Da mesi il dibattito sull’AI sembra oscillare tra due estremi: da una parte chi annuncia la fine imminente del lavoro d’ufficio, dall’altra chi minimizza qualsiasi impatto della tecnologia sul mercato occupazionale. Licenziamenti nel settore tech, software sempre più autonomi e strumenti generativi capaci di scrivere codice o produrre contenuti in pochi secondi hanno alimentato la narrativa di una rivoluzione già in corso. Eppure, guardando ai dati reali, il quadro appare molto meno drammatico di quanto suggeriscano i titoli più allarmistici.
Secondo le analisi citate nell’articolo, non esistono ancora prove concrete di un collasso occupazionale causato dall’AI. Anzi: negli Stati Uniti i lavori maggiormente esposti alla tecnologia mostrano tassi di disoccupazione inferiori rispetto ad altri settori meno coinvolti. Non solo. Gli economisti sottolineano come non ci siano segnali di migrazioni massive verso professioni considerate “più sicure”, come quelle manuali.
Questo non significa che l’AI non stia cambiando il lavoro. Significa piuttosto che la trasformazione è più lenta, complessa e sfumata di quanto il racconto pubblico lasci intendere. In altre parole: l’AI sta certamente entrando negli uffici e nelle aziende, ma l’apocalisse occupazionale annunciata da molti, almeno per ora, non si vede.
Tra allarmi e realtà: il vero impatto dell’AI sul lavoro
Una delle voci più autorevoli sul tema è quella di Erika McEntarfer, ex commissaria del Bureau of Labor Statistics statunitense, secondo cui l’impatto dell’AI sul mercato del lavoro oggi sarebbe ancora limitato. La ragione principale è semplice: prima che l’AI trasformi l’occupazione, deve trasformare davvero le aziende.
E qui emerge un dato interessante: soltanto una società su cinque utilizza l’AI in almeno una funzione aziendale. Un’adozione ancora relativamente contenuta, che rende difficile immaginare una sostituzione su larga scala nel breve periodo.
Nel frattempo, il mercato del lavoro americano vive comunque una fase complicata, soprattutto per i giovani laureati. I tassi di disoccupazione tra i neolaureati sono cresciuti e il rallentamento delle assunzioni nel post-pandemia ha colpito in particolare chi cerca il primo impiego nel settore tecnologico.
Ma attribuire tutta la responsabilità all’AI sarebbe riduttivo. Gli economisti parlano infatti di un mercato “low-fire, low-hire”: poche assunzioni, pochi licenziamenti e una stagnazione influenzata anche da fattori macroeconomici più ampi.
Il vero problema, oggi, è che mancano ancora strumenti adeguati per capire fino in fondo come l’AI stia modificando il lavoro quotidiano. Gli studiosi stanno cercando di colmare questo vuoto attraverso nuove ricerche e sondaggi. David Deming, economista di Harvard, ha avviato un monitoraggio trimestrale su migliaia di lavoratori per capire quanto l’AI venga utilizzata, in quali settori e con quali effetti sulla produttività.
I risultati mostrano che oltre il 40% dei lavoratori ha già sperimentato strumenti generativi, anche in ambiti meno prevedibili come il manifatturiero. Tuttavia, gli incrementi di produttività rilevati non sono ancora tali da sconvolgere l’intera economia.
I giovani sono i più esposti alla trasformazione
Se c’è una categoria che sembra subire gli effetti dell’AI più rapidamente, è quella dei lavoratori entry-level. Secondo una ricerca dello Stanford Digital Economy Lab, le professioni più esposte all’automazione – come sviluppo software e customer service – hanno registrato un calo significativo delle opportunità per i giovani tra i 22 e i 25 anni.
Dopo il lancio pubblico di ChatGPT nel 2022, i ricercatori hanno osservato una diminuzione dei ruoli junior nei lavori più esposti all’AI, arrivata nel 2025 fino a un -16% nelle posizioni di ingresso. Al contrario, i lavoratori più esperti hanno continuato a mantenere o addirittura aumentare la propria presenza negli stessi settori.
La spiegazione starebbe nella differenza tra conoscenza “codificata” e conoscenza “tacita”. Le attività più standardizzate – come parte della programmazione base – sono più facili da replicare tramite AI. L’esperienza accumulata negli anni, invece, resta molto più difficile da sostituire.
Questo non significa che i lavori nel coding stiano sparendo. Una ricerca della Federal Reserve citata nell’articolo mostra che l’occupazione nel settore continua a crescere, anche se a ritmi più lenti rispetto al passato. In pratica, l’AI non sta cancellando queste professioni: le sta ridefinendo.
E proprio qui emerge uno degli effetti più interessanti della trasformazione in corso. Le aziende sembrano premiare maggiormente le competenze avanzate e l’esperienza umana difficilmente automatizzabile, mentre diventano meno centrali le attività più ripetitive tradizionalmente affidate ai junior.
Più che la fine del lavoro, il rischio è una transizione difficile
La storia economica insegna che le rivoluzioni tecnologiche raramente eliminano interi settori dall’oggi al domani. Anche in passato si era previsto che l’AI avrebbe sostituito professioni come i radiologi o che i camion senza conducente avrebbero cancellato milioni di posti di lavoro. Previsioni che, almeno finora, non si sono concretizzate.
Questo non vuol dire che l’AI sia innocua. Il rischio reale, spiegano gli economisti citati, è una fase di transizione complessa, fatta di lavori ridefiniti, competenze da aggiornare e percorsi professionali sempre meno lineari.
La domanda più importante non è quindi se l’AI cambierà il lavoro, ma con quale velocità lo farà. Perché se la trasformazione avverrà gradualmente, il mercato potrà adattarsi. Se invece dovesse accelerare improvvisamente, l’impatto sociale potrebbe diventare molto più difficile da gestire.
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Marco Brunasso
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