Il passaggio decisivo riguarda il modo in cui destinazioni già note cambiano peso. Corea del Sud, Vietnam e India sono dentro le mappe commerciali delle imprese più strutturate. La novità riguarda il modo in cui questi mercati entrano nella matrice decisionale del 2026: meno appendice extra europea, più laboratorio dove misurare prezzo, certificazione, logistica e canale.
Nota di lettura: questo articolo aggiorna il nostro dossier del 27 aprile 2026 sull’export agroalimentare a 72,4 miliardi, aggiungendo la dimensione asiatica emersa dal nuovo quadro di analisi e dai successivi riscontri regolatori.
Il dato di partenza: 72,5 miliardi e una crescita più veloce dell’export nazionale
La soglia dei 72,5 miliardi va letta con due contatori. Il primo misura la dimensione assoluta: l’agroalimentare ha continuato a crescere anche in un anno in cui il commercio estero italiano ha avanzato a ritmo più moderato. Il secondo misura la qualità della crescita: tra il 2019 e il 2025 le vendite estere del comparto sono aumentate a un CAGR dell’8,1%, sopra il passo dell’export complessivo fermo al 5%. Istat conferma la coerenza della dinamica generale 2025, con esportazioni italiane in aumento del 3,3% e alimentari, bevande e tabacco in crescita del 4,3%.
Questa differenza di velocità spiega perché il cibo italiano resti una leva macroeconomica e vada oltre la componente identitaria. Un bene esportato su dieci appartiene al perimetro agroalimentare. La filiera che sostiene quel risultato genera oltre 660 miliardi di fatturato e 141 miliardi di valore aggiunto, con circa 791mila imprese e oltre 3 milioni di occupati. La dimensione industriale del dato cambia il modo di parlare di Made in Italy: qui il tema è produttività lungo la catena, dal campo al confezionamento, fino al rischio di credito sul cliente estero.
Perché l’Asia pesa adesso nelle scelte delle imprese
La domanda alimentare globale cresce dentro un sistema da circa 14,4 trilioni di dollari, tra produzione primaria e Food & Beverage. La produzione agricola primaria vale intorno ai 5 trilioni e viene stimata in aumento del 14% entro il 2034; il mercato Food & Beverage è posizionato intorno a 9,4 trilioni e punta verso 11,8 trilioni nel 2031. La proiezione OECD-FAO rende leggibile il baricentro: India e Sud-Est asiatico assorbiranno il 39% della crescita globale dei consumi entro il 2034. Per un esportatore italiano il compito diventa intercettare consumatori urbani che stanno cambiando dieta, luoghi di acquisto e aspettative sul prodotto, invece di limitarsi a inseguire domanda generica.
Il punto operativo è spesso sottovalutato. La crescita dei redditi diventa sbocco per il Made in Italy solo con una combinazione precisa: capacità di spesa, canali affidabili, norme chiare, importatori in grado di reggere pagamenti e una narrazione dell’origine che arrivi fino allo scaffale. Corea del Sud, Vietnam e India mostrano condizioni diverse, ma condividono una richiesta implicita: il prodotto italiano deve essere spiegato, protetto e consegnato senza fratture di qualità.
Corea del Sud: il mercato dove la tracciabilità diventa prezzo
La Corea del Sud è la destinazione più matura del gruppo. Nel 2025 le vendite agroalimentari italiane registrano un andamento positivo dell’8,3% e la domanda si concentra su prodotti dove il consumatore finale attribuisce valore a sicurezza, origine e riconoscibilità. Formaggi e latticini, prodotti da forno, oli e grassi sono le categorie più coerenti con questa sensibilità. Il vantaggio italiano nasce dal patrimonio di denominazioni e dalla capacità di trasformare la provenienza in un’informazione leggibile.
L’accordo commerciale UE-Corea ha già rimosso gran parte degli ostacoli tariffari sui prodotti europei e ha costruito un ambiente più favorevole alle indicazioni geografiche. Il riscontro tecnico della Commissione europea conferma che l’intesa ha eliminato dazi su quasi tutti i prodotti, compresi quelli agricoli e ittici. Per le imprese italiane la barriera principale si sposta quindi sul piano commerciale: presidiare distributori, packaging in lingua, certificazioni, catene del freddo e assortimenti calibrati su consumatori urbani abituati a confrontare prodotti premium internazionali.
Vietnam: hub regionale e mercato urbano in formazione
Il Vietnam cresce del 4,1% nelle letture del 2025 e va interpretato con una lente diversa da quella coreana. La domanda interna avanza con urbanizzazione, aumento del reddito disponibile ed espansione dell’horeca, ma il valore strategico del Paese nasce anche dalla funzione di ponte nel Sud-Est asiatico. Per molte imprese italiane il mercato vietnamita può diventare un banco di prova logistico: importazione, magazzino, distribuzione professionale e successivo allargamento verso bacini vicini.
L’accordo UE-Vietnam, in vigore dal 2020, prevede l’eliminazione del 99% dei dazi e la protezione delle indicazioni geografiche. Questo impianto aiuta l’agroalimentare italiano e conserva difficoltà pratiche: autorizzazioni sanitarie, tempi amministrativi, temperatura controllata, affidabilità degli importatori e formazione del canale ristorazione. Il prodotto italiano che funziona meglio in questa fase è quello capace di entrare nei menù, nelle catene alberghiere e negli scaffali di fascia medio alta senza perdere identità durante i passaggi intermedi.
India: il potenziale è premium e richiede pazienza commerciale
L’India è il mercato più grande e più selettivo. La classe media urbana cresce, il turismo internazionale rafforza l’horeca e le abitudini alimentari si aprono a prodotti occidentali con una progressione disomogenea tra grandi città e territori secondari. Il Made in Italy trova spazio soprattutto dove ristorazione, hotellerie, gourmet retail e consumo aspirazionale convergono. Pasta, olio, vino, prodotti da forno, cioccolato, formaggi compatibili con le preferenze locali e ingredienti professionali possono avanzare, purché il posizionamento resti protetto anche davanti alla tentazione dei volumi rapidi.
L’intesa commerciale UE-India conclusa a gennaio 2026 rende più concreta questa finestra. Le riduzioni tariffarie previste su vino, olio d’oliva e prodotti trasformati hanno un impatto potenziale forte, ma la sequenza applicativa richiede atti di ratifica e tempi di adattamento degli operatori. La deduzione operativa è chiara: chi aspetta l’azzeramento del costo doganale per costruire relazioni commerciali entrerà tardi; chi lavora ora su distributori, formazione del canale e protezione del marchio potrà usare la riduzione tariffaria come acceleratore.
L’Europa resta base, ma la concentrazione aumenta il rischio
Il 59% dell’export agroalimentare italiano resta indirizzato verso l’Unione europea. Germania e Francia si confermano mercati di riferimento: la prima assorbe circa 11,2 miliardi e cresce del 7,2%, la seconda arriva a 7,9 miliardi con un incremento del 6,1%. Gli Stati Uniti restano fondamentali per…
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Junior Cristarella
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