L’Italia ha sforato di 0,1 punti percentuali di PIL il percorso di aggiustamento strutturale richiesto dalla Commissione Europea nell’ambito della procedura per disavanzo eccessivo aperta nel giugno 2024 ai sensi del Regolamento UE 2024/1263, che ha riformato il Patto di Stabilità e Crescita introducendo piani strutturali di bilancio a medio termine personalizzati per ciascuno Stato membro. Una cifra apparentemente minima, circa 2 miliardi di euro su un PIL nominale di oltre 2.100 miliardi, che ha però riaperto il confronto sul sentiero fiscale italiano nelle sedi europee. Nel dibattito che ne è seguito, quasi nessuno ha posto una domanda molto più radicale: e se il problema non fosse soltanto la spesa pubblica, ma anche l’assenza di una parte enorme della ricchezza italiana dai conti dello Stato? L’Italia possiede il patrimonio artistico e culturale più rilevante del pianeta. Lo ripetiamo da decenni come formula identitaria, spesso con orgoglio, talvolta con retorica. Ma nei conti pubblici questo patrimonio continua a esistere solo parzialmente.
La cultura è un costo o un investimento?
Per anni il Conto Generale del Patrimonio dello Stato, redatto annualmente dal Dipartimento della Ragioneria Generale ai sensi dell’art. 36, comma 3, della legge 196/2009, ha attribuito al Parco Archeologico di Pompei un valore di 48,9 milioni di euro. Il Colosseo risultava iscritto per meno di 15 milioni. Gli Uffizi per circa 2 miliardi. Valori simbolici, non economici. Valori determinati sulla base del Decreto Ministeriale 18 aprile 2002 che, con criteri eterogenei e non comparabili tra tipologie di beni, collocava l’intera area archeologica vesuviana al di sotto del valore contabile di archivi provinciali privi di qualunque comparabilità economica o culturale. L’Archivio di Stato di Latina risultava iscritto a oltre 6 miliardi, circa 130 volte il valore del sito di Pompei-Ercolano-Stabia. Non è una curiosità tecnica. È il sintomo di un’impostazione culturale e contabile mai davvero risolta: la cultura è un costo da sostenere o un asset strategico dello Stato?
La proposta della Ragioneria dello Stato
La Ragioneria Generale dello Stato prova finalmente a dare una risposta sistemica a questa domanda, e lo fa con la Nota Tematica SeSD n. 155 del 30 giugno 2025, elaborata insieme al Dipartimento di Economia Aziendale dell’Università Roma Tre nell’ambito del progetto di assistenza tecnica europeo “Implementation of the accrual accounting reform in the public sector fixed assets area in Italy” (SRSS/SC2022/119), finanziato dalla Commissione europea, DG Reform. La metodologia proposta parte da un principio semplice, ma rivoluzionario per la tradizione italiana: un bene culturale pubblico deve essere valutato non soltanto per il suo costo storico o simbolico, ma per la capacità di generare valore economico nel tempo. Il valore di un heritage asset viene così determinato attraverso l’attualizzazione dei flussi finanziari netti generati dalla sua fruizione su un orizzonte temporale tendenzialmente infinito, applicando un tasso di sconto dell’1,5%, differenziale tra tasso di interesse reale e crescita potenziale del PIL, in linea con le linee guida Eurostat per la stima dei diritti pensionistici ai fini della tavola 29 dei Conti Nazionali secondo i criteri del SEC 2010.
Come calcolare il valore di un bene culturale
Dentro questi flussi rientrano ricavi diretti, biglietteria, concessioni, sponsorizzazioni, servizi aggiuntivi, ma anche ritorni indiretti come fiscalità turistica, IVA generata dal turismo culturale, tassa di soggiorno, ristorazione, trasporti, economia territoriale indotta. La sperimentazione è stata condotta sui bilanci degli istituti dotati di autonomia speciale ai sensi del DPCM 29 agosto 2014, n. 171, utilizzando dati medi degli esercizi 2019, 2022 e 2023, con esclusione degli anni pandemici per neutralizzare le distorsioni straordinarie.
Come cambia la situazione dei siti culturali italiani
Pompei non varrebbe più 48 milioni, ma 11,7 miliardi di euro, con ritorni indiretti annui di 153 milioni generati da 3,7 milioni di visitatori medi, l’82% dei quali provenienti da fuori regione. Gli Uffizi circa 11,6 miliardi, con 4,1 milioni di visitatori medi annui e il 97% di provenienza extra-regionale. La Galleria Borghese oltre un miliardo. Villa Adriana e Villa d’Este arrivano a circa 731 milioni nonostante ricavi diretti inferiori ai costi di gestione di quasi 3 milioni l’anno, grazie all’impatto economico generato sul territorio circostante, stimato in oltre 13 milioni di ritorni indiretti annui. Quattro siti soltanto, scelti per la disponibilità di dati affidabili e bilanci autonomi: oltre 25 miliardi di euro di patrimonio reale che nei conti pubblici risultavano sostanzialmente invisibili.
La riforma in corso tra sistema europeo e pratica italiana
La Nota 155 non è un documento isolato. Si inserisce in un percorso normativo e operativo già avviato che sta trasformando concretamente i bilanci pubblici italiani, in attuazione del processo di convergenza verso il sistema di contabilità economico-patrimoniale a base accrual programmato a livello europeo. Il sistema accrual, a differenza della tradizionale contabilità di cassa, registra i fatti economici nel momento in cui si producono, indipendentemente dai movimenti di denaro. Applicato al settore pubblico, consente di rappresentare non solo i flussi di entrata e uscita annuali, ma il valore reale del patrimonio dello Stato, incluse le attività non finanziarie come gli immobili, le infrastrutture e i beni culturali. È la contabilità che permette, per la prima volta, di rispondere alla domanda: quanto vale realmente lo Stato italiano? La Commissione europea, con la Direttiva 2011/85/UE e la successiva Direttiva 2024/1265/UE del 29 aprile 2024, ha fissato questo sistema come obiettivo di convergenza per tutti gli Stati membri nell’ambito dei requisiti per i quadri di bilancio nazionali. L’Eurostat EPSAS Working Group ne coordina l’implementazione a livello europeo attraverso gli standard EPSAS, European Public Sector Accounting Standards, direttamente ispirati agli IPSAS internazionali.
Applicare il sistema accrual In Italia
In questo quadro si colloca la Riforma 1.15 del PNRR italiano, denominata “Dotare le amministrazioni pubbliche di un sistema di contabilità unico a base accrual“, che costituisce il fondamento normativo dell’intera operazione. È nell’ambito di questa riforma che è stato adottato lo standard contabile ITAS 4 — Immobilizzazioni materiali, con determina del Ragioniere Generale dello Stato n. 176775 del 27 giugno 2024, successivamente modificato con decisioni del Comitato direttivo della Struttura di governance nelle sedute del 29 luglio 2024, 27 gennaio e 17 aprile 2025. Lo standard definisce per la prima volta in modo sistematico le regole di iscrizione in bilancio dei beni del patrimonio culturale, distinguendo esplicitamente tra attività non operative, come il Colosseo e il Parco Archeologico di Pompei, e attività operative, come il Palazzo Vecchio di Firenze o l’Ospedale Santa Maria Nuova. Per le attività non operative il valore d’uso è determinato come il maggiore tra l’attualizzazione dei flussi netti di cassa inerenti alla fruibilità…
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Angelo Argento
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