Li avete visti tutti quei messaggi subliminali che si mandano in questo periodo la Meloni e Vannacci? Un po’ come due che si dovrebbero piacere ma fanno di tutto per non farlo vedere: invece che armonia, manifestano polemica e distacco. Quel misto di odi et amo catulliano — anzi no, forse è più adatto Ovidio: «Nec sine te, nec tecum vivere possum», non posso vivere né con te né senza di te.
Anche se a volte i toni ricordano più lo stornello «toccame Cì, Ciccio me tocca». Per quanto sembrano costruiti allo scopo di sondare ognuno il terreno altrui, nascondendo i reali sentimenti, a forza di sentirli duettare da lontano ti viene voglia di dirgli: ma vedetevi, parlatevi, che diamine. Va bene le schermaglie, ma a un certo momento bisogna incontrarsi in un punto. Altrimenti non ci si incontra più.
La chiave è tutta in Ovidio, in quel «non posso vivere né con te né senza di te». Che nei rapporti personali può essere piacevole ed estenuante insieme. Ma in politica è diverso. Perché a volte, guardando le strategie e i numeri, quel «con te o senza di te» cambia tantissimo. Soprattutto in una legge elettorale come quella in fieri che determina il premio di maggioranza superando anche per un solo punto gli avversari. E i consensi sempre crescenti di Vannacci potrebbero essere determinanti in un sistema così fatto.
Lei dura, lui bonaccione ma l’errore strategico è suo
Non potrebbero essere più diversi tra loro: lei la bionda minuta dal carattere di ferro e dalla testa dura che abbiamo imparato a conoscere bene – anche se a volte è una maschera di protezione – e lui il macho militarizzato e fascisteggiante che poi alla fine è un bonaccione. Tra i due quella dura è lei. Lui l’accordo lo farebbe subito, in fondo vuole governare anche se mettendo qualche condizioncina facile da accettare per giustificare il passaggio.
Lei è furbetta: a livello personale lascia trapelare che un accordo è possibile, ma poi manda attraverso le seconde linee del cerchio magico tutti i segnali negativi. Vannacci, che venendo dall’esperienza militare è meno avvezzo alle trattative estenuanti tipiche della politica politicante, spesso ci cade e reagisce piccato: «Non ci vogliono, andremo da soli», ripete. Ed entrambi lasciano sempre questa permanente trincea di filo spinato a dividerli.
Ed è qui che la Meloni compie un errore strategico. Vannacci, in realtà, dal punto di vista programmatico – pur venendo dall’uscita dalla Lega – parla di temi che erano propri anche a Fratelli d’Italia, che rispetto alla Lega sono un serbatoio di voti ancora più grande. Con una piccola dose di cinismo potremmo dire che Vannacci dice le cose che la Meloni diceva prima di entrare al governo e poi non ha fatto. Quindi fa presa su quella base elettorale più destrorsa che, sui temi della sicurezza, dell’immigrazione, del woke, del green e dell’Europa, vede la Meloni troppo accondiscendente rispetto ai programmi originari. E si capisce: stare al governo è un esercizio di equilibri difficile e qualcosa perdi sempre in termini di coerenza.
Dunque il punto è questo: se la Meloni vuole fare un accordo le consiglio di farlo subito, anche riservatamente. Perché il martellamento di Vannacci su certi temi rischia di sottrarre voti proprio a FdI. E sarebbe poco strategico consentirgli di compiere una campagna dura e pura su certi temi, farlo crescere e poi prenderlo a bordo quando è cresciuto nei sondaggi e ha più potere contrattuale.
Due destre presenti e influenti
E qui mi permetto una piccola riflessione condizionata dalla mia provenienza politica, che ha inizio da giovanissimo nelle file del Movimento Sociale con percentuali da prefisso telefonico. La destra dell’arco costituzionale ha sempre sofferto nei numeri, almeno fino alla svolta di Fiuggi. E anche dopo quella non superò mai il dodici-tredici per cento.
Ecco: oggi nello scenario politico si presenta l’impensabile ipotesi che, oltre a un partito maggioritario di destra come FdI, si appalesi anche una seconda destra, meno forte numericamente ma ben presente. Da una destra piccola e residuale a ben due partiti presenti e rilevanti: quanta grazia, potremmo dire. Ed è per questo che un eventuale accordo ha anche un sapore innovativo e sorprendente – nel realizzare due destre simili ma distinte, entrambe presenti e influenti, cosa che dal dopoguerra in poi mai era successa nello scenario costituzionale.
In più, anche in ottica europea: se un giorno la Meloni dovesse decidere di virare al centro aderendo magari al PPE – ipotesi tutt’altro che peregrina, credetemi – sarebbe la formazione di Vannacci dentro la stessa coalizione a evitare un’emorragia di voti a destra.
Non so se i due contendenti abbiano mai realizzato appieno tale elemento, entrambi occupati a condurre il proprio orticello piuttosto che a guardare lo scenario vasto. Lui teme di essere marginalizzato appena nato, lei invece che Vannacci possa diventare un moderno cavallo di Troia destinato poi a svuotarla dall’interno. E quindi continua questa stucchevole incomunicabilità e la pantomima che ne consegue.
Atena, campo largo e D’Annunzio
A proposito di Troia, neanche lei è più quella di una volta nel mondo woke. Sta infatti per uscire il nuovo kolossal L’Odissea diretto da Christopher Nolan, il filmone hollywoodiano dell’anno. Ad interpretare la dea Atena sarà Zendaya, nota e piacevole attrice di colore. Ma non ci vuole uno scienziato per ricordare che non rappresenta esattamente i canoni estetici della dea come descritta da Omero. Sarebbe bastato vedere Pollon da ragazzini per ricordare che la dea veniva raffigurata biondissima e avvenente, col lato B a palletta cinto nelle bianche vesti olimpiche con ricami dorati. E poi dite che su questo non ha ragione Vannacci.
Ma se Atene piange, Sparta non ride. Nel campo del centrosinistra lo schema è simile: Schlein e Conte che duellano a colpi di paventate primarie per decidere il candidato premier. Fanno meno scintille della coppia di destra perché entrambi sono un po’ più frou frou e delicatini. Ma il meccanismo è simile.
Anche la Schlein guida il partito di maggioranza relativa nel centrosinistra, ma molti apprezzano di più la dialettica saccente di Conte per un’eventuale candidatura. E anche lì i partiti del campo largo che non ambiscono alla premiership tacciono in attesa della decisione finale. Un po’ come Salvini e Tajani, già da tempo anestetizzati e abbuonati dalla Meloni, che pensa sicuramente di fare il tris circuendo politicamente anche Vannacci come ha fatto con loro. Solo che credo stavolta trovi un carattere più determinato e soprattutto indipendente.
Vannacci è più d’Annunziano. Ed il Vate era aduso agli amori tormentati, anzi li amava più degli altri. Basti vedere la lotta continua con la sua musa Eleonora Duse. Avete mai letto Voglio un amore di D’Annunzio, dove inizia con questi versi:
«Voglio un amore doloroso, lento, che lento sia come una lenta morte, e senza fine (voglio che più forte sie della morte) e senza mutamento.
Voglio che senza tregua in un tormento occulto sien le nostre anime assorte; e un mare sia presso a le nostre porte, solo, che pianga in un silenzio intento.»
Il tema millenario di Eros e Thanatos, amore e morte, e della loro dialettica infinita. D’Annunzio non può concepire Eros senza Thanatos: dunque l’amore inteso nella sua concezione primordiale di desiderio che trova compimento nella sete d’assoluto. L’aspetto singolare di questi versi è che non si rivolgono a una donna in carne e ossa né a una musa astratta. Il poeta canta il desiderio che si avvera nel sublime, nella grandezza. E infine, nell’Infinito inteso come «senso perfetto», verità assoluta e inoppugnabile di tutte le cose.
E lo stesso è per la politica: si passa così rapidamente dall’amore alla morte. Ogni scelta è essenziale, dirimente, porta a uno dei due. Se sbagli scelta ne prendi le conseguenze. È un dualismo continuo. Rapporti che sembravano indistruttibili scompaiono alle elezioni successive per diventare poi i peggiori nemici. O a volte l’esatto contrario: l’incontro sorprendente di mondi che sembrano inconcepibili, con accordi elettorali inaspettati.
Il sogno della destra che fa cose di destra
Quindi, fossi nel duo Vannacci-Meloni, passerei finalmente dalle schermaglie e dai convenevoli a un dialogo vero, senza ulteriori tatticismi. Se va bene, bene altrimenti le strade si separino felicemente. Il problema è sempre chi fa il primo passo. La Meloni ne dubito: l’avete vista quando si impunta, mette le labbra protese in avanti e assume quella posa che esprime durezza. Forse toccherà a Vannacci, che però per inesperienza sta cedendo a molte provocazioni dei peones di turno.
Eppure questo è anche un periodo astrologicamente favorevole. Maggio è stato il mese delle due lune: succede raramente che due lune piene splendano nello stesso mese. Il primo maggio c’è stata la «luna dei fiori» e mi verrebbe da dire che anche per la luna il futuro è fiorito, me la perdonerete. Poi una bella luna nera il sedici che, invece di portare male,è stata una positiva transizione in attesa della potente luna blu rigeneratrice.
L’ho vista sorgere in diretta questa sera, prima ancora del tramonto, insieme alla mia consulente personale per l’astrologia. L’avete vista che bella, maestosa, sembra che parli. Ma non aspettatevi di trovarla veramente blu: il nome deriva dall’espressione americana «once in a blue moon», che in italiano potremmo tradurre con «una volta ogni morte di Papa».
Fossi in Vannacci quindi il primo passo lo farei — almeno per galanteria maschile. Se va male c’è la soluzione B, sempre attinta dal mito: il ratto di Proserpina. L’avete mai vista la meravigliosa statua del Bernini che illumina la Galleria Borghese a Roma, che coglie Plutone nell’atto di rapire Proserpina per farla sua?
Un’opera incredibile per il pathos che esprime, la plasticità, le espressioni. Il realismo scolpito nel marmo della mano di Plutone che affonda nelle carni di Proserpina è incredibile. Tutto sarà a scoprire se alla fine la nostra premier cederà a tale pressing politico, anche tra mille dubbi. O se al contrario di Proserpina si divincolerà fuggendo definitivamente.
Io personalmente sono tra i fan di un accordo e non me ne vogliano gli amici di sinistra del campo largo, a cui auguro ogni bene, ma che non vorrei favorire per il ritorno al governo con una destra divisa e litigiosa che cede il passo. Sarebbe una vera nemesi che il primo governo di destra perdesse le elezioni ad opera di un altro partito di destra.
Per me — ed è una personalissima opinione — si potrebbe realizzare un ulteriore sogno. Il primo, quello di vedere la destra al governo, in realtà è stato compiuto. Prima con Fini e Tatarella, oggi addirittura con la Meloni premier. Ma in Vannacci ripongo questa speranza: che si avveri il sogno di un governo di destra che, una volta al potere, faccia veramente cose di destra. E visto che la Meloni un po’ su questo si è persa, un memento continuo fisico e presente come il generale forse contribuirebbe a stimolare il prossimo governo su certi temi.
In fondo è un sogno semplice. E i sogni – che siano semplici o difficili – vanno sempre seguiti, anche se bisogna lottare, anche se costano sacrifici, contrasti, delusioni. E questo nessuno lo ha detto mai meglio di D’Annunzio, fil rouge di questo articolo, quando scriveva:
«Ama il tuo sogno se pur ti tormenta Amalo come se fosse l’unico amalo come se avesse l’anima.»
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