“Perché non accada a nessun altro”. È questo il titolo che Rossella, insegnante di scuola primaria originaria di Marsala e residente in Friuli Venezia Giulia dal 2003, ha scelto per raccontare la sua esperienza al Pronto Soccorso dell’ospedale Paolo Borsellino. Una lunga testimonianza in cui denuncia ritardi, sofferenze e carenze organizzative vissute dopo un grave incidente avvenuto durante una visita ai genitori in Sicilia.
Salve a tutti, mi chiamo Rossella e sono un’insegnante di scuola primaria emigrata in Friuli nel 2003 per lavoro.
Da buona siciliana, amante della propria terra, che fu sovrana della Magna Grecia, quest’anno, per poter trascorrere la Pasqua in armonia con i miei genitori dopo circa vent’anni, ho deciso di venire a Marsala.
Grazie a Dio, ho trascorso sia il giorno di Pasqua che Pasquetta in armonia con i miei genitori, che ho cercato di coccolare nei limiti delle mie possibilità.
Purtroppo, nel pomeriggio del 7 aprile, intorno alle 16, scendendo dall’autovettura, il fato ha voluto che cadessi accidentalmente, riportando una frattura trimalleolare con sublussazione tibio-tarsica destra.
Immediatamente i vicini di casa e un mio parente si sono attivati chiamando il Pronto Soccorso dell’ospedale “Paolo Borsellino” di Marsala e più volte la risposta è stata: «Non abbiamo ambulanze a disposizione, l’unica che potrebbe venire è a Castelvetrano e ci vorrà almeno un’ora e mezza».
Dopo svariati tentativi e aver trascorso circa un’ora per terra, moribonda per il forte dolore, non potendo più resistere, ho autorizzato i miei vicini e i miei familiari a portarmi al Pronto Soccorso in auto.
Lì è iniziata la mia odissea.
Arrivati in ospedale, nel parcheggio interno troviamo ben quattro ambulanze, per cui ci rivolgiamo al personale che è venuto fuori per soccorrermi, chiedendo perché nessuna ambulanza fosse arrivata a casa.
La risposta è stata: «Non abbiamo barelle, attualmente il Pronto Soccorso è saturo e non potevamo prendere più nessuno».
Dolorante e affaticata, respiravo a fatica e ho risposto: «Ma scusate… qui non tenete conto delle priorità e delle emergenze? Allora una persona può morire?».
Non si sa come, ma al mio arrivo, per farmi scendere dall’auto, un infermiere ha tirato fuori dal cilindro magico la barella.
Dentro il Pronto Soccorso, dopo qualche ora, mi hanno fatto i raggi, con i quali è stato possibile accertare le tre fratture scomposte.
Al Pronto Soccorso ho potuto constatare il caos e la sofferenza dei malcapitati che, oltretutto, erano – eravamo – colpevoli del fatto di aver deciso di star male contemporaneamente.
Infermieri che correvano, ma nessun medico che venisse a controllare.
Dopo avermi fatto un antidolorifico, ho chiesto se fosse possibile essere visitata da un ortopedico.
Mi è stato risposto: «Stanno operando, appena finiranno uno di loro passerà in Pronto Soccorso».
Ero dolorante e mi sforzavo di essere fiduciosa, credendo che mi stessero dicendo la verità.
Ho aspettato pazientemente tra il dolore che non si sedava perché, oltre alle fratture, il liquido sinoviale e il gonfiore comprimevano sul piede come un macigno.
Verso le 20 ho chiesto se ci fossero novità in merito all’ortopedico.
Mi hanno risposto che, dopo l’intervento, se n’erano andati tutti a casa e che mi avrebbero visitata l’indomani mattina, tanto il mio caso non risultava urgente.
Così, venendo da una realtà completamente diversa, quella del Friuli, chiesi se ci fosse un dottore reperibile.
Un’infermiera mi rispose: «Signura, ci pari chi semu a Udine? Ca u dutturi reperibile, se è chiamato, prima che risponde e arriva si fa mattina. Per cui si mittissi u cori in pace! È inutile che si lamenta, puru eo mi ruppi u peri una vota, ma un mi lamentava».
Se potessi dare un voto numerico alla risposta di questa infermiera userei i numeri relativi: -5, -10…
Ringraziando Dio, c’era un infermiere gentilissimo che cercava di dare conforto un po’ a tutti, il signor Vincenzo.
Mi ha tranquillizzata in modo educato, professionale ed empatico.
Passai la notte e venne l’alba dell’8 aprile.
Verso le 10 mi portarono negli ambulatori ortopedici al piano superiore, dove mi visitò un medico giovanissimo che mi mise a conoscenza della necessità dell’intervento e di tutto il resto.
Nel frattempo, mentre decidevo se tornare in Friuli o meno, passai qualche altra ora al Pronto Soccorso con dolori terribili.
Ad un certo punto mi hanno prelevata dal Pronto Soccorso e mi hanno portata nel reparto di Ortopedia affinché l’ortopedico potesse sistemarmi il piede.
Il dottore mi ha detto di stringere un po’ i denti e cercare di resistere al dolore perché sarebbe intervenuto con alcune manovre per sistemare la caviglia.
Così, concentrandomi sul sollievo che avrei dovuto ottenere, decisi di collaborare il più possibile ma, dopo tre tentativi risultati inutili e molto dolorosi, mi viene detto che per tali manovre sarebbe stato meglio procedere con la sedazione.
Immaginate come mi sono sentita quando ho saputo che tutta quella sofferenza poteva essere evitata.
Successivamente un infermiere mi riportò giù al Pronto Soccorso, in una grande stanza divisa da una tenda verde, dove alla mia destra c’era un signore con il figlio che ogni tanto entrava per rincuorarlo.
Mi dissero che sarei stata portata in sala operatoria per la sedazione nel giro di mezz’ora.
Di fronte a me c’era un orologio, per cui riuscivo a vedere il tempo preciso che passava.
Ad un certo punto il dolore iniziò ad intensificarsi, così mi rivolsi a un’infermiera chiedendo un antidolorifico. Mi rispose che non era possibile perché di lì a poco mi avrebbero sedata e non avrei più avuto tanto male.
Accolsi la risposta e cercai di resistere più che potevo fino ad arrivare a un’attesa di due ore e mezza.
Ad un certo punto iniziai a delirare.
Il dolore era intenso e io ero stremata.
Dopo più di due ore e mezza, il dolore sempre più acuto e la percezione di abbandono divennero così grandi che iniziai a perdere il controllo.
Ho urlato come una che ha perso il senno e, nonostante il dolore, stavo per lanciarmi dalla barella per scappare da una realtà inverosimile di dolore estremo che poteva essere evitato o almeno alleggerito.
Ciò che non avevo ricevuto, oltre alle cure, era il senso di umanità, il coraggio di sentirmi dire la verità e di non essere trattata come una stupida.
…
Per questo ogni giorno uso la mia cattedra per promuovere una rivoluzione: quella della cultura, della conoscenza e della libertà di pensiero.
Cerco di realizzare ciò che più di duemila anni fa diceva il grande filosofo Aristotele nell’Etica Nicomachea: che il bene supremo non sta nella ricchezza economica ma nella conoscenza, perché solo con essa si può essere pienamente liberi.
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