Milano diventa il luogo in cui una parte del Pd prova a dare forma politica a una distinzione che negli ultimi giorni era rimasta compressa dentro slogan opposti. Da un lato c’è il giudizio sul governo Netanyahu. Dall’altro c’è il rapporto con Israele come Stato, con la sua opposizione democratica e con le reti civiche che restano interlocutori necessari anche nella fase più aspra della crisi.
Nota editoriale: questa ricostruzione aggiorna il dossier già seguito da Sbircia la Notizia Magazine su Milano, Tel Aviv e Flotilla, aggiungendo il livello nazionale del confronto dentro il Partito democratico.
La linea di Milano: critica al governo israeliano e canale politico aperto
La formula uscita dall’assemblea non va letta come mediazione lessicale. È una posizione di merito: Netanyahu viene separato da Israele e la responsabilità del suo esecutivo viene distinta dalla legittimità di mantenere rapporti con lo Stato israeliano, con le sue opposizioni e con chi lavora a una soluzione negoziale. Questo passaggio modifica il baricentro del dibattito nel Pd, perché sposta la discussione dalla sola protesta contro il governo di Gerusalemme alla qualità degli strumenti usati dal centrosinistra italiano.
L’appuntamento si è tenuto al Circolo Caldara di Milano, in via De Amicis 17, con inizio alle 11. La nostra scansione dell’evento coincide con il programma pubblico registrato da Radio Radicale: relazione di Emanuele Fiano, saluto di Pina Picierno e colloquio con Yair Golan insieme a Lia Quartapelle e Piero Fassino. La presenza di Golan pesa sul piano politico perché introduce nella sala una voce dell’opposizione democratica israeliana e rende impraticabile una lettura di Israele ridotta al suo governo in carica.
Fiano usa il caso Ben-Gvir per fissare il confine
Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele e figura storica dell’area dem, ha collocato le immagini degli attivisti della Flotilla fermati e mostrati davanti a Ben-Gvir dentro una griglia precisa: quelle scene sono estranee ai valori di Israele che l’associazione intende difendere. La frase serve a togliere al ministro israeliano il monopolio simbolico dello Stato. In termini politici, Fiano rifiuta che la scena di Ashdod diventi la fotografia definitiva di un Paese intero.
Il passaggio più sensibile riguarda il rapporto con l’antifascismo milanese. Fiano ha richiamato le contestazioni del 25 aprile e ha descritto la sensazione di essere diventato estraneo a una parte del mondo politico in cui aveva vissuto. La sua lettura non attenua la gravità della guerra a Gaza, anzi inserisce quella gravità in una storia più lunga, dove la coppia oppressori-oppressi rischia di cancellare responsabilità multiple, memoria del 7 ottobre e ruolo delle forze israeliane contrarie alla destra al governo.
Picierno porta il nodo dell’antisemitismo dentro la discussione dem
Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, ha dato alla sala la formula più riconoscibile della giornata: condanna politica di Netanyahu e della sua destra definita fascista e illiberale insieme al rifiuto di isolare Israele. La ricostruzione delle dichiarazioni centrali trova riscontro anche nel dispaccio di ANSA, con una convergenza piena sul punto che qui conta: la critica al governo israeliano viene trattata come legittima quando resta diretta al potere politico responsabile delle scelte contestate.
Picierno ha poi spostato il discorso sul lessico dell’antisemitismo contemporaneo. La soglia individuata riguarda la domanda sugli interessi rappresentati da chi difende il dialogo con Israele. È una struttura retorica antica, perché trasforma una posizione politica in sospetto di appartenenza nascosta. Qui la deputata europea non chiude il dissenso su Gaza. Chiede che il dissenso non adoperi codici che spostano l’accusa dal governo israeliano agli ebrei o a chi rifiuta la rottura istituzionale.
Quartapelle e il lavoro mancato nel partito
Lia Quartapelle ha dato alla vicenda la sua dimensione interna al Pd. Il problema indicato è la perdita di sedi reali di confronto sulla cultura del dialogo, del riconoscimento dell’altro e del compromesso. Questo non riguarda soltanto la politica estera. Incide sul modo in cui un partito decide le proprie parole quando il conflitto mediorientale entra nelle piazze, nei consigli comunali e nelle alleanze locali.
La deputata ha richiamato la lettera firmata dopo il 25 aprile dall’area riformista insieme a Pietro Bussolati, Simona Malpezzi ed Emanuele Fiano. La richiesta di formazione interna non è un dettaglio organizzativo: segnala che il Pd non possiede più una grammatica condivisa su Israele, Palestina, antisemitismo e pace. Senza quel lavoro, ogni episodio esterno diventa una votazione identitaria oppure una frattura locale pronta a riaprirsi.
Il gemellaggio Milano-Tel Aviv è il precedente che spiega la sala
La connessione con Palazzo Marino è diretta. Il 19 maggio abbiamo ricostruito il voto con cui il Consiglio comunale di Milano ha respinto la sospensione del gemellaggio con Tel Aviv: 21 contrari e 17 favorevoli. Quella decisione aveva già mostrato una frattura nel centrosinistra milanese, con una parte del Pd favorevole allo stop e alcune consigliere democratiche schierate per mantenere il canale istituzionale.
La sala dell’assemblea riprende quel nodo e lo porta su scala nazionale. Alcuni consiglieri che avevano difeso il rapporto con Tel Aviv erano presenti e la posizione di Quartapelle sulla conferenza di pace dei sindaci dà un senso operativo al voto milanese. Il gemellaggio diventa così il banco di prova di una tesi: un rapporto fra città può essere usato come strumento di pressione civile e non solo come simbolo da interrompere.
Il dettaglio dei consiglieri presenti e del voto contrario alla sospensione risulta coerente anche con la cronaca pubblicata da Quotidiano Nazionale. La nostra lettura aggiunge il passaggio successivo: il caso non è rimasto chiuso dentro l’aula comunale, perché oggi funziona come modello della disputa riformista nel Pd.
Perché il video di Ben-Gvir ha accelerato la frattura
Il video degli attivisti della Flotilla trattenuti e mostrati in condizioni di costrizione ha cambiato la temperatura del confronto. Ben-Gvir ha provato a trasformare la custodia dei fermati in messaggio politico e in esibizione di forza. La conseguenza è stata opposta a quella cercata: il filmato ha consegnato alle cancellerie europee e alla politica italiana un elemento visivo immediato, molto più difficile da trattare con formule diplomatiche.
Netanyahu ha difeso il diritto di Israele a fermare la Flotilla e ha preso le distanze dalle modalità adottate dal ministro. Gideon Sa’ar ha marcato a sua volta la distanza dal volto politico offerto da Ben-Gvir. La reazione internazionale al filmato è stata registrata anche da Reuters e conferma il punto centrale della nostra analisi: la destra estrema israeliana produce un danno esterno a Israele e al tempo stesso complica la posizione di chi, in Europa, difende…
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Junior Cristarella
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