Identità Frusinate chiede la testa di Sulli, Mastrangeli fa i conti con i “consiglieri lupara”

Ai tempi di Mani Pulite, quando il giornalista Paolo Brosio si collegava con il TG4 della sera del direttore Emilio Fede per fare il punto sulle indagini del pool di magistrati di Milano che arrestavano politici come la pesca a strascico in mare aperto, la domanda dei telespettatori era sempre la stessa: «Chissà chi hanno arrestato oggi».

Mutatis mutandis, da qualche tempo i cittadini di Frosinone che si interessano di politica si chiedono ogni mattina: «Chissà quali Consiglieri hanno cambiato Gruppo oggi o quale assessore è stato sostituito?». Perché i colpi di scena a Palazzo Munari ormai sono quotidiani e puntuali come le cambiali in scadenza: è sicuro che arrivano.

Il sindaco Riccardo Mastrangeli con i nuovi assessori Sulli e Spaziani Testa

L’ultimo è arrivato oggi: la civica Identità Frusinate ha fatto recapitare al sindaco Riccardo Mastrangeli la richiesta di sostituire l’assessore di riferimento Massimo Sulli con l’ex dirigente della Polizia, da poco in pensione, Gianluca Di Trocchio. Una richiesta evidentemente riconducibile al passaggio dei consiglieri Marco Ferrara e Sergio Crescenzi al Gruppo Misto di inizio settimana. L’ennesima grana che si trova a dover gestire il sindaco, come se non ne avesse già a sufficienza. Se ci fosse il Tapiro della Politica, dovrebbe essere assegnato d’ufficio, ogni giorno, alla coalizione di governo del capoluogo.

Il voto di Montecitorio: che c’azzecca?

A proposito di gatte da pelare per il sindaco, il voto di ieri alla Camera sul ripristino delle preferenze conclusosi con la sconfitta del Governo Meloni per un solo voto, (188 Contrari contro 187 Favorevoli) non è stato soltanto un passaggio parlamentare di particolare rilievo nazionale. È un segnale politico che dovrebbe far riflettere parecchio anche Mastrangeli. Antonio Di Pietro direbbe: «Che c’azzecca?». C’entra eccome. (Leggi qui: Preferenze affondate, la maggioranza va sotto: il giorno dei franchi tiratori).

Il voto di ieri a Montecitorio (Foto: Riccardo Antimiani © Ansa)

Perché quel voto è avvenuto a scrutinio segreto: il terreno di caccia preferito dei franchi tiratori, dei «cecchini» o, per usare la celebre definizione del maestro del giornalismo Eugenio Scalfari, degli «onorevoli lupara»: coloro che votano in modo opposto rispetto alla linea ufficiale del proprio partito per impallinare qualcosa o qualcuno.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni sapeva perfettamente che il ritorno delle preferenze (anche se in minima parte, perché la nuova legge elettorale prevede che siano sempre i Segretari di partito a scegliere la quasi totalità di chi deve entrare in Parlamento) non piace ai Partiti minori e quindi nemmeno ai suoi alleati FI e Lega. Sapeva che il voto segreto avrebbe potuto trasformarsi in un campo minato. Eppure, coerentemente e con serietà politica, ha tirato dritto assumendosi il rischio. È andata sotto. Ci stava.

Il sindaco del capoluogo Riccardo Mastrangeli, invece, non può permettersi di andare sotto nell’elezione del Presidente del Consiglio Comunale che tornerà in Aula tra qualche settimana. Non ora, non a meno di un anno dalle prossime elezioni, e men che meno con questi chiari di luna che brillano nella sua maggioranza.

Il vertice dell’altra sera: immobilismo totale

Antonio Scaccia (Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

Il clima che attraversa la maggioranza da settimane è stato confermato anche dal vertice organizzato l’altra sera dal sindaco con l’obiettivo di trovare finalmente una sintesi sul successore di Massimiliano Tagliaferri alla guida dell’assemblea cittadina. Il risultato è stato l’ennesima fotografia di una coalizione lacerata da veti, diffidenze, antipatie e prove muscolari che producono sempre lo stesso risultato: immobilismo totale. Non si va né avanti né indietro.

Il vertice ha confermato che tra la Lista per Frosinone del vicesindaco Antonio Scaccia, Fratelli d’Italia, la lista Ottaviani e la Lega, l’unità sul nome del presidente da votare è come la Titina: «la cerca ma non la trova». Nel tentativo di trovare una sintesi estrema, Mastrangeli ha perfino sondato la strada di un candidato espressione di Forza Italia. Ipotesi immediatamente stoppata dai presenti.

Alla fine del confronto l’unica certezza è che non c’è certezza. La maggioranza non ha ancora trovato quella sintesi, politica e numerica, indispensabile per affrontare con moderata tranquillità il voto in aula. E servono 17 voti.

I «consiglieri lupara» e i localizzatori GPS sui voti

(Foto © IchnusaPapers)

Ed è proprio qui che torna utile guardare a quanto accaduto ieri alla Camera. Anche se dal prossimo vertice di maggioranza dovesse finalmente uscire un accordo formale unanime sul candidato presidente, il sindaco Mastrangeli non avrebbe alcuna garanzia che quel patto venga rispettato nell’urna. Altro che pacta sunt servanda.

Il voto per il presidente del Consiglio Comunale è segreto. Un dettaglio mica da ridere. E il voto segreto, per definizione, libera coscienze, ambizioni, regolamenti di conti e vendette politiche e personali. Per questo, anche a Palazzo Munari è facile trovare i «consiglieri lupara»: i franchi tiratori capaci di far saltare il banco anche per un solo voto. Come accaduto ieri in Parlamento.

Chi mastica di politica però (e Mastrangeli la pratica da quando portava i calzoncini corti) sa bene che esistono metodi organizzativi di espressione del voto che consentono di verificare il rispetto degli accordi sul nome, senza violare formalmente la segretezza della votazione. Non serve il Mossad israeliano: bastano accorgimenti grafici che rendono il tradimento molto più difficile. Una sorta di localizzatori GPS per ognuno dei 17 voti. Ad ognuno verrà chiesto di scrivere in modo diverso: prima il nome e poi il cognome, prima il cognome e poi il nome, prima il nome e poi la prima lettera del cognome… le combinazioni non sono infinite ma abbastanza per coprire il range del voto.

Ed è probabilmente questa la prima vera strategia politica che Mastrangeli deve individuare. Perché oggi il problema non è soltanto trovare il nome unitario da eleggere. È essere ragionevolmente sicuri che, una volta ricevuto il foglietto, quel nome riceva effettivamente i 17 voti promessi.

La madre di tutte le battaglie

Sergio Crescenzi e Marco Ferrara

Premesso che le geometrie in Aula cambiano come le quotazioni del Bitcoin e ogni Gruppo cerca di massimizzare il proprio peso negoziale, oggi Mastrangeli deve fare i conti anche con il passaggio al Gruppo Misto dei consiglieri Marco Ferrara e Sergio Crescenzi. Non è un passaggio neutro: i due non firmeranno cambiali in bianco. Hanno battezzato il gruppo «Mani Libere». Più chiaro di così. E trovare 17 voti sicuri — anche alla luce della richiesta di sostituzione di Sulli arrivata oggi — non sarà per niente facile.

Per questo, la votazione per il presidente del Consiglio non rappresenta semplicemente un adempimento istituzionale. È il primo — forse anche l’ultimo — test sulla tenuta della maggioranza dopo un tempo indefinito di tensioni. Un eventuale nuovo passaggio a vuoto trasformerebbe una difficoltà politica in una certificazione pubblica della fragilità della coalizione.

Per questo il voto di Montecitorio vale molto più di una cronaca parlamentare. È un promemoria. Perché se persino il Governo può essere colpito dai franchi tiratori, anche l’amministrazione Mastrangeli non può permettersi di sottovalutare gli «onorevoli lupara» di Palazzo Munari.


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