Omicidio Boiocchi, D’Alessandro confessa in aula


La confessione sposta il baricentro del processo da un impianto fondato su chiamate in correità e ricostruzioni investigative a una ammissione diretta dell’uomo che in aula si è assunto la responsabilità degli spari. Il dato va letto con rigore: D’Alessandro resta imputato e la decisione spetta alla Corte. Il suo racconto rende però più nitida la filiera che il fascicolo attribuisce alla guerra interna alla Curva Nord interista.

Nota di metodo: in questa ricostruzione distinguiamo tra fatti processuali acquisiti, dichiarazioni rese dagli imputati e valutazioni che restano riservate alla Corte d’Assise.

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La confessione in aula: che cosa è stato ammesso

D’Alessandro ha collocato la propria ammissione nel momento dell’agguato, quando Boiocchi stava rientrando nel palazzo. Il passaggio centrale è l’assunzione degli spari: nella sua versione, l’azione materiale nasce dopo un incarico ricevuto nel circuito di Ferdico e dopo una preparazione logistica già avviata. Il valore processuale dell’udienza sta proprio in questa saldatura tra esecuzione materiale e catena organizzativa.

La formula delle dichiarazioni spontanee ha un peso specifico diverso da una ricostruzione giornalistica o investigativa: è una scelta difensiva compiuta in aula da un imputato, davanti ai giudici e dentro un processo con parti civili, difese e pubblico ministero. Per questo ogni dettaglio va mantenuto nel suo perimetro tecnico.

Il denaro: i 15-16mila euro e la cifra complessiva del delitto

La somma indicata da D’Alessandro riguarda il compenso personale che lui afferma di aver ricevuto, stimato tra 15 e 16mila euro e versato in più momenti. Questo punto va separato dalla cifra più ampia emersa nel fascicolo, pari a 50mila euro come budget dell’omicidio secondo l’impianto accusatorio e le ammissioni già acquisite.

La distinzione è decisiva perché evita una falsa contraddizione: una cosa è il denaro destinato alla macchina dell’agguato, altra cosa è la quota attribuita a chi ha materialmente sparato. In un processo per omicidio aggravato, la tracciabilità dei passaggi economici serve a ricostruire mandato e responsabilità individuali lungo la catena organizzativa.

Il ruolo di Ferdico nella versione di D’Alessandro

La posizione di Marco Ferdico emerge come nodo operativo. D’Alessandro lo colloca al centro dell’incarico e racconta di essersi messo a disposizione perché il rapporto personale con lui pesava più della conoscenza della vittima. Il punto più netto della confessione è proprio l’assenza di un movente diretto verso Boiocchi: nella versione dell’imputato, la vittima era un bersaglio indicato da altri.

Questo aspetto incide sulla lettura del delitto: il movente individuale del tiratore appare subordinato a una logica di potere interna alla curva. La dichiarazione aiuta quindi a separare l’esecutore materiale dalla cabina organizzativa, senza cancellare la responsabilità penale di chi ha premuto il grilletto.

La sequenza operativa: dalla logistica agli spari

Nel racconto d’aula, il coinvolgimento iniziale di D’Alessandro avrebbe avuto una funzione logistica: guidare la moto e partecipare al dispositivo dell’agguato. La fase preparatoria comprende il materiale per l’azione e indicazioni sul punto in cui Boiocchi sarebbe arrivato. L’imputato afferma di non conoscere la persona da colpire e di aver ricevuto solo istruzioni pratiche sulla zona davanti all’abitazione.

La scena decisiva si concentra sul passaggio dall’attesa all’azione. D’Alessandro descrive l’incertezza di Pietro Andrea Simoncini e la scelta di prendere in mano l’iniziativa. Qui la ricostruzione assume valore probatorio solo nella misura in cui la Corte la confronterà con altri elementi: ammissioni, riscontri tecnici, dichiarazioni degli imputati e atti già presenti nel fascicolo.

Dopo l’agguato: fuga, arma e Calabria

La fase successiva alla sparatoria viene descritta come un allontanamento organizzato. D’Alessandro riferisce del passaggio su un furgone, dell’abbandono della pistola in uno specchio d’acqua e della successiva discesa in Calabria. Al ritorno a Milano, sempre secondo la sua dichiarazione, avrebbe ricevuto altro denaro da Gianfranco Ferdico, padre di Marco.

Questi passaggi sono importanti perché collegano il delitto a una rete di copertura successiva. In una ricostruzione processuale, la fuga e la gestione dell’arma contano quanto l’azione principale: servono a misurare se l’agguato fu un’iniziativa estemporanea o un’operazione preparata con ruoli distribuiti.

Beretta e la guerra interna della Curva Nord

Andrea Beretta, già collaboratore di giustizia, ha inserito l’omicidio di Boiocchi dentro la contesa per il controllo della Curva Nord. La sua posizione è centrale perché l’impianto processuale lo indica come mandante reo confesso. Il suo racconto parla di gestione economica e dominio sul gruppo ultrà, cioè del terreno da cui sarebbe maturata la decisione di eliminare Boiocchi.

La lettura più solida è questa: il delitto viene inserito in una strategia funzionale al controllo di un sistema. La confessione di D’Alessandro aggiunge il livello dell’esecuzione materiale a una cornice già segnata dalle ammissioni di Beretta e Ferdico.

Perché questa udienza pesa sul processo

Una confessione in aula modifica il modo in cui il processo viene letto senza sostituirsi alla sentenza. La Corte deve valutare credibilità e riscontri della dichiarazione, compresa la sua coerenza interna, anche perché ogni imputato può avere interesse a ridisegnare il proprio ruolo. La portata dell’ammissione di D’Alessandro sta nel fatto che riguarda il gesto omicidiario.

Da qui in avanti il nodo sarà la tenuta complessiva della catena: chi decise, chi organizzò, chi pagò e chi eseguì. La confessione restringe l’area dell’incertezza sull’esecuzione materiale ma lascia al giudizio il compito più delicato, cioè graduare le responsabilità e verificare le aggravanti contestate.


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 Junior Cristarella

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