Per Pietro Giuliani – fondatore e presidente del Gruppo Azimut, unico gruppo italiano attivo nel risparmio gestito di 20 Paesi del mondo con 145 miliardi di masse delle quali 32 miliardi raccolte nel 2025 – i mercati globali stanno attraversando un cambio di paradigma: meno globalizzazione, più geopolitica, e una volatilità che diventa opportunità. In questo contesto, la gestione attiva torna centrale per interpretare i flussi globali. E Giuliani ne ha parlato con questo giornale alla vigilia del Salone del Risparmio edizione 2026, l’occasione in cui l’industria del risparmio gestito si mete in vetrina, e anche un po’ in discussione, sulle sue strategie e la sua progettualità.
Quest’inedita coabitazione dei mercati con l’incertezza: come se la spiega? Negli ultimi anni stiamo passando da un mondo globalizzato a uno più frammentato e “a blocchi”. Quanto questo cambio di paradigma è già prezzato nei mercati e quanto invece rischia di essere sottovalutato, soprattutto in termini di catene del valore, inflazione strutturale e premi per il rischio? Con l’ottica globale con cui opera, Azimut ha sicuramente una visione “proprietaria” su questo tema.
Il mondo si sta dividendo in tre blocchi: Usa, Cina, e il resto del mondo, con il resto del mondo che dovrà decidere se gravitare attorno a USA o Cina, o restare a sé. Se la globalizzazione ha favorito una crescita più sostenuta e minor inflazione, la deglobalizzazione (con la frammentazione delle catene produttive, la competizione sulle risorse o un loro utilizzo politico, dazi, etc…) rischia di condurre all’esito opposto, quindi con una crescita più contenuta e un’inflazione che si attesta a livelli moderatamente più alti di quelli degli ultimi tre decenni, ma a livelli gestibilissimi, anche perché la spinta deflativa della tecnologia/AI continuerà.
Il rimodellamento geopolitico sta creando un premio di sicurezza, portando alla sostituzione delle catene di approvvigionamento globali incentrate sull’efficienza con alternative regionalizzate e più costose, dove la sicurezza della catena di approvvigionamento ora prevale sui costi economici. Il premio al rischio è già aumentato: in ambito obbligazionario le curve oggi sono ben più alte di quelle a cui siamo stati abituati per anni, prezzando appunto uno scenario maggiormente inflativo; i mercati azionari reagiscono con ribassi non appena tensioni geopolitiche emergono (ex: Liberation day, guerra in Iran); i prezzi di beni rifugio come i metalli preziosi sono saliti notevolmente proprio per via delle maggiori tensioni geopolitiche. Ciononostante, la liquidità continua a scorrere più o meno liberamente (salvo sanzioni es. Russia), si possono muovere capitali in maniera efficiente dove le opportunità sembrano più evidenti, senza grosse limitazioni.
Noi in Azimut ci troviamo sicuramente in una posizione privilegiata in tutto questo: grazie alla nostra presenza in 20 paesi, il nostro Global Team dispone di professionisti che osservano questi sviluppi da ogni punto di vista e con informazioni imparziali di prima mano, che sono poi condivise tra tutto il team di gestione, facendo sì che tutti i portafogli siano sempre gestiti nella maniera più adatta alle mutevoli condizioni geopolitiche e di mercato.
Corollario alla domanda precedente: il dollaro resterà imperatore?
Per decenni il sistema finanziario ha ruotato attorno al dollaro e alla stabilità delle banche centrali occidentali. Oggi tra debito elevato, tensioni politiche e alternative emergenti, intravede segnali di erosione di questo ordine o piuttosto una sua evoluzione?
Il ruolo di valuta di riserva globale non si perde dall’oggi al domani. L’egemonia del dollaro sta evolvendo da un modello unipolare a uno frammentato. Da un lato i fondamentali solidi e il nuovo status di superpotenza energetica degli Stati Uniti confermano il ruolo del biglietto verde come fondamentale “risk hedge”. Dall’altro lato, la dominanza del dollaro, pur rimanendo salda come mezzo di scambio e unità di conto, mostra segni di indebolimento come riserva di valore, una tendenza che probabilmente continuerà a causa di sfide quali le preoccupazioni sull’indipendenza della Fed, l’aumento del debito pubblico statunitense e l’utilizzo politico del dollaro come arma attraverso sanzioni e dazi. L’atteggiamento meno collaborativo degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump potrebbe incentivare gli investitori a considerare anche una maggior diversificazione globale, come peraltro è già avvenuto da un anno a questa parte, in cui gli Stati Uniti hanno sottoperformato il resto del mondo. La quota del dollaro nelle riserve globali è diminuita al 56,9% nel terzo trimestre del 2025, rispetto al 58,5% di fine anno precedente. Quindi, se uno scenario di fuga dal dollaro o un suo crollo non è realistico (anche per mancanza di alternative percorribili: l’euro sconta ancora un’infrastruttura fiscale e politica incompleta, mentre la valuta cinese è limitata dal controllo sui movimenti di capitale e dalla mancanza di un mercato obbligazionario profondo e totalmente aperto), non si può nemmeno escludere un ulteriore limitato downside per il biglietto verde. In questo contesto, diventa essenziale adottare strategie di investimento che traggano vantaggio dalla diversificazione valutaria per affrontare scenari di mercato complessi. Interpretare i mutamenti strutturali è infatti il primo passo per la costruzione di un portafoglio resiliente, capace di guardare con fiducia alle sfide del domani.
Il debito pubblico non è più solo un problema italiano ma globale: vero?
Sì, post covid, i governi di tutto il mondo hanno fatto ricorso al debito come mai prima nella storia, al di fuori di periodi di guerra. Per fare un solo esempio, il debito pubblico statunitense ha raggiunto il 100% del PIL dall’80% del 2019, salendo in termini nominali di 15 triliardi di dollari (corrispondente a quasi 6 volte l’intero PIL italiano). In questo scenario, per una volta noi siamo stati molto più diligenti, visto che il nostro debito è rimasto al 135% circa, lo stesso livello del 2019. Ciò detto, non siamo a livelli allarmanti o insostenibili se consideriamo uno scenario moderatamente più inflativo: il debito non si adegua all’inflazione, mentre il PIL sì, favorendo quindi una stabilità o riduzione di rapporti Debito/PIL, soprattutto qualora i governi ritornino progressivamente ad una maggiore disciplina fiscale.
Secondo lei i mercati continueranno a “tollerare” livelli di debito molto elevati nei paesi sviluppati oppure potremmo entrare in una fase in cui il rischio sovrano torna a essere discriminante anche per economie core?
Le dinamiche cui abbiamo assistito in questi anni, con forte irrigidimento delle curve governative di riferimento, Germania, UK, US, JPN rispecchiano appunto questa paura per l’aumento dei debiti sovrani. Dall’altro lato non possiamo ignorare il fatto che, sulla scia dell’ingente liquidità iniettata negli ultimi anni dalle banche centrali e della ricerca perenne di rendimento da parte degli investitori, la domanda rimane fortissima, indipendentemente dai fondamentali. In generale la tolleranza verso livelli di indebitamento elevati è condizionata alla capacità di generare crescita economica reale. Laddove la dinamica del debito non sia accompagnata da un aumento della…
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Sergio Luciano
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