Da tecnologia innovativa a vero e proprio assistente capace di automatizzare i processi aziendali. Parliamo ovviamente dell’intelligenza artificiale, protagonista indiscussa delle discussioni tech di quest’anno. Secondo il nuovo report Designing work in the age of agentic AI di Top Employers Institute, l’AI sta entrando nel cuore operativo delle organizzazioni, modificando il modo in cui il lavoro viene progettato, distribuito e governato.
Il dato che emerge con più forza non riguarda tanto la diffusione della tecnologia quanto il cambio di paradigma che questa comporta. La survey realizzata da Top Employers Institute nel marzo 2026 mostra infatti che il 31% degli intervistati utilizza già forme di agentic AI, mentre un ulteriore 41% prevede progetti pilota o implementazioni entro l’anno.
La vera domanda, oggi, non è più se adottare l’AI, ma come organizzare il lavoro quando i sistemi intelligenti iniziano a gestire direttamente parti del flusso operativo. E qui entra in gioco l’HR: non più semplice funzione di supporto, ma vero e proprio architetto del cambiamento.
L’AI entra nei processi di lavoro, ma resta il problema della fiducia
Secondo Top Employers Institute, molte aziende hanno già sperimentato l’intelligenza artificiale negli ultimi due anni, ma i risultati sono stati spesso disomogenei. Alcuni team hanno aumentato produttività ed efficienza, altri invece hanno sviluppato diffidenza verso sistemi percepiti come poco trasparenti o difficili da controllare.
Per questo il primo principio individuato dal report riguarda la necessità di progettare organizzazioni fondate su fiducia, chiarezza e adozione consapevole. Quando l’AI prende in carico attività sempre più rilevanti, non conta solo ciò che la tecnologia può fare, ma anche quanto le persone comprendano il suo funzionamento e si fidino dei risultati prodotti.
Il report cita un dato significativo: secondo Upwork, il 96% dei senior leader è convinto che le nuove tecnologie miglioreranno le performance dei dipendenti, ma quasi la metà dei lavoratori non sa come ottenere concretamente questi benefici.
In questo scenario, l’adozione non può essere lasciata all’improvvisazione. Il 40% delle aziende Top Employers dichiara di valutare continuamente le proprie implementazioni AI, monitorando aspetti come benessere, soddisfazione lavorativa, sviluppo delle competenze e qualità dei flussi operativi.
Non meno importante è il tema etico. Il 38% delle aziende coinvolge i dipendenti nelle discussioni sull’etica dell’intelligenza artificiale, segnale di un approccio che punta a creare partecipazione e consapevolezza, evitando che il cambiamento venga percepito come imposto dall’alto.
Competenze, retribuzione e organizzazione: il lavoro non si misura più come prima
La trasformazione generata dall’AI, però, non riguarda soltanto gli strumenti. Tocca direttamente la struttura delle aziende e il modo in cui vengono definiti ruoli, competenze e performance.
Secondo Top Employers Institute, il 70% delle organizzazioni sta già investendo nella preparazione dell’intera forza lavoro al cambiamento, segno che il tema non riguarda più solo specialisti o team tecnici.
Allo stesso tempo emergono criticità importanti. Solo il 61% delle aziende dispone di un processo formalizzato di pianificazione strategica della forza lavoro, mentre appena il 41% considera scenari futuri multipli nella definizione delle competenze necessarie.
Il problema è evidente: se il lavoro cambia rapidamente e l’AI modifica continuamente attività e responsabilità, i modelli organizzativi tradizionali rischiano di diventare obsoleti. Non basta più valutare una persona sulla base dell’esperienza o del ruolo ricoperto. Conta sempre di più la capacità di collaborare con sistemi intelligenti e di integrare competenze umane e tecnologiche.
Questo scenario apre anche una riflessione sulla retribuzione e sull’equità interna. Se il valore prodotto dipende dalla relazione tra lavoratore e AI, allora cambiano inevitabilmente anche i criteri con cui riconosciamo contributo, produttività e merito.
L’etica diventa infrastruttura: il caso Italgas
Per Top Employers Institute, l’AI etica non può più essere considerata una semplice dichiarazione di principio. Deve diventare una vera infrastruttura organizzativa, capace di sostenere responsabilità, governance e fiducia nel tempo.
Il 65% delle aziende Top Employers dichiara di adottare pratiche responsabili di implementazione dell’AI, mentre il 62% possiede framework formali dedicati all’etica dell’intelligenza artificiale.
Le organizzazioni più avanzate, spiega il report, condividono tre elementi: collaborazione tra HR, IT e operations nella definizione delle regole; valutazione continua dell’impatto dell’AI; leadership guidata da valori e trasparenza.
Un esempio concreto arriva da Italgas. Nel pieno della sua trasformazione digitale, il gruppo ha integrato oltre 2.200 nuove risorse in tre mesi, erogando più di 60.000 ore di formazione e sviluppando strumenti digitali e chatbot dedicati ai processi operativi.
Ma il punto centrale, sottolinea il report, non è stato tecnologico. La vera sfida è stata culturale: accompagnare le persone nel cambiamento, trasformando la resistenza iniziale in partecipazione attiva. Perché nell’era dell’agentic AI, il vantaggio competitivo non dipenderà soltanto dalla qualità degli algoritmi, ma dalla capacità delle organizzazioni di ripensare il lavoro senza perdere la fiducia delle persone.
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Marco Brunasso
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