Una rete promossa da Pietro Bartolo, medico e già europarlamentare, per costruire una nuova narrazione sulle migrazioni, fondata su dati, diritti umani, canali regolari e responsabilità europea. È Rete Lampedusa, network nazionale pensato dal medico e già europarlamentare, con l’obiettivo di capovolgere il dibattito pubblico intorno al tema. Alla presentazione dell’iniziativa, che si è svolta a Roma all’Istituto Maria Ausiliatrice delle Salesiane di Don Bosco, hanno partecipato anche personalità del mondo della cultura, dello spettacolo, dell’informazione e dell’impegno civile. «La migrazione non si affronta con slogan o scorciatoie ideologiche, ma con responsabilità, umanità, visione europea e strumenti concreti», ha detto Pietro Bartolo. Rete Lampedusa «vuole affermare l’esatto contrario: la migrazione è una realtà complessa, che va affrontata con serietà, strumenti concreti, canali legali, integrazione e responsabilità condivise, non con slogan o propaganda».
Oltre 48mila persone morte nel mar Mediterraneo
La presentazione di Rete Lampedusa si è aperta con la notizia di almeno 50 migranti dispersi al largo della Libia dopo che l’imbarcazione di legno su cui viaggiavano si è ribaltata, nella notte tra il 13 e il 14 luglio (VITA ne ha scritto qui). «Si vanno ad aggiungere alle oltre 48mila persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso le sue frontiere, la maggior parte nel Mar Mediterraneo». Sono i dati dell’organizzazione United for Intercultural Action quelli citati da Agostino Sella, presidente Associazione Don Bosco 2000 e segretario Rete Lampedusa.

Dal 2014, il progetto Missing Migrants dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni – Oim documenta con precisione crescente: oltre 34.200 morti e dispersi nel Mediterraneo in 12 anni (Save the Children, ottobre 2025). Di questi, almeno 3.500 erano minorenni (Unicef). Solo nel 2024, le vittime accertate sono state 2.452 (Iom, marzo 2025). Dall’inizio dell’anno, secondo il Missing migrants projects dell’Oim, nel Mediterraneo centrale sono morte almeno 1.432 persone. «Ma questi sono solo i morti che sappiamo. Come possiamo raccontare oggi la migrazione in maniera diversa?», ha proseguito Sella. «Da questa domanda nasce Rete Lampedusa, per noi la narrazione va costruita».
E la narrazione va costruita basandosi su dati, competenza, diritti umani e sull’incontro con l’altro come atto di umanità condivisa. È questa la proposta del progetto Rete Lampedusa – La Rete di Pietro che nasce per colmare un vuoto strutturale nel dibattito pubblico europeo sulla migrazione, di fronte alla polarizzazione tra la narrazione dell’invasione e il silenzio tattico. Guidata da Pietro Bartolo, figura simbolo dell’accoglienza, la rete mira a trasformare la percezione della migrazione da emergenza a opportunità strutturale per il futuro demografico ed economico dell’Europa.
I sei pilastri strategici del network
Rete Lampedusa si basa su sei pilastri strategici. «Il primo è la cultura dell’accoglienza, fondata sui diritti umani inalienabili e sulla dignità di ogni persona», ha spiegato Sella. «Il secondo pilastro sono le politiche basate sui dati, non su paure, ma su ricerca, competenze e governance efficace dei flussi. Ogni nostra proposta è supportata da evidenze scientifiche, studi demografici, analisi economiche. Contrastiamo le fake news con trasparenza e rigore metodologico, offrendo ai decisori pubblici strumenti concreti di valutazione». L’integrazione come leva è il terzo pilastro: «Non è un costo ma un investimento. I lavoratori stranieri contribuiscono per l’8,8% del Pil italiano, il 10,5% degli occupati in Italia sono stranieri, portano avanti 678mila imprese nel nostro Paese, con una crescita dell’1,7% in un anno; gli stranieri versano ogni anno 10 miliardi di contributi Inps », ha continuato Sella.
Il quarto pilastro è il contrasto alla discriminazione, «monitoriamo la narrazione pubblica, rispondiamo con fact-checking puntuale, formiamo operatori e giornalisti. Collaboriamo con le istituzioni per rafforzare gli strumenti normativi contro l’hate speech e la discriminazione». Inoltre, il network costruisce una rete operativa in 20 regioni italiane, «in dialogo con organizzazioni e reti europee che condividono i nostri valori di accoglienza e integrazione». Infine, l’ultimo pilastro è il lavoro a progetti concreti per la migrazione legale, con la promozione di corridoi lavorativi, cooperazione circolare e canali regolari d’ingresso per trasformare la migrazione in opportunità strutturale per i Paesi di origine e di destinazione.


Un progetto per dare risposte agli occhi di quel bambino nel sacco nero
«Della migrazione mi sono occupato fin dal primo sbarco, non ho mai smesso di accogliere le persone e di cercare di risolvere ogni problematica. Ho visitato più di 350mila persone», ha raccontato Pietro Bartolo. «Abbiamo perso la strada maestra dell’umanità, la dobbiamo ritrovare. Con la nostra rete vogliamo mettere insieme realtà del Terzo settore che fanno cose straordinarie: le associazioni che si occupano di migrazioni sono centinaia, forse migliaia. Dopo lo sbarco del 3 ottobre 2013, nel primo sacco nero che ho aperto, c’era un bambino, avrà avuto due anni e mezzo o tre. Ho sentito se c’era un battito del cuore, gli ho aperto gli occhi per vedere se c’era un segno di vitalità. L’avessi mai fatto: tutte le notti mi torna in sogno e mi chiede perché non l’ho salvato», ha raccontato Bartolo commosso. «Devo trovare delle risposte a quel bambino, il progetto di Rete Lampedusa cerca di dare gli strumenti per quelle risposte».
Una realtà più che mai necessaria
«Il tema della migrazione è molto caro a VITA. Credo che una realtà come Rete Lampedusa sia più che mai necessaria. Difficilmente c’è un tema in cui la divaricazione tra la realtà dei fatti, quello che dicono i numeri e il racconto che se ne fa sia così ampia come nella migrazione», ha detto Stefano Arduini, direttore di VITA, che ha moderato l’incontro.


«Se sostituiamo la parola “altro” con “io” vediamo un altro punto di vista», ha detto l’attrice, regista e attivista Kasia Smutniak. «Nella mia vita di attrice ho sempre fatto diventare “io” l’altro, mi è naturale avere questa voglia di sentirmi parte di quello che mi circonda. Ma manca questa consapevolezza in chi racconta le storie e in chi le scrive».
Conoscere l’immigrato (e farci conoscere da lui)
«Per passare dallo stereotipo alla narrazione dobbiamo conoscere l’immigrato e farci conoscere da lui», ha affermato Eraldo Affinati, scrittore e insegnante, fondatore insieme a sua moglie Anna Luce Lenzi di Penny Wirton, rete di istituti gratuiti di lingua italiana per migranti. «Qualche settimana fa mi sono emozionato vedendo come, in una delle nostre 72 scuole, una ragazza di 16 anni di Centocelle insegnava il verbo essere a Mohammed». Affinati ha sottolineato: «Con Rete Lampedusa noi dovremmo essere dei testimonial di una nuova Italia, non più basata su un rapporto retributivo ma umano. L’azione che stiamo facendo è importante, a prescindere dal risultato che verrà raggiunto».


«Una parola che vorrei che sparisse, nella narrazione della migrazione, è rassegnazione. E poi “morti in mare” non voglio sentirlo più. Le persone morte in mare sono state fatte morire in mare», ha detto il giornalista Nello Scavo. «Vorrei abolire la contraddizione tra la parola sicurezza e la parola immigrazione: viviamo nel terrore e nella paura dell’altro. Non occorre fare 13 decreti sicurezza ma spendere sul sociale», ha affermato Luigi Patronaggio, procuratore generale di Cagliari.
In apertura AP Photo/John Leicester/LaPresse e, all’interno, foto e video dell’autrice
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Ilaria Dioguardi
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