La sanità, ormai da anni tra le prime preoccupazioni dei cittadini, torna al centro del consueto braccio di ferro che precede la legge di Bilancio. Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha fatto sapere di aver chiesto almeno 5 miliardi in più per il 2027, rispetto ai 148,5 miliardi stanziati per quest’anno. Ma per la Fondazione Gimbe il finanziamento “non può ridursi ogni anno al consueto teatrino pre-Manovra” su quanto riuscirà a strappare il titolare del dicastero al Mef di Giancarlo Giorgetti significa affrontare come emergenza annuale quello che è un problema strutturale. A dirlo è il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta, commentando la periodica analisi sul confronto tra la spesa sanitaria dell’Italia e quella del resto dell’Ue, dell’Ocse e degli altri Paesi del G7. “Serve un patto tra tutte le forze politiche”, è l’appello, che indipendentemente dagli avvicendamenti di governo “fissi un impegno non negoziabile: rifinanziare progressivamente la sanità pubblica e accompagnare le risorse con riforme strutturali del Ssn, sostenute nel tempo da continuità e volontà politica”. Altrimenti il principio dell’universalismo rischia di restare “universale solo sulla Carta”, mentre nella vita reale l’accesso alle cure dipende sempre più dalla disponibilità economica: “Non è più universalismo, ma selezione dei diritti per reddito. Ovvero, la negazione dell’articolo 32 della Costituzione”.
Il punto di partenza sono i numeri, che mostrano un’Italia sempre più distante dalla media europea. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si è attestata al 6,2% del Pil, in calo rispetto al 6,3% del 2024. La media dei Paesi Ocse è al 7,1%, così come quella dei Paesi europei dell’area Ocse. Il confronto pro capite è impietoso: in Italia la spesa sanitaria pubblica è stata pari a 3.952 dollari per abitante, contro una media Ocse superiore di 909 dollari e una media dei Paesi europei superiore di 1.013 dollari. Rapportato ai quasi 59 milioni di residenti registrati dall’Istat al primo gennaio 2026, il divario con i Paesi europei arriva a circa 36,1 miliardi di euro.
“L’Italia è sempre stata fanalino di coda nel G7, ma quello che nel 2008 era un distacco contenuto oggi si è trasformato in un abisso. In 15 anni l’Italia ha accumulato un divario strutturale con i Paesi europei e del G7, frutto di scelte e omissioni di tutti i Governi”, commenta Cartabellotta. Il presidente di Gimbe insiste sul fatto che la questione non possa essere ridotta alla consueta trattativa autunnale. La richiesta è quindi quella di uscire dalla logica della negoziazione annuale attraverso, appunto, un patto tra forze politiche che preveda l’avanzamento parallelo di risorse e riforme, con particolare attenzione al personale e all’erogazione uniforme dei Livelli essenziali di assistenza.
Il confronto internazionale, del resto, non riguarda soltanto le classifiche di spesa. L’Italia, sottolinea Gimbe, si colloca dietro 14 Paesi europei su 27 per spesa sanitaria pubblica in rapporto al Pil. Il distacco dalla Germania arriva a quasi cinque punti percentuali: Berlino destina alla spesa sanitaria pubblica circa l’11% del Pil. Francia, Svezia e Regno Unito sono anch’essi a tre punti dall’Italia. Anche sul fronte della spesa pro capite il nostro Paese è nelle retrovie: davanti all’Italia, nel confronto europeo, ci sono tra gli altri Repubblica Ceca, Slovenia, Polonia e Spagna.
Il sottofinanziamento finisce per trasferirsi dal bilancio pubblico alle famiglie. Il Servizio sanitario nazionale continua a produrre risultati importanti sul piano degli esiti di salute, a partire dall’elevata aspettativa di vita e dalla bassa mortalità evitabile, ma la capacità di garantire prestazioni tempestive, uniformi e accessibili si sta deteriorando. Il risultato sono l’allungamento delle liste d’attesa, la difficoltà nei pronto soccorso, la carenza di medici e infermieri, gli squilibri territoriali e l’aumento del ricorso alla sanità privata. In sintesi “chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia alle cure2. Nel 2024, ricorda Gimbe, 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a visite o esami per difficoltà economiche o altri problemi di accesso.
La Commissione europea ha inserito la questione tra le criticità del sistema italiano. Nel Country Report 2026, ricorda Gimbe, i problemi del Ssn vengono collegati non soltanto alla tutela della salute, ma anche all’equità sociale e alla produttività. E il 10 luglio il Consiglio dell’Ue ha adottato una raccomandazione all’Italia affinché garantisca un accesso più tempestivo a cure economicamente accessibili e affronti le carenze di personale nelle professioni sanitarie chiave.
L’opposizione ha subito rilanciato l’allarme. Per Marina Sereni, responsabile Salute e sanità nella segreteria nazionale del Pd, l’analisi Gimbe è “chiarissima” e i dati mostrano che “con il governo Meloni il definanziamento della sanità pubblica è ripreso” e di conseguenza “sono cresciute le diseguaglianze sociali e territoriali nella possibilità di curarsi”. Il definanziamento, aggiunge, produce anche effetti sulle strutture e sul personale: “Maggiori difficoltà alle Regioni dove la sanità pubblica è più articolata e presente”, carenze di personale e una “competizione impropria della sanità privata nei confronti delle strutture pubbliche”. “Da qui dobbiamo partire come forze del campo progressista“, conclude.
Andrea Quartini, deputato del Movimento 5 stelle in commissione Affari sociali e coordinatore del Comitato Salute e Inclusione sociale, parla di “bocciatura senza appello alle politiche del governo Meloni” e aggiunge: “Abbiamo capito che questa destra non è interessata a tutelare il diritto alla salute degli italiani, o forse non ne è capace. Di conseguenza, tra un festeggiamento e l’altro, potrebbe farsi da parte e lasciare a noi l’onere e l’onore di salvare il nostro Servizio sanitario nazionale”.
Netta anche la reazione di Peppe De Cristofaro, capogruppo di Avs e presidente del gruppo Misto a Palazzo Madama: il sottofinanziamento “sta producendo conseguenze sulla vita delle persone”. De Cristofaro cita poi il fenomeno della rinuncia alle cure e punta il dito contro “liste d’attesa infinite, pronto soccorso al collasso, carenza di medici e infermieri” e una sanità “sempre più a pagamento, per chi se la può permettere”. Il rischio è che “il diritto alla salute e alla cura stia diventando un privilegio”.
Per Gimbe, dunque, la prossima legge di Bilancio dovrebbe essere l’occasione per interrompere la dinamica del finanziamento deciso anno per anno e costruire un percorso pluriennale. Altrimenti, avverte Cartabellotta, il principio dell’universalismo rischia di restare «universale solo sulla Carta», mentre nella vita reale l’accesso alle cure dipende sempre più dalla disponibilità economica: «Non è più universalismo, ma selezione dei diritti per reddito». E, conclude, «la negazione dell’articolo 32 della Costituzione».
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