Stefano Boeri a tutto campo in questa lunga intervista di fine incarico dopo 8 anni da presidente della Triennale di Milano. Parliamo di una istituzione che ha beneficiato di cambiamenti notevoli e strutturali, ha costruito una identità, ha lavorato sul suo pubblico, si è fatta piazza urbana, città nella città e – per dirla con Boeri – Scuola pubblica.
Nell’intervista Boeri parla di tutto. Delle mostre, della gestione finanziaria, della governance, delle inchieste che lo hanno visto convolto, della percezione dell’istituzione all’estero. Accenna a come dovrebbe essere migliorato il Consiglio d’Amministrazione, confessa chi avrebbe voluto come nuovo presidente (una persona che purtroppo non c’è più) e spedisce un pensiero al nuovo vero presidente che è in arrivo al suo posto.
Negli ultimi anni hai ripetuto più volte che la Triennale è diventata “più internazionale”. Su cosa misurare la veridicità di questa affermazione? La sensazione è senza dubbio questa, ma come la possiamo certificare?
Non ho da offrire una certificazione, ma una testimonianza diretta.
Beh non sarà una certificazione ma ha il suo valore! Dimmi.
Grazie al mio lavoro di architetto, ho la fortuna di girare il mondo. E se fino qualche anno fa ero più conosciuto come “il progettista del Bosco Verticale” che come Presidente di Triennale Milano, negli ultimi tempi è accaduto esattamente il contrario.
Mi domando se ne sei felice…
Ne sono felice!
Al di là del suo ruolo e della sua autorevolezza internazionale, mi pare che in questi anni la Triennale sia diventata ancor più di quanto non lo fosse prima un luogo dei milanesi. Dove è normale vedersi, incontrarsi, passare di frequente, tante volte nel corso dell’anno…
Proprio così. Uno dei successi più belli, che porterò con me, sono le giovani coppie cosmopolite e le numerosissime famiglie con nonni e nipoti che sabato e domenica vengono in Triennale non per vedere una mostra, ma semplicemente perché “oggi si va in Triennale”.
In totale sintonia con la nostra Direttrice Generale Carla Morogallo – e con l’aiuto di Luca Cippelletti e del suo studio – abbiamo lavorato molto sulla natura di spazio di connessione tra il Parco Sempione e la città che il nostro Palazzo ha avuto fin dalla sua costruzione, 93 anni fa.
Ci sono state delle riconquiste proprio in termini di spazi.
Con l’apertura di “Cuore”, la grande sala collegata all’atrio e dedicata agli archivi, e la riconquista di tutto il piano a quota giardino (parte del quale era occupata fino a 3 anni fa da una discoteca a gestione privata), Triennale è tornata ad essere una vera e propria piazza milanese: viva e imprevedibile nei suoi spazi dedicati alla natura, al cibo, alla musica, alle arti, alla meditazione, al gioco dei bambini e degli adulti. Anche perché nella sua spina centrale (atrio, Cuore, scalinate, patii, piano parco) è aperta gratuitamente a tutti. Una città nella città.
Quale è stato il fronte di impegno più rilevante? Le mostre, la struttura, l’Esposizione Internazionale, il Museo del Design?
Sicuramente tre grandi Esposizioni Internazionali triennali che siamo riusciti a proporre come una vera e propria Trilogia.
Ti va di ripercorrere la trilogia?
Nella prima (“Broken Nature” curata nel 2019 da Paola Antonelli con il MoMA di New York) ci siano interrogati su come riparare i danni prodotti dall’uomo sulla natura.
Nella seconda (“Unknowun Unknowns – quello che non sappiamo di non sapere”, curata nel 2022 da Francis Kerè e Ersilia Vaudo) abbiamo accolto la sfida inaspettata di una natura che improvvisamente si era manifestata come un micro-organismo dentro, non fuori, il corpo di milioni di noi.
Nella terza (“Inequalities”, curata nel 2025 da un gruppo straordinario di scienziati e artisti internazionali con il supporto di tutti gli Atenei milanesi) abbiamo raccontato come la grande sfida della transizione ecologica sia inseparabile dal superamento graduale delle diseguaglianze sociali e di genere in quella porzione di natura che chiamiamo umanità.
Mai come durante i sei mesi delle nostre Expo, ho percepito come un Museo possa oggi diventare una Scuola pubblica, capace di parlare a tutti.

Sei stato nominato nel 2017. Sono ‘solo’ 8 anni fa ma sembrano trenta per come sono evoluti i tempi. Basti pensare che hai dovuto condurre il museo negli anni della Pandemia…
Non potrò mai dimenticare, nel marzo del 2020, la notizia del primo lockdown, durante la conferenza convocata per decidere il tema della nostra Expo.
La perdita, in quei due drammatici anni, di tanti amici carissimi che insieme a noi stavano partecipando al progetto di una nuova Triennale, si è inscritta in modo indelebile nella mia vita.
Penso ancora con grande dolore alla morte di Lea Vergine e di Enzo Mari, un giorno dopo l’inaugurazione della grande retrospettiva a lui dedicata (Enzo Mari by Hans Ulrich Obrist, curata dall’allora Direttrice artistica Lorenza Baroncelli) e alla scomparsa nel marzo 2021 di Giovanni Gastel, un grande amico, incontrato proprio grazie a Triennale, a cui avrei voluto oggi lasciare il testimone.
Mari, Gastel… la pandemia del 2020/2021 è stata un colpo per la Triennale ma anche un colpo per Milano.
La verità è che in quei mesi Milano ha perso molti dei suoi migliori protagonisti, senza che mai questo lutto sia stato davvero ancora elaborato. Eppure anche allora Triennale è sempre stata viva, accesa. La grande processione di scheletri curata da Romeo Castellucci (Grand Invité di Triennale Teatro) che, nella notte tra il 20 e il 21 novembre del 2021, partendo da Triennale aveva attraversato il centro di Milano, credo sia stata uno dei pochi momenti, insieme terribile e magnifico, di consapevolezza di quella tragedia.
Torniamo ora a quel 2017. Quali sono stati in questi anni gli elementi che vi hanno consentito di costruire un’identità così robusta per questa istituzione?
Il primo CdA (2018/2022) ha affrontato con visione e coraggio alcune sfide ambiziose, che abbiamo superato razionalizzando la gestione finanziaria della Fondazione e della SRL e dandoci delle chiare linee guida di programmazione culturale. In questa opera ho avuto la fortuna di avere al fianco la nostra formidabile vice-presidente, Elena Vasco. E con lei tutti i membri dei due CdA, tra i quali voglio ricordare qui Roberto Maroni, la sua generosità, il suo impegno con Triennale fino a pochi giorni prima di lasciarci.
Con i curatori scientifici (voglio ricordare: Umberto Angelini, Lorenza Baroncelli, Joseph Grima, Marco Sammicheli, Lorenza Bravetta, Damiano Gullì, Nina Bassoli) abbiamo in questi anni impostato un programma culturale che oltre alla Trilogia delle Expo internazionali che dicevamo prima prevedeva una sequenza di approfondimenti su alcune figure maieutiche del design e della creatività italiana della seconda metà del ‘900 (da Enzo Mari ad Alessandro Mendini, da Gae Aulenti a Andrea Branzi, e ancora Carlo Aymonino, Vico Magistretti, Giancarlo De Carlo, Angelo Mangiarotti, ma anche Elio Fiorucci, Saul Steinberg, Roberto Sambonet, Lella e Massimo Vignelli… fino ad arrivare a Francesco Clemente e Costantino Nivola, previsti per l’autunno 2026), una grande fiducia nella…
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Massimiliano Tonelli
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