8 maggio 2026 – ore 07:30 – “Alla Biennale oggi sono presenti l’Ucraina e la Russia, la bandiera dell’Iran e quella d’Israele. Qui non diamo risposte ma apriamo discussioni. L’unico veto è l’esclusione preventiva. Mi meraviglia che tutto questo mondo derivante dalla Rivoluzione francese si sia capovolto nel suo esatto contrario e cioè in un laboratorio di intolleranza e di richieste di censura. Rispondiamo con l’universalità di Cristo e di tutte le grandi civiltà”. Lo ha detto il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, durante la conferenza stampa di presentazione della 61 esima Esposizione Internazionale d’Arte intitolata “In Minor Keys” in programma a Venezia da domani, 9 maggio, fino al 22 novembre 2026. Di seguito trascriviamo e pubblichiamo il testo integrale del discorso tenuto dal presidente, Pietrangelo Buttafuoco. Il video originale della conferenza stampa è visibile a questo link.
Grazie. Grazie al ministero della Cultura nella persona del ministro Alessandro Giuli, grazie alle Istituzioni del territorio che in vario modo sostengono il lavoro della Fondazione La Biennale di Venezia e dunque grazie alla città di Venezia. Ma voglio dire oggi in particolar modo grazie a ogni singolo veneziano, a ogni singolo cittadino di questo territorio e quindi grazie alla Regione del Veneto, alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della città metropolitana di Venezia e grazie ai nostri vicini di casa, ovvero la Marina Militare. Un ringraziamento ovviamente va a Bulgari, partner esclusivo della manifestazione, e a Illy Caffè, main sponsor.
Ringrazio tutti gli sponsor: American Express, Bloomberg, Vela Venezia Unica e Quattro Gatti Gin. Grazie alla Rai, media partner. Ringrazio i donor, gli enti, le istituzioni internazionali. Grazie a Ottavia Piccolo che ha restituito i versi venezianissimi di un grande e massimo poeta che, nell’orizzonte a noi contemporaneo, racconta soprattutto Venezia. Grazie a, e salutiamola nel cielo delle Misericordie dove è adesso, Koyo Kouoh. Grazie a tutti voi del team, straordinari custodi, testimoni e interpreti di un lavoro preziosissimo e unico, rivolto al futuro, quale quello di Koyo. E grazie, ancora una volta — ma credetemi, è una cosa che faccio ogni giorno — a tutti quanti nella Fondazione La Biennale lavorano giorno dopo giorno per tenere alta l’immagine, la storia e la sostanza di 130 anni di storia. Grazie ai miei colleghi.
“Andare avanti, avere audacia, sviluppare e realizzare in libertà i vostri progetti“. Questo, lo raccomanda il presidente della Repubblica. Sergio Mattarella, il Capo dello Stato, cui dobbiamo riconoscenza e rispetto, ha detto chiaramente ai David di Donatello qual è il mandato del lavoro artistico-culturale: libertà e audacia. Ho visto scorrere un titolo nelle all news: “Siate liberi e audaci“. Ebbene, eccoci. Se le autorità politiche fossero ridotte al rango di furerìe dove, intendendosi a sbuffi, le ingerenze arrivano a piegare la solidità delle istituzioni culturali, oggi avremmo un altro esito. Magari lo avremo domani o dopodomani.
Ma il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a una precisa domanda – la domanda delle domande sulla partecipazione della Russia alla Mostra Internazionale d’Arte, fatta dal Corriere della Sera – ha detto: “La Fondazione La Biennale di Venezia è autonoma”. Ha fatto la doverosa premessa: “Non sono d’accordo, ma…“. Proprio in quel “ma” da par suo – e io la ringrazio – ha confermato, sgargiante e definitiva, la libertà e l’autonomia. E quindi la libertà e l’audacia che sono alla radice dello ius, la civiltà del diritto: quella dottrina di cui è maestro il Capo Stato, Sergio Mattarella, e che è cosa ben diversa dagli statuti etici dove “la legge è uguale per tutti” sembra essere deformata in una sorta di sabba regolatorio in cui “la legge è uguale per tutti” diventa: “Per tutti quelli che la pensano come noi, per come vogliamo noi“. Ma c’è lo ius, la civiltà del diritto, che nessuna fanta-giurisprudenza può trasformare.
Signore e signori, gentili ospiti, giornalisti, artisti, curatori, amici, vedete, c’è un’immagine che mi accompagna in questi giorni: il dito che indica la luna. È un’immagine antica, persino abusata, un luogo comune, però torna necessaria. Perché il rischio, ancora una volta, è sempre quello di fermarsi al dito: cioè alle polemiche, alle appartenenze, alle pressioni, ai singoli casi. E, in tutto questo, smarrire la luna. Ed è quel che davvero ci riguarda, questa luna: cioè il mondo così com’è, il mondo nella sua verità tragica, mai come in questo tempo. È la condizione della guerra globale. La storia bussa alle porte della vita quotidiana di tutti noi; figurarsi se non va a bussare alle porte solide dei 130 anni di storia della Fondazione La Biennale di Venezia.
Oggi arriviamo a questa apertura dopo aver attraversato settimane complicate; vorrei dire giornate complicate ma sto dicendo ore complicate, momenti complicati. E sono discussioni accese, richieste di esclusione, prese di posizione che spesso hanno preceduto l’ascolto. Se c’è qualcosa che mi meraviglia – e parlo a Umberto Vattani, che è autorità in questo senso – è che tutto questo mondo che deriva dalla Rivoluzione francese, dall’ecumenismo, dal laicismo, dal voler trovare la formula perfetta della democrazia, si sia capovolto nel suo esatto contrario: in un laboratorio di intolleranza, di richieste di censura, di chiusura e di esclusione. Si è parlato di chi deve esserci e di chi no. Di chi rappresenta cosa e di quale colpa porti con sé.
E ci sono tragedie reali, ci sono guerre in corso, ci sono civili che in questo tempo muoiono molto più di quanto non accadesse quando pensavamo di avere chiuso nelle pagine dei libri di storia i massacri, le tragedie e l’abominio. È più che in passato appunto, più che durante le guerre del Novecento. E non lo vogliamo ammettere. Però noi non ignoriamo quello che accade fuori di qui. Noi non siamo ciechi. In quella luna ci sono anche realtà — sto parlando di democrazie, non sto dicendo di satrapie — che istituiscono d’improvviso la pena di morte. Ci sono continue discriminazioni, continue violenze, guerre che devastano vite e territori. E qui sta il nodo: chiudere a qualcuno significa rendere più fragile l’apertura verso altri. Se la Biennale cominciasse a selezionare non le opere, ma le appartenenze; non le visioni, ma i passaporti, smetterebbe di essere ciò che è sempre stata: il luogo dove il mondo si incontra. E si incontra a maggior ragione quando il mondo è lacerato.
E poi c’è questa città, Venezia, che da secoli non ha avuto mai paura dell’incontro. Venezia non ha mai chiesto al mondo di essere puro per entrare. Venezia accoglie le differenze, le contraddizioni, persino i conflitti, e li trasforma sempre in dialogo e convivenza. Questo ha fatto la Fondazione Biennale da 130 anni. Ha raccolto le tensioni, i conflitti, le visioni e li ha esposti senza mai banalizzarli, senza mai ridurli a slogan. Lo dico ai colleghi, agli artisti, ai curatori, a chi ha responsabilità, lo dico ogni giorno ai cittadini che incontro: oggi non intendiamo barattare, per il quieto vivere politicante, 130 anni di storia che hanno raccontato sempre così il mondo.
Noi qui non alimentiamo polemiche. Noi non diamo risposte. Apriamo discussioni. Anche questo è contenuto della…
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Lilli Goriup
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