Il nuovo tetto del 5 per mille? È già stretto. Anzi, per l’esattezza è già superato. Lo dicono i risultati del 5 per mille 2025, pubblicati nei giorni scorsi dall’Agenzia delle Entrate. Innanzitutto le firme, che ancora una volta sono cresciute e hanno raggiunto la quota record di 18.460.316, con un incremento del 2,8%: tutte scelte espresse, di italiani cioè che hanno indicato il codice fiscale preciso della realtà che desiderano sostenere, mentre le scelte andate genericamente a un settore sono calate.
E poi ci sono le risorse che verranno distribuite: 602 milioni di euro contro i 523 dell’anno prima. Un balzo dovuto al fatto che il Governo (sollecitato dalla campagna “5 per mille, ma per davvero” promossa da VITA insieme a 67 tra le principali organizzazioni del Terzo settore) ha innalzato il tetto di ben 85 milioni di euro rispetto ai 525 milioni dell’anno precedente.
Ogni realtà ammessa, quindi, deve misurare la propria performance anno su anno tenendo conto di questo: la crescita dell’importo che riceveranno non è dovuta tanto e solo all’aumento delle firme né alla crescita del reddito medio, ma al puro e semplice incremento delle risorse disponibili, con una quota di destinato che negli anni passati non veniva messo sul piatto, disattendendo le indicazioni dei contribuenti, e che invece quest’anno c’è.
Quel risultato resta importante – sostanzialmente è un +16% di risorse di cui tutti gli enti beneficiano, in maniera trasversale – ma non è ancora sufficiente. I numeri dicono come l’obiettivo sia e resti quello di superare il tetto.
Siamo già oltre i 610 milioni di euro
Nel 2024, compilando la dichiarazione dei redditi relativa al 2023, «l’importo effettivamente destinato dai contribuenti ammonta a 603.959.199,36 euro», aveva detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, rispondendo a un’interrogazione parlamentare. «Il delta tra l’importo erogabile e quello effettivamente destinato è dunque pari a 78.959.199,36 euro».
I 610 milioni di euro stanziati a copertura del 5 per mille a partire dal 2025 sembravano poter bastare per il primo anno, ma non è stato così. La crescita dell’adesione al 5 per mille da parte degli italiani corre più veloce: il nuovo tetto è già stato superato.
Occorre infatti fare la somma degli importi, elenco per elenco, ammessi ed esclusi, per capire qual è la cifra che lo Stato ha “accantonato” per il 5 per mille. In quella cifra, vanno compresi anche gli importi destinati agli esclusi, che potrebbero fare ricorso e vincerlo. Negli anni passati, facendo quella somma, si arrivava sempre a 525 milioni tondi tondi e lo stesso accade quest’anno: 610 milioni di euro, che coincidono con il nuovo tetto. Il vero 5 per mille, quindi, è già superiore a quella cifra.
Che il tetto sia già stato superato lo conferma l’Osservatorio sul 5, 2 e 8 per mille attivo nell’ambito dell’advisory board di Assif – Associazione italiana Fundraiser, che monitora ogni anno l’andamento degli strumenti di sussidiarietà fiscale in Italia. «Il recente innalzamento del tetto massimo erogabile da 525 a 610 milioni di euro ha rappresentato un segnale apprezzabile», spiega il coordinatore scientifico Nicola Bedogni. «Tuttavia, la crescita della partecipazione dei cittadini è stata talmente sostenuta da determinare un nuovo superamento del limite stabilito. Al quadro complessivo delle risorse destinate agli ammessi infatti si aggiungono 7.197.437 euro indirizzati verso 9.485 enti risultati esclusi per diversi motivi. Nel 2024 erano poco più di 2 milioni».

Impossibile sapere esattamente di quanto il tetto sia stato superato: negli ultimi anni c’è voluta un’interrogazione parlamentare per conoscere questi dati. Verosimilmente non di molto, ma comunque lo sforamento c’è.
La soluzione? Guardare all’Europa
Come uscire dall’empasse? Una strada Bedogni la individua guardando all’estero, agli altri sette Paesi d’Europa che hanno un meccanismo di sussidiarietà fiscale simile al nostro 5 per mille. Si tratta di Spagna, Polonia, Portogallo, Slovacchia, Ungheria, Lituania, Romania. Nessuno ha il tetto, solo noi. «Nei Paesi che hanno adottato meccanismi analoghi, il trasferimento delle risorse ricalca linearmente le scelte dei contribuenti, senza massimali che ne riducano proporzionalmente il valore. L’Italia muove i volumi economici più significativi del continente, ma rimane l’unico sistema in cui una parte delle destinazioni espresse non arriva a destinazione». Il confronto con la Spagna è il più emblematico per la somiglianza al caso italiano: «Se negli altri Paesi le cifre di cui parliamo sono oggettivamente inferiori alle nostre, con circa 568 milioni di euro erogati complessivamente tra persone fisiche e società, la Spagna è confrontabile all’Italia. Eppure anche lì il meccanismo funziona in modo lineare, senza tetto e senza tagli proporzionali, includendo inoltre le imprese tra i soggetti che possono esercitare la scelta fiscale». In sostanza, lo Stato dovrebbe ragionare come se tutti i contribuenti firmassero, “accantonando” come indisponibile quindi l’intero corrispettivo del 5 per mille dell’Irpef e trattenendo poi invece nella fiscalità generale solo la cifra che non viene destinata dai cittadini.
Il fatto che il nuovo tetto a 610 milioni sia già stato superato non è un dato tecnico neutro: è la dimostrazione che le stime del legislatore continuano a rincorrere una realtà che corre più veloce. I tempi sono maturi per un’evoluzione strutturale dello strumento
Nicola Bedogni, coordinatore scientifico dell’Osservatorio sul 5, 2 e 8 per mille di Assif
Per Bedogni, l’aumento dei contribuenti che scelgono a chi destinare il 5 per mille è specchio di «una cittadinanza che si fida e che chiede di essere ascoltata. Il fatto che il nuovo tetto a 610 milioni sia già stato superato non è un dato tecnico neutro: è la dimostrazione che le stime del legislatore continuano a rincorrere una realtà che corre più veloce. I tempi sono maturi per un’evoluzione strutturale dello strumento, capace di agganciare stabilmente i tetti di spesa all’effettiva volontà espressa dai contribuenti. L’Europa, su questo, ci mostra già come si fa».
Sotto la lente
Una prima osservazione riguarda gli esclusi, che sono di nuovo in numero rilevante: 8.709 solo nell’elenco degli Enti di Terzo settore. Tra gli esclusi illustri, la Fondazione Caritas Ambrosiana, che deve rinunciare a a 214mila euro, la Casa della Carità di Milano (i contribuenti le avevano destinato 84mila euro) e la Fondazione Slow Food per la biodiversità di Carlin Petrini (527 firme e 29mila euro) e Nessuno tocchi Caino (265 firme e 28mila euro).
Erano stati 6.099 gli enti esclusi del 5 per mille 2024, con due milioni di euro rimasti congelati. Quest’anno le somme attribuite agli enti esclusi dal beneficio valgono un po’ più di 7,5 milioni di euro. Prima dell’entrata in vigore del Runts gli esclusi erano un migliaio ogni anno, mentre nell’edizione 2022 c’era stato un vero e proprio boom di esclusi: da 1.633 a 8.291 in un solo anno, con 400mila italiani che non avevano visto destinato il loro contributo e 15 milioni di euro rimasti nelle disponibilità dello Stato.
Negli elenchi degli Enti del Terzo settore – dice l’Agenzia in una nota – sono compresi anche gli enti già iscritti nell’Anagrafe delle Onlus (cessata dal 1° gennaio 2026) che hanno presentato istanza per l’iscrizione al Registro unico del terzo settore entro il termine del 31 marzo 2026. In particolare, negli elenchi, sono contrassegnati con la lettera “R” le ex Onlus che, pur avendo presentato istanza di iscrizione al Runts entro il 31 marzo 2026, sono ancora in attesa del perfezionamento della procedura di iscrizione e risultano quindi ammessi al contributo con riserva: fra questi, Medici Senza Frontiere, il Cuamm, la Comunità Papa Giovanni XXIII, il Sermig.
Una seconda osservazione riguarda il peso dell’inoptato, cioè l’importo che viene destinato agli enti non perché i contribuenti li hanno scelti ma per un riparto proporzionale delle firme andate genericamente al settore. Un meccanismo che esiste da sempre e che impatta in modo molto diverso nei vari elenchi. Nell’elenco degli enti della ricerca sanitaria l’inoptato vale quasi 40 milioni di euro: per l’esattezza in questo secondo caso 39.872.806,85 contro i 61.935.975,34 destinati attraverso scelte espresse. L’inoptato qui vale quindi il 39% del totale che va all’ambito. Nell’elenco degli enti di Terzo settore l’inoptato pesa infinitamente meno: il 4,5% del totale. Per l’esattezza 17 milioni di euro derivanti da firme generiche contro 361 milioni euro derivanti da scelte espresse.
Fotografia di Olena Kholina su Unsplash
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Daria Capitani
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