L’ultimo libro di Matteo Bussola è un manuale di decluttering al contrario. Un viaggio intimo dentro agli oggetti: quelli quotidiani, quasi banali, di cui a volte non ci accorgiamo e invece tengono insieme le nostre biografie, gli incontri, gli amori, gli strappi. Come il materasso di due promessi sposi che al matrimonio sono arrivati divisi: è morbido, confortevole – è intonso – ma in quella casa non può più stare. O l’orologio di un figlio che non si è sentito mai abbastanza: sul retro del fondello, nasconde una scritta fatta incidere dal padre («Perdonami per non aver saputo amarti meglio»). Oppure una chitarra dal legno segnato, le corde un po’ ossidate, che aspetta qualcuno che la suoni ancora.
La tecnica del riordino per fare spazio nelle stanze e nella mente non tiene conto di quanto una cucina, un paio di orecchini, una bambola rotta possano contenere la chiave per riparare un ricordo o un pezzo di vita. Il protagonista del nuovo romanzo di Bussola, invece, noncurante del successo di piattaforme come Vinted o Subito, osserva e ascolta gli oggetti. Non li aggiusta: al massimo pulisce, spolvera, accomoda, riporta alla luce. Perché ci sono circostanze «in cui le fratture non sono ricomponibili, e i cocci restano cocci e basta».
Il signor Pi è uno che apre il negozio ogni mattina alle otto e dieci, mai alle otto in punto, «perché dice che le faccende importanti hanno bisogno di qualche minuto di ritardo per farsi desiderare». Sull’insegna un po’ sbiadita, c’è scritto “Robivecchi” ma la gente del quartiere lo chiama «il vecchio delle cose rotte», che acquista oggetti usati per rivenderli a qualcuno che possa dar loro un supplemento di vita. Nel frattempo, li conserva nel suo retro bottega: un archivio di memorie ora dolorose ora felici, qualcuna un po’ sfocata, qualcun’altra ancora vivida.

Il signor Pi è uno straordinario raccoglitore di umanità. Si prende cura di cose e sguardi, parole e persone. Chi sono i “signori Pi” nel mondo che abitiamo? E come si muovono in una società che ha fretta di usare e poi gettare via?
Mi verrebbe da dire, in modo un po’ provocatorio, che i romanzieri somigliano al signor Pi. Scrivere oggi è in un certo senso un atto di resistenza, un non accontentarsi delle forme di semplificazione del mondo che di continuo ci vengono proposte. Il linguaggio del romanzo è una lente che permette di guardare da più vicino, di non sentirsi appagati, di andare dentro alla singolarità delle vite, alle straordinarietà che si annidano nelle ordinarietà. Non conosco il signor Pi, ma so da dove prende le mosse.
Ce lo racconta?
Questo romanzo nasce da un’esperienza personale “drammatica”, mi perdonerete se non trovo un altro termine per definirla. L’esperienza è la ristrutturazione di casa, una ristrutturazione piuttosto radicale, che abbiamo rimandato per anni finché è stato possibile farlo. Per affrontarla, la prima questione alla quale io e la mia famiglia ci siamo trovati di fronte è stata quella di svuotare l’abitazione per intero. Dentro c’era la vita di cinque persone che l’hanno abitata per quasi 20 anni. E così Paola (Barbato, anche lei scrittrice, compagna di Bussola, nda), le ragazze e io ci siamo ritrovati per almeno tre mesi a svuotare cassetti e a spostare mobili. Ci sono ricapitati in mano vecchi ricordi, lettere, piccoli e grandi oggetti: per ognuno bisognava decidere la destinazione, se farli morire in garage, portarli con noi o buttarli definitivamente. È difficile. Come si fa? Qual’è la ratio? Basarsi solo sull’utilità e l’efficienza che si può ancora ricavare da un oggetto oppure affidarsi al suo valore sentimentale?
Intervisto cinque under20 a settimana alla radio, li incontro nelle scuole, li intercetto alle presentazioni. E sempre di più vedo che si stanno disiscrivendo dai social per incominciare a fare cose nella vita vera: suonano ai concerti, rilevano edicole nei piccoli paesi per trasformarle in presidi culturali, camminano insieme
Matteo Bussola, scrittore, illustratore, fumettista
La risposta che ha fatto fiorire per la prima volta l’immagine del signor Pi nella mia testa è arrivata nel giorno di “decluttering” della cucina. È uno degli ambienti a cui tengo di più, ragione per cui io ho preso il mio quattro fuochi con i piedini in acciaio e l’ho scagliati in giardino. Uno dei giovani muratori che mi sta facendo i lavori in casa lo ha visto nell’erba inclinato su un fianco e mi ha detto “Ma tu quello lo butti? Potrei tenerlo io?”. Ecco da dove arrivano a volte le epifanie. Ho cambiato completamente punto di vista sulla faccenda, o meglio, mi è stata offerta una lettura diversa. Quell’oggetto che per me era esaurito, esausto, stava per entrare in una nuova famiglia per avere se non una nuova vita, quantomeno un suo prolungamento. Quella che per me era una cucina vecchia, per un’altra famiglia sarebbe diventata, almeno provvisoriamente, una nuova cucina. La mia immaginazione ha incominciato ad accendersi sulla storia di un signore che di mestiere salva le cose. Cose di cui le persone a volte si liberano con un eccesso di disinvoltura, in quest’ansia tutta contemporanea di voler fare spazio.
Perché abbiamo bisogno di accorgerci che gli oggetti hanno, se non un’anima, «una propria vitalità, la capacità di trattenere, di entrare in relazione»?
Se è stato scientificamente dimostrato che gli organi di una persona mantengano memoria del corpo precedente dopo un trapianto, se è vero che le cellule fetali di un bambino rimangono nel sangue della madre per tutta la vita dopo aver condiviso quei nove mesi nella pancia, allora perché gli oggetti, che passano tutta la vita o gran parte della vita con noi, non dovrebbero mantenere una specie di nostra impronta emotiva? Il guanciale su cui appoggiamo la testa tutte le sere prima di andare a dormire chissà quanti sogni ha assorbito, quante lacrime, quanti pensieri, quante preoccupazioni, quante felicità. La scrivania sulla quale abbiamo scritto a 18 anni quella lettera d’amore alla quale non abbiamo mai ricevuto risposta, il divano su cui ci addormentiamo tutte le sere, eccetera eccetera. Pensando a questi oggetti e alle loro vicissitudini, ho cominciato a immaginare un romanzo in racconti da un piccolo negozio di rigattiere, la possibilità di scrivere di ciò che mi sta più a cuore, e cioè le storie delle persone, delle famiglie, di relazioni e di comunità.


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Il signor Pi ha un dono. Sa ascoltare tutto ciò che lo circonda.
C’è una fase iniziale in cui abbiamo l’impressione che il signor Pi sia in grado di ascoltare quasi con un potere sensitivo gli oggetti. In altri punti, sembra invece che siano gli oggetti a prendere parola in prima persona. E poi ci sono altri passaggi, forse meno evidenti, in cui arriviamo a considerare che forse queste storie potrebbero essere frutto di invenzione. Non è importante, perché anche l’immaginazione è una maniera per prestare ascolto e si accende sempre a partire da un dato di realtà. Forse non c’è nemmeno tutta questa differenza: una buona storia, che sia reale o immaginata, resta comunque una buona storia.
«Siamo tutti la storia abbandonata di qualcun altro, le macerie di un legame, il fallimento di un’aspettativa», dice il protagonista del suo libro a un visitatore scettico, «ma questo non c’impedisce di inventare una nuova storia con quel che resta». Questo è un romanzo che parla anche di ripartenza?
Questo libro non parla solo di ripartenza. Forse parla più di consapevolezza, di avere il coraggio di amare le proprie ferite, di capire che anche nelle ripartenze non ci dobbiamo liberare di niente ma dobbiamo imparare ad accogliere. Il signor Pi si dice scettico nei confronti della pratica del kintsugi giapponese, l’arte di riempire con la vernice dorata i cocci ricomposti di un vaso, per esaltare la bellezza della ferita, l’unicità delle nostre fragilità. Pi non ama l’estetizzazione del trauma, l’esibizione del dolore, un tema antico eppure così attuale sulle bacheche dei nostri profili social. Dovremmo imparare tutti quanti a proteggerci, a stare attenti a quello che esponiamo alla possibilità di giudizio altrui. Il signor Pi è sufficientemente anziano per sapere che non sempre i cocci sono componibili, a volte rimangono cocci e basta, e tutt’al più possono dare origine a una forma nuova, diversa da quella di partenza.
Le persone che attraversano il negozio del signor Pi mostrano un bisogno di contatto umano, di incontrarsi, di portare il corpo nei posti, di ritrovarsi
Matteo Bussola, scrittore, illustratore e fumettista
Le persone che attraversano il negozio del signor Pi mostrano un bisogno di contatto umano, di incontrarsi, di portare il corpo nei posti, di ritrovarsi. In un mondo in cui sembra che le nostre relazioni virtuali ci abbiano abituato a stare sempre più a distanza, sempre più in sicurezza dalla realtà, io sperimento di continuo questo desiderio nella vita vera, sopratutto nei giovani. Intervisto cinque under20 a settimana alla radio, li incontro nelle scuole, li intercetto alle presentazioni. E sempre di più vedo che si stanno disiscrivendo dai social per incominciare a fare cose nella vita vera: suonano ai concerti, rilevano edicole nei piccoli paesi per trasformarle in presidi culturali, camminano insieme. E noi over50? Restiamo a litigare sui social, ad accapigliarci su questioni di cui non sappiamo nulla ma sulle quali sentiamo l’insindacabile dovere di esprimere un’opinione a tutti i costi.
C’è un oggetto di cui non è riuscito a disfarsi?
Questo romanzo è stato scritto per intero sulla vecchia scrivania di mia figlia Virginia, un oggetto che era certamente in pole position fra quelli da lanciare fuori dalla finestra. È mangiata dai tarli, il ripiano è tutto pieno di segni di taglierino ed è stata la scrivania da ragazza di sua madre. Alla fine ho deciso di tenerla, perché in questo appartamentino di tre stanze in cui vivo provvisoriamente durante la ristrutturazione, che non potevo di certo arredare di fino, avevo bisogno di un ripiano per appoggiarci il computer. Il sole nelle pozzanghere è stato scritto per intero su un oggetto di recupero e per me questa cosa ha un senso.
E uno che ha buttato via e che ora le manca?
Avevo un’automobile, una Opel Corsa blu acquistata nel 1995. È l’automobile con la quale ho portato a casa dall’ospedale tutte e tre le mie figlie e sulla quale le ho accompagnate a scuola. Lì si sono svolti molti dei dialoghi che ho riportato nel mio libro Notti in bianco, baci a colazione. È un’automobile che contiene, diciamo così, gran parte della storia della nostra famiglia. Naturalmente era vecchia e scassata, e ormai da due anni era ferma nel nostro giardino in mezzo all’erba alta. Quando abbiamo dovuto aprire il cantiere per i lavori di ristrutturazione, Paola mi ha detto “Finalmente sarai costretto a liberarti di quel rottame”. Alla fine me ne sono liberato: dovevano posizionare la gru, l’impalcatura, insomma non poteva stare lì. È una cosa assolutamente sensata, no? Perché tenere così a lungo un’automobile che non va? Eppure, me ne sono pentito quasi subito. Mi manca come ti manca un panorama che sei abituato a vedere quando guardi fuori dalla finestra. O come la siepe di leopardiana memoria. E mi manca anche perché ha avuto un valore inestimabile nel corso di questi anni, una funzione insospettabile che io definisco di antifurto. Nella zona in cui abitiamo, i ladri hanno visitato tutte le case ma non la nostra. Mi piace immaginare che non sia un caso: nella mia fantasia, il motivo è quell’auto parcheggiata in giardino.
Leggere Il sole nelle pozzanghere mi ha fatto pensare a quanta solitudine occupa le nostre giornate, a quanto crediamo di poter vivere isolati e quanto invece le relazioni ci vengano a bussare.
Tendiamo a dimenticare che siamo nel mondo perché ci sono gli altri. Abbiamo bisogno degli altri: del loro corpo, della loro presenza, della relazione con loro. Mi capita spesso di citare Paul Watzlawick che, in quel libro meraviglioso che è Pragmatica della comunicazione umana, scrive una frase che mi sono tatuato nel cervello: “L’identità sta nella relazione”. Sembra un paradosso. La parola identità deriva da idem, “lo stesso”, eppure la nostra identità si costruisce proprio nella relazione con gli altri: attraverso i loro sguardi, attraverso il modo in cui comunichiamo e ci riconosciamo reciprocamente. Per questo c’è bisogno di luoghi come il negozio del signor Pi, dove ci si espone a una opportunità meravigliosa: la serendipità, la possibilità di vivere un’esperienza imprevista, non pianificata. Di trovare qualcosa mentre stavamo cercando qualcos’altro.


È la stessa differenza che passa tra acquistare un libro in uno store online ed entrare in una libreria. Vai, chiedi un libro e ti rispondono: “Mi dispiace, non ce l’abbiamo. Possiamo ordinarlo”. E tu, per un attimo, ti scoraggi. Pensi: “Che peccato. Ora dovrò tornare fra una settimana. Bastava un clic sul solito store online e il libro sarebbe arrivato direttamente a casa”. Poi però sei già lì. Ti guardi intorno. Cominci a girare tra gli scaffali. Una copertina cattura il tuo sguardo, un titolo ti incuriosisce, apri un libro e leggi le prime cinque righe. E all’improvviso hai la sensazione che quelle parole siano state scritte proprio per te. In quell’istante la storia cambia. Ti accorgi che non eri tu a cercare un libro: è stato un libro ad aver trovato te. Questo è possibile soltanto quando ci spostiamo nel mondo, quando entriamo nei luoghi, quando attiviamo relazioni, quando tocchiamo le cose con mano. Quando, in fondo, riscopriamo la nostra umanità. Forse l’atteggiamento più rivoluzionario che possiamo assumere oggi è riappropriarci del piano della realtà. Tornare ad abitare gli incontri, i corpi, le relazioni. Perché è lì che ancora possiamo trovare qualcosa che non stavamo nemmeno cercando.
In apertura, Matteo Bussola. (Fotografia di Yuma Martellanz)
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Daria Capitani
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