L’arte è il terreno su cui si decide la partita tra l’uomo e il suo doppio computazionale: è questa l’idea che emerge dalla lettura di Magnifica humanitas di Leone XIV, firmata il 15 maggio 2026, Si tratta di un documento di dottrina sociale della Chiesa che attraversa economia, lavoro, geopolitica, educazione. Eppure, alcuni dei suoi passaggi più radicali riguardano la creatività. E meritano di essere letti da chi lavora con le immagini, le forme e i linguaggi del contemporaneo — tanto più ora che la Biennale di Venezia, con In Minor Keys, la mostra postuma di Koyo Kouoh, propone una riconnessione radicale con ciò che è emotivo, sensoriale, soggettivo, irriducibile all’accelerazione produttiva. Il Papa e la curatrice, da sponde lontanissime, puntano nella stessa direzione.
L’Enciclica di Papa Leone XIV e la creatività
Il punto di partenza dell’enciclica è chiaro: la creatività – che contraddistingue l’essere umano – è una facoltà che si atrofizza. Non per divieto, ma per delega. “La velocità e la semplicità con cui è possibile ottenere contenuti mediatici semplificano le nostre vite, ma possono anche abituarci a delegare troppo, indebolendo il giudizio personale e la creatività”, scrive Leone. Poi alza il tiro: “Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA”. L’espressione suona ascetica, e invece coglie un nodo che ogni artista conosce: l’opera nasce dalla resistenza del materiale, il verso dalla lotta con la lingua, la composizione dal confronto con il silenzio. Eliminare la resistenza non significa liberare la creatività. Significa abolirla.
L’opera d’arte e il software
Il Papa compie poi un’operazione che interessa direttamente il sistema dell’arte: assimila lo sviluppatore di software all’autore di un’opera. “Come l’autore di un’opera artistica è tenuto a considerare i valori che essa esprime, così gli sviluppatori sono chiamati a trattare con serietà i valori che infondono nei loro progetti”. Il codice è un’opera; ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità. Se prendiamo sul serio questa analogia, il design algoritmico è un atto culturale, non solo tecnico. La creatività non è più confinata nell’atelier: è il marchio dell’umano in ogni gesto costruttivo, dal dipinto all’algoritmo. Un’idea che richiama ciò che Yuk Hui chiama “cosmotecnica“: l’unificazione tra ordine cosmico e ordine morale attraverso attività tecniche. Non si tratta di rifiutare la macchina, ma di decidere quale mondo si costruisce con essa.
Mondi e macchine nell’Enciclica di Leone XIV
C’è però una differenza decisiva, e il Papa la individua con precisione: l’IA non comprende ciò che genera. Le macchine possono imitare linguaggi, simulare empatia, produrre variazioni sorprendenti. Ma non sanno che cosa significhi essere innamorati né che cosa sia il silenzio dopo l’ultimo accordo. “Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita; è un adattamento statistico che non implica crescita interiore”. Per il mondo dell’arte, la questione non è se un algoritmo possa generare un’immagine bella — può farlo — ma se quell’immagine sia il precipitato di un’esperienza del mondo.
Questa posizione trova eco in un altro testo di Prevost – il suo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali di quest’anno –, dove parla di “simulazione”. L’IA può “simulare voci e volti umani, sapienza e conoscenza, empatia e amicizia”. Ma simulare non è creare. I sistemi generativi lavorano su ciò che è già stato: apprendono pattern, replicano stili. L’arte, invece, nasce da un attraversamento del reale, porta con sé una biografia, una ferita, un desiderio. “Gran parte dell’industria creativa rischia di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in consumatori di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore”.
Cosa succede quando l’autore scompare?
Una domanda che interroga gallerie, musei, studi di produzione: che cosa accade quando l’autore scompare? La storia dell’arte ha messo in crisi molte volte l’idea di autore. Ma lo ha fatto sempre attraverso un atto umano, intenzionale, rischioso. Anche la sparizione dell’autore è stata un gesto firmato. L’opera generata da un algoritmo non risponde a nessuno, non rischia nulla, non perde nulla. Resta estranea a ciò che chiamiamo esperienza artistica.
Il discorso dell’enciclica, tuttavia, non si chiude nella critica. Si allarga in una visione dell’arte come forza attiva di resistenza. Leone XIV scrive che “la cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla, impedendo la normalizzazione del male”. E schiera tre esempi che funzionano come icone: “così alcune opere hanno assunto un valore quasi profetico: la Nona di Beethoven come desiderio di unità; Guernica come denuncia della disumanizzazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio”. Musica, pittura, cinema: tre linguaggi diversi, tre epoche, un’unica funzione. L’arte è sentinella dell’umano, veglia dove la ragione si addormenta, non consente al male di diventare paesaggio. L’aggettivo scelto dal Papa è “profetico” — non estetico, non decorativo, non consolatorio. L’arte parla prima, vede prima, sa prima.
L’arte come sentinella dell’umano
Questo punto si carica di ulteriore urgenza quando l’enciclica affronta il rischio dell’intelligenza assolutizzata: “Anche ciò che cresce senza misura può diventare una forma di povertà. In un ecosistema, l’armonia si spezza quando una sola specie prolifera a scapito delle altre”. L’IA è una specie cognitiva in crescita esponenziale che, senza contrappesi, rischia di colonizzare l’intero habitat mentale dell’umanità. Un quadro di Mark Rothko non è riducibile a dati. Un quartetto di Beethoven non è una prestazione. Un verso di Leopardi non è un’informazione. Sono esperienze che eccedono ogni codifica. L’arte non scompare perché qualcuno la proibisca: evapora lentamente in un mondo che non ne sente più il bisogno.
Leone XIV condensa tutto in una frase che ha la densità di un verso: “Nessun sistema di calcolo genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene. Il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato”. Papa Francesco aveva scritto in Dilexit nos: “Nell’era dell’intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che per salvare l’umano sono necessari la poesia e l’amore”. L’arte abita esattamente in questo spazio descritto dai pontefici. Per questo, anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’arte, il poetico, restano il luogo in cui l’umano si espone, rischia, prende parola. Non contro la tecnologia. Ma oltre l’algoritmo.
Antonio Spadaro
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Antonio Spadaro
Source link


