C’è un momento, tra settembre e ottobre, in cui ogni insegnante di sostegno sa di dover correre. Il Piano Educativo Individualizzato va scritto, discusso con la famiglia, approvato dal Gruppo di Lavoro Operativo.
Senza quel documento, l’intero anno rischia di navigare a vista. Eppure, secondo l’ISTAT, al 31 ottobre il 17% degli alunni con disabilità era ancora senza PEI. In pratica, quasi uno studente su cinque ha iniziato il percorso senza avere formalizzato obiettivi, strumenti e criteri di valutazione.
Il dato peggiore riguarda la secondaria di secondo grado del Centro Italia, dove il ritardo tocca il 24%. Un’area geografica che spesso viene considerata virtuosa, ma che su questo fronte mostra crepe profonde. Le ragioni? Probabilmente la maggiore complessità dei PEI alle superiori, dove si devono definire anche le modalità delle prove e l’eventuale equipollenza. Ma anche una certa lentezza burocratica, che non trova scuse.
Il PEI non è solo un adempimento formale. È lo strumento che permette allo studente di partecipare pienamente alla vita scolastica. Senza di esso, l’insegnante di sostegno lavora in assenza di una bussola, la famiglia non sa cosa pretendere, e i docenti curricolari non hanno indicazioni su come modulare la didattica. Per fortuna, il dato complessivo dice che il 97% degli alunni ha comunque un PEI (anche se redatto in ritardo). Ma quell’ombra del 17% – e il picco del 24% – restano un campanello d’allarme.
Progetto di vita: una bella idea che non decolla
La legge parla chiaro: il PEI dovrebbe essere coerente con il “progetto di vita” dell’alunno, quel documento che immagina il suo futuro oltre la scuola – il lavoro, l’abitare, le relazioni sociali. Un’intuizione importante, perché l’inclusione non finisce con l’esame di maturità. Ebbene, l’ISTAT rileva che solo per il 40% degli alunni il PEI è effettivamente coerente con un progetto di vita formalizzato. Nel 55% dei casi, invece, il progetto di vita non esiste proprio. E nell’1% c’è addirittura incoerenza tra i due percorsi.
Cosa significa? Che la stragrande maggioranza delle scuole lavora sull’anno in corso, senza uno sguardo al domani. Il progetto di vita resta una raccomandazione pedagogica che pochi istituti hanno trasformato in prassi. Eppure, per un ragazzo con disabilità, immaginare il dopo scuola non è un lusso. È una necessità. Senza un progetto, si rischia di formare competenze che poi non trovano sbocco, o di trascurare quelle che servirebbero per un inserimento lavorativo dignitoso.
Il diploma negato: 37% di percorsi senza titolo
L’aspetto più duro del rapporto riguarda la secondaria di secondo grado. Qui, il PEI stabilisce se il percorso dello studente sarà equipollente o meno rispetto a quello dei compagni. Equipollente significa che alla fine si consegue il diploma vero. Non equipollente, invece, porta a una semplice certificazione delle competenze, che non consente né di proseguire gli studi né di accedere a molti concorsi o lavori.
Secondo l’ISTAT, il 16% degli studenti con disabilità alle superiori segue un percorso ordinario, identico a quello dei coetanei. Un altro 46% ha un percorso personalizzato ma con prove equipollenti, quindi arriva al diploma. Il restante 37% – oltre un terzo – è stato indirizzato verso un percorso differenziato con prove non equipollenti. Per loro, niente diploma, solo un pezzo di carta che il mercato del lavoro tende a svalutare.
Le motivazioni di questa scelta sono complesse. A volte è la scuola che propone il percorso semplificato, per evitare all’alunno uno stress eccessivo. Altre volte sono le famiglie a chiederlo, temendo che il ragazzo non ce la faccia. Ma il risultato è oggettivamente penalizzante. In un paese dove il titolo di studio è ancora un filtro per l’occupazione, negare il diploma significa pregiudicare il futuro. E non c’è progetto di vita che tenga, se poi quel ragazzo si ritrova a 18 anni con una certificazione che nessuno conosce.
Per l’80% degli alunni, il PEI prevede la frequenza di tutte le materie senza riduzione d’orario. Nel 16% dei casi c’è un orario ridotto su alcune discipline, e nel 3% alcune materie possono essere addirittura saltate. Un altro tassello di un sistema che, per eccesso di protezione, rischia di escludere invece di includere.
PCTO: l’alternanza scuola-lavoro, divisa in due Italie
I Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento – un tempo chiamati alternanza scuola-lavoro, adesso Formazione Scuola-Lavoro – coinvolgono l’87% degli alunni con disabilità che frequentano gli ultimi tre anni delle superiori. Un dato incoraggiante, perché significa che la maggioranza delle scuole considera i PCTO una parte irrinunciabile del PEI.
Ma anche qui emergono differenze territoriali marcate. Al Nord, il 64% degli studenti fa esperienza in azienda o in cooperativa. Al Sud, prevale il percorso di tipo scolastico (51%), cioè attività formative che si svolgono dentro l’istituto, senza contatto reale con il mondo del lavoro. Perché? Probabilmente perché al Sud ci sono meno aziende disponibili ad accogliere ragazzi con disabilità, o perché le scuole hanno minori capacità di attivare convenzioni. Forse anche perché la cultura dell’alternanza è meno radicata.
Il risultato è che un ragazzo del Veneto o dell’Emilia ha molte più probabilità di mettere piede in un’azienda, imparare un mestiere, farsi conoscere da un potenziale datore di lavoro. Un ragazzo della Campania o della Sicilia, invece, resterà tra i banchi di scuola, simulando competenze che non ha potuto sperimentare sul campo. Un’altra ingiustizia territoriale, che si aggiunge a quelle già viste per l’accessibilità e le tecnologie.
Cosa resta
L’inclusione scolastica non si misura solo sulle ore di sostegno o sulla presenza di computer adattati. Si gioca anche – forse soprattutto – nella capacità di guardare avanti. Un PEI scritto in ritardo, un progetto di vita che non c’è, un diploma negato a un terzo degli studenti, un’alternanza scuola-lavoro che al Sud è solo carta: sono tutti segnali di un sistema che fatica a trasformare i principi in pratiche concrete. La legge c’è, le intenzioni pure. Ma il divario tra Nord e Sud, tra quello che si dice e quello che si fa, resta ampio. E a pagarne il prezzo sono sempre loro, i ragazzi.
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Andrea Carlino
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