Caldo killer in classe, entro il 2050 un quarto degli studenti in Inghilterra avrà oltre 30 giorni caldi a scuola. Ocse: “Meglio condizionatori o calendario ripensato”


Se l’Europa conta i primi morti causati dalle temperature estreme, c’è un luogo dove il termometro che sale non fa notizia ma logora silenziosamente il futuro: la scuola. Non i palazzi della politica né gli uffici con l’aria condizionata, ma le aule in cui milioni di ragazzi passano le ore più calde della giornata.

L’OCSE ha deciso di mettere nero su bianco una domanda scomoda: cosa succede all’apprendimento quando il mercurio schizza sopra i trenta gradi, e resta lì? La risposta arriva da un’analisi inedita, appena pubblicata dall’organizzazione con sede a Parigi, che combina per la prima volta i dati sulla posizione geografica delle scuole primarie con le proiezioni climatiche più aggiornate.

Il quadro che ne esce non lascia spazio a interpretazioni: entro il 2050, in media, gli studenti dei paesi OCSE saranno esposti a un numero significativamente maggiore di giornate calde in classe. Non solo nei paesi storicamente più caldi.

Chi rischia di più, chi quasi per nulla

Il rapporto prende in esame tredici paesi e economie, incrociando le iscrizioni scolastiche del 2024 con due scenari climatici: uno “di mezzo” (SSP2‑4.5, con un aumento globale tra 2,1 e 2,5 gradi entro il 2100) e uno ad alte emissioni (SSP5‑8.5, fino a +5,7 gradi). I numeri parlano da soli.

Oggi in Bulgaria meno del 37% degli studenti frequenta scuole che superano i 30 giorni caldi all’anno (si intende giorni con temperature sopra i 30°C). Nel 2050, anche nello scenario intermedio, quella quota schizzerà al 91%, e il bambino “tipico” – quello mediano – passerà da 24 a 48 giorni bollenti all’anno.

Ma il balzo più impressionante riguarda l’Inghilterra: attualmente nessuno studente delle primarie subisce più di 30 giorni caldi l’anno; tra venticinque anni quasi un quarto di loro li subirà. Ungheria: dal 19% di studenti esposti a oltre 30 giorni caldi si vola al 96%.

Ci sono poi paesi virtualmente immuni: Danimarca, Irlanda, Lettonia, Lituania. Anche nello scenario peggiore, gli scolari danesi arrivano al massimo a 1‑5 giorni caldi all’anno, mentre in Irlanda restano a zero. La geografia, insomma, continua a fare la parte del leone.

America Latina, il caso estremo

Ma il dato più sorprendente arriva da fuori Europa. Entro il 2050, uno studente tipico della Colombia vivrà 153 giorni caldi a scuola – quasi metà dell’anno. Costa Rica: 80 giorni. Eppure, proprio in questi due paesi, più di un quarto degli alunni frequenta scuole in altopiani freddi, dove mediamente non si supera mai la soglia dei 30 gradi. La lezione è chiara: il rischio termico non si legge sulla carta d’identità nazionale, ma sull’altitudine e sull’isolato. Servono politiche localizzate, non slogan.

Negli Stati Uniti, il 76% degli studenti delle grandi città frequenta scuole dentro “isole di calore urbane” – aree dense di asfalto e cemento che intrappolano il calore ben oltre le zone verdi circostanti. E il Government Accountability Office stima che il 41% dei distretti scolastici pubblici debba aggiornare o sostituire gli impianti di ventilazione e condizionamento in almeno la metà delle proprie scuole: circa 36.000 edifici.

Non solo malessere: il caldo brucia i risultati

Fin qui i numeri delle previsioni. Ma la parte più solida dello studio riguarda gli effetti già misurati. Una ricerca condotta su dati PISA in vari paesi ha calcolato che ogni giorno aggiuntivo sopra i 26,7°C nei tre anni precedenti un esame riduce il punteggio dello 0,18% di una deviazione standard. Sembra poco? Sommato su decine di giorni caldi, diventa un divario strutturale.

Più impressionanti gli studi giapponesi e americani. In Giappone, per ogni giorno scolastico sopra i 34°C senza aria condizionata, i punteggi ai test crollano in media dello 0,56% di deviazione standard. E l’effetto sugli studenti più svantaggiati è quasi tre volte più grande. Negli Stati Uniti, senza condizionatore, un anno scolastico più caldo di 1°F (0,55°C) riduce l’apprendimento misurato dal test PSAT dell’1%. Al contrario, l’aria condizionata scolastica cancella circa i tre quarti dell’effetto negativo del caldo.

Le ondate di calore del 2025: un preavviso

Il rapporto non è una teoria: cita eventi accaduti davvero. Nel 2025, in Francia, quasi 1.900 scuole sono state chiuse per caldo estremo. A Parigi e in altre città i sindaci hanno invitato i genitori a tenere i figli a casa.  In Brasile, un’ondata di calore ha sospeso il rientro a scuola nel sud del paese. In Messico, nel 2023, temperature oltre i 35 gradi (con punte di 45) hanno costretto 18 stati a chiudere le scuole e limitare l’attività fisica all’aperto, interrompendo l’educazione di 13,1 milioni di studenti. E il 15% delle scuole messicane non ha nemmeno l’acqua corrente.

Cosa si può fare (e cosa si sta già facendo)

L’OCSE elenca tre strade principali, con i relativi compromessi. Primo: investire in sistemi di raffreddamento e ventilazione. È costoso, ma efficace. Il Giappone è l’esempio lampante: nel 2004 solo il 6% delle scuole primarie e medie aveva l’aria condizionata; nel 2022 quasi il 100%. Il tutto grazie a partenariati pubblico‑privati in cui le aziende installano e mantengono i sistemi in cambio di canoni di servizio. Il Queensland, in Australia, ha stanziato 477 milioni di dollari australiani per dotare 649 scuole statali di aria condizionata, compensando i consumi energetici con pannelli solari.

In Europa, dove il condizionamento è meno diffuso, la Francia punta a ristrutturare 40.000 scuole primarie in dieci anni, coibentando e passando a sistemi geotermici, con un Fondo Verde da 2 miliardi di euro (più 500 milioni aggiuntivi solo per le scuole). Barcellona ha destinato il 25% dei fondi di ristrutturazione scolastica all’adattamento alle alte temperature: 3,6 milioni di euro per rinnovare 56 scuole nell’estate 2024.

Seconda strada: modificare il calendario scolastico. Alcuni distretti americani hanno già posticipato l’inizio dell’anno da agosto a settembre. Madrid, nel suo Piano d’Azione contro le Ondate di Calore, prevede di spostare le lezioni nelle ore mattutine più fresche e programmare l’educazione fisica negli orari meno caldi. Ma attenzione: chiudere le scuole per caldo rischia di aggravare le perdite di apprendimento. Per questo l’OCSE suggerisce di inserire nel calendario “giorni di contingenza” (come fa il Rhode Island) da usare per recuperare solo se necessario.

Terza strada: adattare gli ambienti esterni. Tetti riflettenti, pavimenti “cool”, vegetazione su tetti e facciate, aree gioco ombreggiate. A Madrid il progetto pilota “Caring for School Environments” ha valutato 241 scuole pubbliche per la vulnerabilità termica e ha co‑progettato con gli studenti stessi cortili scolastici naturalizzati e ombreggiati. A Rio de Janeiro, il progetto “Hortas Escolares” ha introdotto orti e giardini in oltre 250 scuole, con piante autoctone che abbassano la temperatura percepita.

E l’Italia?

Lo studio OCSE non cita l’Italia tra i tredici paesi analizzati nei dettagli, ma i numeri noti sono impietosi: l’89% delle scuole è senza aria condizionata, e il restante 11% ha spesso impianti solo in segreteria o nelle sale riunioni. Mentre il dibattito pubblico si concentra sul calendario – anticipare o posticipare le vacanze estive? – il rapporto Ocse ricorda una verità scomoda: senza interventi strutturali, qualsiasi modifica del calendario rischia di essere solo uno spostamento di giorni bollenti da un mese all’altro. O, peggio, di tenere i ragazzi in classi diventate fornaci nei mesi più caldi.

L’Emilia-Romagna ha addirittura anticipato l’inizio delle primarie al 31 agosto (fino al 14 settembre) per venire incontro ai tempi di vita e lavoro delle famiglie. Un’iniziativa lodevole, ma che cozza con la realtà fisica delle aule. Perché prolungare la presenza a scuola quando il termometro impazza, senza avere impianti di raffrescamento, significa paradossalmente aumentare il rischio che lo studio diventi una tortura. L’Ocse non lo dice esplicitamente, ma il ragionamento è implicito: o si cambiano le strutture, o si cambiano le date. Tenere tutto com’è, con le settimane più calde ancora piene di lezioni, è la scelta peggiore

La conclusione dell’OCSE è pragmatica: l’approccio migliore è bilanciato. L’installazione di condizionatori e coibentazioni è efficace ma lenta e costosa. Le modifiche al calendario sono più rapide ed economiche, ma rischiano di ridurre il tempo di apprendimento se non pianificate bene. E le soluzioni a bassa tecnologia – ombre, ventilazione naturale, verde – sono spesso le più accessibili per i paesi con meno risorse. Una cosa è certa: ignorare il problema significa condannare una generazione a studiare peggio, semplicemente perché fuori fa caldo. E il 2050 non è poi così lontano.

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 Andrea Carlino

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