A Napoli la propaganda torna sui muri e occupa i musei: si impone, si fa spazio tra la folla, pretende attenzione. Non ordina, non minaccia, non cerca consenso cieco piuttosto interroga e costringe alla riflessione. Con OBEY: Power to the Peaceful, la grande mostra dedicata a Shepard Fairey, (Charleston, 1970), le sale delle Gallerie d’Italia diventano uno spazio attraversato da simboli, slogan, volti monumentali e geometrie feroci che sembrano provenire dal Novecento delle rivoluzioni e delle passionali contestazioni, ma che finiscono per parlare direttamente al presente, alle sue guerre permanenti e sanguinarie, alla saturazione delle immagini, alla fragilità del pensiero critico che diventa sempre più “fuori moda”.
Il confine sottile tra arte e propaganda nell’opera di Fairey
Fairey da anni lavora sul confine ambiguo tra arte e propaganda, appropriandosi del linguaggio visivo del potere per sabotarlo dall’interno. Le sue opere utilizzano la grammatica della comunicazione politica — il rosso dominante, i contrasti netti, i volti eroici, la monumentalità quasi sovietica delle composizioni — ma al posto della retorica autoritaria stimolano il dubbio, creano crepe, instillano richiami alla responsabilità individuale. È un’estetica che seduce e insieme mette in allarme, perché costringe chi guarda a interrogarsi su quanto sia facile essere del tutto inconsapevolmente manipolati e quanto sia incredibilmente difficile conservare uno sguardo lucido e centrato dentro il rumore continuo della comunicazione contemporanea che confonde, appiattisce, omologa fino a rendere assuefatti.
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5 / 5Napoli, il luogo ideale per accogliere una mostra di Shepard Feirey
E Napoli, la città ossimoro per eccellenza, appare come il luogo perfetto per accogliere il suo immaginario. Una città dove i muri hanno sempre parlato, dove il caos visivo convive con una potente vitalità politica e popolare, dove l’arte pubblica non è mai stata soltanto decorazione ma gesto, conflitto, presa di posizione e dove, per dirla con le parole di Shepard: “la città ha una collisione di cose che io amo: cultura alta, cultura bassa, bellezza, maestosità e tutto ciò convive in una meravigliosa moltitudine, in questo organismo complesso che appare sano”.
Il grande murales di Shepard Fairey nel quartiere Ponticelli
Non è un caso che, oltre alla mostra, l’artista abbia lasciato alla città anche il grande murale Third Eye Open Peace nel quartiere di Ponticelli: un’opera che trasforma lo spazio urbano in manifesto civile e che ribadisce uno dei temi centrali del suo lavoro, quello della pace come pratica attiva, difficile, quasi rivoluzionaria. “Questo lavoro, per me, è il mio modo di comunicare ciò che provo rispetto a come dovremmo trattarci gli uni con gli altri come esseri umani, guardando oltre i confini, oltre il colore della pelle, la religione, qualsiasi senso di identità e cercando invece ciò che abbiamo in comune. Credo sia importante essere orgogliosi di chi siamo individualmente o come comunità, ma senza dire che siamo superiori agli altri. Questo lavoro parla della natura universale dell’umanità”.
A proposito della mostra sul suo profilo Instagram scrive “peace is not the absence of disagreement but the ability to resolve disagreements without violence”, una frase che attraversa l’intera esposizione napoletana come una dichiarazione poetica e politica insieme: la pace non coincide con la passività o con un generico ottimismo, ma con uno sforzo costante di consapevolezza, con la capacità di opporsi alla brutalizzazione del linguaggio pubblico e alla normalizzazione del conflitto permanente. In un altro post recente definisce addirittura la pace radicale, perché in un mondo costruito sulla tensione continua, sulla polarizzazione e sulla paura, immaginare una possibilità diversa diventa già un atto di resistenza.
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7 / 7La mostra di Shepard Fairey alle Gallerie d’Italia di Napoli tra attivismo e street art
La mostra si muove così tra attivismo, cultura punk, grafica pubblicitaria e street art, ma evita sempre la nostalgia e la tristezza incitando invece all’azione, perché “l’arte deve essere potente dal punto di vista estetico, deve essere bella, ma credo anche che rappresenti un’opportunità per dire qualcosa, nello stesso modo in cui una canzone che ti emoziona ha anche un testo che ti fa riflettere”. Lungi dal concepire l’arte come bellezza fine a se stessa Fairey racconta piuttosto il tentativo ostinato di restituire alle immagini un peso politico reale, una capacità di prendere posizione, creare contenuto, interrompere il flusso distratto e la vertigine collettiva che ottunde i sensi e la capacità di discernimento. Usare gli stessi strumenti della propaganda per invitare alla disobbedienza mentale trasforma il manifesto in un dispositivo critico e riporta l’arte alla sua funzione più antica e più urgente, quella di fermare qualcuno per strada — o dentro un museo — e costringerlo, anche solo per un istante, a pensare. Per dirla con il filosofo della biopolitica Michel Foucault “l’arte è un atto di resistenza al poteree il sapere non è fatto per comprendere, è fatto per prendere posizione“.
Fabio Pariante
Napoli // Fino al 6 settembre 2026
OBEY: Power to the Peaceful
GALLERIE D’ITALIA, via Toledo 177
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