Tentativo di Conciliazione: quando è obbligatorio


Il tentativo di conciliazione rappresenta uno degli strumenti più efficaci e utilizzati nel panorama giuridico italiano per risolvere le controversie senza dover necessariamente affrontare i lunghi tempi e i costi elevati per attendere la sentenza di un tribunale.

Trovare un accordo amichevole tra le parti, specialmente in sede stragiudiziale, dove si è guidati da un professionista neutrale, permette di snellire il sistema giudiziario e di ottenere una risposta rapida a problemi che altrimenti richiederebbero anni di attesa.

In questo articolo vedremo nel dettaglio in cosa consiste questo istituto, quali differenze intercorrono tra la via giudiziale e quella stragiudiziale, e soprattutto scopriremo quando il tentativo di conciliazione è obbligatorio secondo la normativa vigente, incluse le ultime novità legislative.

Cos’è un tentativo di conciliazione

In termini generali, il tentativo di conciliazione è una procedura di risoluzione alternativa delle controversie (nota anche come ADR, Alternative Dispute Resolution). Il suo scopo principale è favorire l’incontro tra due soggetti in lite — ad esempio un datore di lavoro e un dipendente, o due privati — affinché possano raggiungere un accordo transattivo soddisfacente per entrambi.

A guidare l’incontro in sede stragiudiziale vi è un terzo soggetto imparziale (il mediatore o il conciliatore) che non emette una sentenza, ma aiuta le parti a comunicare e a trovare un punto d’incontro. Lo scopo del tentativo di conciliazione è deflazionare il contenzioso civile, riducendo il carico di lavoro dei tribunali e offrendo ai cittadini una via d’uscita più serena e collaborativa.

Tentativo di conciliazione giudiziale

Quando parliamo di conciliazione giudiziale, ci riferiamo a una procedura che si svolge all’interno di un processo già avviato. In questo caso, è lo stesso giudice che, durante la prima udienza o nel corso della causa, invita le parti a trovare un accordo.

Nonostante la presenza dell’autorità giudiziaria, questa opzione presenta alcuni svantaggi evidenti:

  • I costi fissi legati all’avvio della macchina processuale (come il contributo unificato) sono già stati sostenuti.
  • La flessibilità è ridotta, poiché ci si muove dentro binari procedurali rigidi.
  • I tempi complessivi rimangono legati al calendario delle udienze del tribunale.

Tentativo di conciliazione stragiudiziale

Al contrario, il tentativo di conciliazione stragiudiziale si svolge completamente fuori dal tribunale, prima che venga depositato un qualsiasi atto di citazione o ricorso.

I vantaggi di questo approccio sono straordinari:

  • Velocità: le procedure si concludono generalmente entro pochi mesi.
  • Riservatezza: tutto ciò che viene detto durante gli incontri è coperto dal segreto professionale e non può essere usato in un eventuale futuro giudizio.
  • Costi ridotti: le tariffe degli organismi di mediazione sono trasparenti, fisse e nettamente inferiori rispetto alle spese di un processo ordinario.
  • Controllo del risultato: sono le parti a decidere l’accordo, senza subire la decisione imposta dall’alto da un giudice.

Quando il tentativo di conciliazione è obbligatorio

Non sempre intraprendere questa via è una scelta facoltativa. Esistono materie specifiche in cui la legge impone alle parti di incontrarsi prima di poter citare qualcuno in giudizio; in questi casi, l’azione davanti al giudice diventa temporaneamente improcedibile se prima non si è tentata la via bonaria.

Ma nello specifico, quando il tentativo di conciliazione è obbligatorio? La legge prevede questa condizione in ambiti molto complessi come il diritto condominiale, le successioni ereditarie, i patti di famiglia, i contratti assicurativi e bancari, e i risarcimenti per responsabilità medica.

Inoltre, un ruolo centrale è occupato dalle controversie professionali: il tentativo di conciliazione obbligatorio si applica infatti in modo rigoroso in materia di lavoro, in particolare per i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo nelle aziende di maggiori dimensioni e nei contratti di subfornitura. Per approfondire queste dinamiche, è fondamentale conoscere come si struttura una conciliazione di lavoro o le specificità di una conciliazione in sede sindacale.

In linea più generale, l’ordinamento italiano ha ricevuto un forte impulso allo sviluppo delle procedure di risoluzione alternativa delle controversie in svariati settori, grazie alla recente riforma Cartabia sul tentativo di conciliazione, introdotta con il Decreto Legislativo n. 149/2022. La riforma ha esteso sensibilmente l’elenco delle materie per cui la conciliazione in sede di mediazione è una condizione di procedibilità, includendo settori come l’associazione in partecipazione, il franchising, l’opera, la somministrazione e le società di persone, e potenziando gli incentivi fiscali per chi sceglie la via stragiudiziale.

Cosa succede se si rifiuta la conciliazione?

Se una delle parti decide di non partecipare all’incontro di mediazione senza un giustificato motivo, la legge prevede sanzioni severe. Il giudice del successivo ed eventuale processo può condannare la parte assente al pagamento di una somma pari al doppio del contributo unificato dovuto per il giudizio. Inoltre, il rifiuto ingiustificato può essere valutato dal magistrato come argomento di prova contraria nel corso della causa, danneggiando la posizione processuale di chi ha alzato un muro al dialogo.

Verbale di conciliazione

Se il tentativo di conciliazione va a buon fine, la procedura si conclude con la redazione del verbale di conciliazione. Si tratta di un documento formale redatto dal mediatore nel quale vengono messi nero su bianco tutti i dettagli dell’accordo raggiunto.

Il grande valore del verbale risiede nel fatto che, se sottoscritto anche dagli avvocati delle parti che ne attestano la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico, costituisce un vero e proprio titolo esecutivo. Ciò significa che, qualora una delle parti non dovesse rispettare gli impegni presi (ad esempio il pagamento di una somma di denaro), l’altra potrà agire direttamente con un pignoramento o un’esecuzione forzata, esattamente come se avesse in mano una sentenza del giudice.

Quanto costa un tentativo di conciliazione?

I costi di una conciliazione stragiudiziale sono predeterminati per legge e legati al valore economico della controversia, risultando nettamente inferiori rispetto alle spese legali e alle tasse di un processo in tribunale.

In genere, le spese si dividono in:

  1. Spese di avvio: una quota fissa ridotta dovuta al momento del deposito della domanda.
  2. Spese di mediazione: tariffe proporzionali al valore della lite, calcolate secondo tabelle ministeriali ufficiali consultabili sul sito del Ministero della Giustizia.

È importante ricordare che la legge prevede forti agevolazioni fiscali per la conciliazione in mediazione, come il credito d’imposta sulle indennità pagate e l’esenzione dall’imposta di registro per i verbali di accordo entro un determinato limite di valore.

Se hai la necessità di gestire una controversia civile, commerciale o di lavoro, affidarsi a professionisti esperti è il primo passo per garantire una risoluzione rapida, economica e tutelata. Primavera Forense, Organismo di Mediazione accreditato, mette a disposizione un team di mediatori professionisti pronti ad affiancarti e a guidare le parti verso un accordo solido e vantaggioso, trasformando un conflitto in un’opportunità di intesa immediata.

Marco Sicolo

Avvocato e Redattore per Primavera Forense

Esperto giurista, specializzato in diritto civile e disciplina degli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie. Autore di approfondimenti giuridici per alcune delle maggiori case editrici e testate giuridiche online.




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