non ce l’ha, consolidando ulteriormente il potere nelle mani di pochi.
Il risultato è un sistema che funziona come un’assicurazione a somma positiva solo per chi la gestisce. Le banche non sono più, o non sono soltanto, intermediari tra risparmio e investimento produttivo: sono diventate un ecosistema autoreferenziale che si nutre della volatilità stessa che genera ansia nel resto della società. Guerra in Medio Oriente? Il petrolio sale, i mercati tremano, i desk incassano. Incertezza sui dazi? Le imprese si affrettano a ristrutturarsi, le banche d’affari fatturano. Tassi in bilico per l’inflazione? Il margine di interesse resta comunque dalla loro parte. Non c’è scenario, tra quelli che tolgono il sonno a governi e famiglie, che non si traduca in un beneficio per il conto economico di questi colossi.
E poi c’è la Borsa, lo specchio distorto che amplifica tutto questo. I titoli bancari salgono insieme a un listino che ha ormai smesso di misurare il valore reale dell’economia per misurare soltanto se stesso. Singole società quotate valgono oggi più del PIL di intere nazioni, cifre talmente abnormi da rendere l’idea stessa di un’acquisizione, persino da parte di uno Stato sovrano, pura fantascienza. È una Borsa che si è staccata dal terreno, che fluttua in un’orbita propria, indifferente al fatto che quei prezzi non sono più acquistabili da nessuno: non da un concorrente, non da un fondo sovrano, spesso nemmeno da una coalizione di capitali. È ricchezza che esiste solo come numero su uno schermo, ma che produce effetti fortissimi e concreti su chi la possiede e su chi ne resta escluso.
Perché è qui il punto politico, prima ancora che economico. Questi utili record non stanno alimentando un allargamento diffuso del benessere. Stanno alimentando un arrocco: la concentrazione della ricchezza in un numero sempre più ristretto di soggetti, istituzionali e personali, tra cui, non a caso, le stesse banche che la producono attraverso i loro fondi, le loro divisioni di gestione patrimoniale, i bonus dei loro dirigenti. È la cifra più netta della disuguaglianza contemporanea: non un’anomalia del sistema, ma il suo funzionamento fisiologico. Il sistema finanziario globale, così com’è oggi costruito, premia chi intermedia il rischio altrui più di chi quel rischio lo deve fronteggiare.
Si potrebbe obiettare, ed è giusto farlo per onestà intellettuale, che questa lettura rischia di essere parziale. Le banche finanziano le imprese, sostengono l’occupazione nei loro settori, pagano tasse rilevanti, e una parte del loro utile alimenta comunque fondi pensione e risparmio gestito di milioni di cittadini comuni. Il credito bancario resta, piaccia o no, l’ossigeno di ogni economia reale. Ma proprio per questo colpisce ancora di più la sproporzione: se il sistema che dovrebbe irrigare l’economia reale prospera proprio mentre l’economia reale è sotto attacco su ogni fronte – guerre, dazi, clima, migrazioni, automazione – allora qualcosa nel meccanismo di trasmissione tra finanza e società si è rotto, o forse non è mai stato davvero saldato.
Le banche non vivono su un altro pianeta. Vivono sul nostro, ma con una lente che trasforma ogni nostra crisi in loro opportunità. Ed è questa, più di ogni singolo numero trimestrale, la vera notizia da mettere a fuoco.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Sergio Luciano
Source link


