La sessualità per molti è ancora un tabù: parlare di relazioni intime sspesso sembra sconveniente, fuori luogo. Quando questo tema si lega alla disabilità, affrontarlo per qualcuno diventa difficilissimo, tanto che nel discorso pubblico si tende a evitare l’argomento. Come se gli adulti non conformi allo standard rimanessero, in qualche modo, eterni bambini, senza pulsioni. Eppure non è così: esprimere la propria sessualità è un diritto fondamentale. I bisogni esistono e chi lavora per supportare le persone con disabilità non può nasconderli sotto il tappeto, per quanto sia imbarazzante parlarne. Ma come affrontarli e discuterne in maniera corretta?
Il progetto europeo Facts è una buona base di partenza: il suo obiettivo è promuovere il benessere sessuale e l’inclusione delle persone autistiche, offrendo strumenti formativi alle figure professionali, combattendo i pregiudizi e supportando l’identità di genere e l’affettività di chi è nello spettro. Facts, che sta per Feel, address, contemplate, talk, share, è finanziato attraverso il bando Erasums + e coinvolge diversi Paesi. In Italia, viene sviluppato dalla cooperativa bolognese Cadiai, attiva in vari ambiti, tra cui, appunto, il supporto alle persone autistiche. Sul sito del progetto si trovano materiali, video, schede tecniche ed esplicative sulla sessualità, da utilizzare per parlare di questo argomento.
Un argomento ancora poco trattato
«Ancora oggi, spesso, quando si parla di autismo si continua a guardare spesso agli aspetti legati alla comunicazione, al comportamento, all’inclusione scolastica lavorativa», dice Francesca Giovannini, referente del Centro Autismo gestito da Cadiai, «ma non tanto a quelli dell’affettività, della sessualità e dell’identità di genere, che tuttavia sono centrali nella vita di una persona, indipendentemente dal fatto che sia autistica o meno. Per tanti anni è esistito uno stereotipo molto dannoso, cioè il pensiero che le persone nello spettro fossero “asessuate”. Mi auguro che sia un pregiudizio superato nelle figure professionali, ma a volte lo si ritrova, nell’idea che non ci siano pulsioni né interesse nelle relazioni». La prima cosa da fare, per lavorare in maniera costruttiva, è sfatare proprio questo mito.
Poi viene la capacità di parlare in modo corretto ai diretti interessati: il diritto all’informazione in questa sfera è legato all’autodeterminazione, all’immagine di sé e alla ricerca del proprio posto nel mondo. Non tutti sanno che, per esempio, i dati nella letteratura scientifica confermano che c’è una maggiore presenza di persone transgender e non binarie all’interno della popolazione autistica rispetto alla media generale. Questo, ovviamente, non significa che l’autismo coincida con l’identità di genere o con l’orientamento sessuale, ma c’è una ricerca autentica del proprio essere e questo è un aspetto da tenere presente: è necessario accompagnare, accogliere. Evitare di sottoporre un individuo a un doppio stigma, quello legato all’autismo e quello legato alla sessualità.

Costruire un discorso corretto e accessibile
Alcune figure professionali – ma anche caregiver e familiari – potrebbero trovarsi in difficoltà nell’affrontare il tema in maniera corretta, adatta alle persone che non hanno uno sviluppo tipico e hanno, quindi, modalità di elaborazione e di apprendimento peculiari. Per questo, nell’ambito del progetto Facts, sono stati prodotti materiali e schede, uno scheletro su cui impostare attività e discorsi. Anche perché ci sono delle caratteristiche e dei bisogni peculiari che vanno affrontati.
«Può essere utile avere dei supporti visivi», spiega Giovannini. «In generale, bisogna costruire spazi rispettosi di ascolto, dove loro e le loro famiglie possano trovare un orecchio competenze, che non abbia pregiudizi. Soprattutto, non si deve patologizzare. È un rischio che è sempre presente in queste situazioni, quello di dire “Sei così perché sei autistico”, invece di “Sei così perché perché sei una persona con queste inclinazioni”».


Non esiste un solo discorso valido per tutti
Ovviamente, non esiste una formula fissa per tutti. Per questo i materiali sono flessibili, adattabili. Il modo di interagire dipende anche dal funzionamento cognitivo. «A chi ha anche una disabilità dal punto di vista intellettivo, è difficile fare discorsi sulla consapevolezza», dice la responsabile. «Quello che si può fare è non inibire i comportamenti, ma reindirizzarli verso contesti protetti e sicuri. Perché c’è il grande tema della vulnerabilità. Spesso le persone autistiche sono vittime di soprusi, proprio perché possono non comprendere bene se alcuni comportamenti sono leciti o meno. Magari non si rendono conto di poter dire di no, faticano con il concetto del consenso».
Per esempio, è importante informare sulla privacy: una pulsione non si può agire ovunque, bisogna di aspettare di essere soli, in uno spazio privato. Un altro punto importante è la conoscenza del funzionamento delle relazioni adulte e del corteggiamento. Avere un flirt comporta una serie di messaggi impliciti che per la maggior parte delle perone sono talmente naturali da essere ovvi. Ma può non essere così per una persona autistica, che ha spesso bisogno di una comunicazione esplicita, di comunicazione chiara, che tenga conto anche degli aspetti non verbali e dei sottintesi. Chi lavora e si prende cura delle persone autistiche può affrontare questi argomenti attraverso giochi di gruppo o esercizi individuali. «Ci sono dei sottotesti che diamo per scontati, che invece non lo sono affatto», afferma Giovannini. «Durante una relazione, anche sessuale, ci si aspetta di non dover dire alcune cose, anche perché c’è un pudore legato a questi aspetti che rende ancora più difficile parlarne esplicitamente. Ma un discorso chiaro ed esplicito è proprio quello che serve alle persone autistiche».


Preparare alle sfide che può presentare l’intimità
Anche l’atto sessuale in sé può presentare, per le persone autistiche, delle sfide peculiari, legate all’iposensorialità, all’ipersensorialità e, in generale, agli aspetti sensoriali. Per esempio, c’è qualcuno che può avere bisogno di annusare, perché l’olfatto è il senso prevalente. E c’è qualcun altro che ha difficoltà nel contatto fisico. Sono tutti argomenti che vanno trattati, affrontati con comprensione e ascolto.


E come gestire, invece, la frustrazione legata a un desiderio sessuale che non riesce a essere appagato, soprattutto per chi ha più difficoltà cognitive e relazionali? «Si tratta di un tema delicato», conclude la responsabile, «Esiste l’assistente sessuale, che però sta emergendo ora e non è ancora una figura riconosciuta, che fa parte dell’équipe di supporto. Le famiglie, da questo punto di vista, sono un po’ lasciate sole. Possiamo dare delle informazioni, ma non c’è qualcuno che aiuti a trovare un partner. C’è ancora molto su cui ragionare. La nostra idea, anche quando abbiamo fatto la conferenza di presentazione del progetto, era che Facts fosse un trampolino di lancio per avviare un discorso su questi temi, che sono assolutamente necessari e indispensabili».
Nell’articolo, alcuni screenshot dei materiali del progetto Facts
Foto in apertura da Pixabay
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Veronica Rossi
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