La crisi non nasce dal volume complessivo dell’utenza psichiatrica. Nasce dal punto in cui la rete sanitaria deve eseguire, contenere e monitorare casi con rilevanza giudiziaria senza un circuito forense pienamente governato. La SIPPF ha messo in fila il dato essenziale: una quota minima di utenti può comprimere l’intera organizzazione quando la risposta richiesta supera ambulatorio e territorio fino alla forma detentiva sanitaria.
Nota di precisione: i numeri 2024 del Rapporto Salute Mentale riguardano gli assistiti adulti registrati dal SISM. Nel totale nazionale mancano i dati dell’Abruzzo e i dati del Molise risultano incompleti, dettaglio che rende il carico reale almeno parzialmente sottostimato.
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Che cosa ha rimesso in discussione il Congresso SIPPF
Il III Congresso nazionale SIPPF si è svolto ad Alghero, all’Hotel Catalunya, con il titolo Etica, sicurezza e responsabilità in psichiatria. La scelta del tema fotografa un cambio di pressione professionale: la psichiatria pubblica resta chiamata alla cura, però viene sempre più investita da aspettative di controllo che appartengono al campo della misura di sicurezza.
La distinzione va tenuta ferma. Un Dipartimento di salute mentale valuta, prende in carico, cura e costruisce continuità assistenziale. La pericolosità sociale è una categoria giuridica che viene accertata e rivalutata dentro un procedimento. Quando questi piani si sovrappongono senza una filiera forense ordinata, il medico diventa il punto più esposto di una decisione che coinvolge anche magistratura, prefetture e amministrazioni regionali.
Il denominatore corretto: 845.516 assistiti non esauriscono il bisogno reale
Il Rapporto Salute Mentale 2024 consente di leggere il problema con un denominatore verificabile. Gli 845.516 utenti sono persone adulte entrate nel perimetro dei servizi specialistici, non l’intera domanda psichica del Paese. Lo stesso documento chiarisce che una parte del disagio viene trattata in medicina generale, nel privato o resta fuori da ogni presa in carico specialistica.
La rilevanza del dato sta nel rapporto tra massa assistenziale e casi forensi complessi. Se un sistema produce oltre 10 milioni di prestazioni territoriali e poi si blocca davanti a poche centinaia di collocazioni REMS, la produttività dei servizi resta evidente. La criticità riguarda la mancanza di una corsia istituzionale capace di trasformare il provvedimento del giudice in una presa in carico tempestiva.
REMS: perché 632 posti non assorbono circa 750 attese
Le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza accolgono persone con disturbi mentali autrici di reato quando la magistratura applica una misura di sicurezza detentiva sanitaria. La loro funzione tiene insieme trattamento terapeutico e contenimento della pericolosità sociale. Proprio questa doppia natura rende fragile ogni risposta costruita solo sul numero dei letti.
Il divario attuale tra circa 632 posti disponibili e circa 750 persone in attesa produce un effetto immediato: il luogo della cura resta da individuare quando il vincolo giudiziario è già stato deciso. In quel tempo sospeso possono trovarsi coinvolti carcere, SPDC, strutture residenziali ordinarie o territorio. Ogni soluzione provvisoria deve reggere un carico che la REMS dovrebbe invece assorbire con competenze dedicate.
La misura ha natura sanitaria e incide sulla libertà personale
La disciplina delle REMS nasce dal superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Gli OPG sono stati chiusi definitivamente il 31 marzo 2015 e la legge 81/2014 ha consolidato il passaggio verso strutture sanitarie regionali. La gestione interna spetta alla sanità; vigilanza esterna e interventi di sicurezza vengono coordinati con le prefetture.
La giurisprudenza costituzionale ha fissato il punto che spesso manca nel dibattito pubblico: l’assegnazione in REMS limita la libertà personale e resta una misura di sicurezza, pur avendo un contenuto terapeutico marcato. Da qui deriva la responsabilità di costruire regole chiare sui modi dell’esecuzione, sulle liste d’attesa e sulla rivalutazione periodica della pericolosità.
La filiera forense indicata dagli psichiatri
La proposta emersa dal confronto scientifico punta a una filiera riconoscibile: alta sicurezza clinica, REMS, strutture intermedie e territorio devono essere collegati da un raccordo stabile. Senza quel raccordo, ogni caso complesso viene trattato come eccezione e consuma energie amministrative che dovrebbero essere già previste dal sistema.
Il passaggio tecnico più concreto riguarda la figura di raccordo tra sistema sanitario e magistratura. Un interlocutore stabile riduce il rischio di scambi incompleti, accelera la verifica delle alternative terapeutiche e consente al giudice di ricevere informazioni cliniche aggiornate senza trasformare il Dipartimento di salute mentale in un terminale isolato della decisione penale.
Le liste d’attesa devono diventare strumenti dinamici
L’Accordo della Conferenza Unificata del 30 novembre 2022 ha già indicato un metodo: le Regioni e le Province autonome, attraverso i Punti Unici Regionali, devono monitorare qualitativamente e quantitativamente le liste. La revisione periodica ogni sei mesi con il DAP serve a evitare che la graduatoria resti un elenco cronologico incapace di distinguere urgenze cliniche, collocazioni inappropriate e alternative praticabili.
Questo dettaglio cambia la prospettiva. La lista d’attesa non può essere letta come una coda amministrativa. Deve mostrare chi è in carcere, chi è in un reparto ospedaliero per acuzie, chi può essere accolto in una struttura territoriale e chi richiede davvero la misura detentiva sanitaria. La priorità corretta nasce da questo incrocio, non dalla sola data di ingresso della richiesta.
Il CSM ha già chiesto un salto organizzativo
Nel gennaio 2025 il Consiglio superiore della magistratura ha approvato all’unanimità un documento sulle REMS chiedendo 700 posti in più e una revisione normativa e organizzativa. Nel testo vengono richiamate criticità molto precise: numero dei posti, liste d’attesa, personale e sicurezza. La convergenza con l’allarme degli psichiatri forensi mostra un nodo istituzionale, oltre la rivendicazione professionale.
La richiesta di nuovi posti, da sola, non chiude la questione. Il fabbisogno va misurato insieme alle strutture intermedie e alla capacità dei DSM di sostenere percorsi alternativi alla REMS quando il giudice sostituisce o revoca la misura detentiva. Aumentare la capienza senza ordinare il percorso rischia di spostare il collo di bottiglia più avanti.
Per i servizi sanitari, il primo effetto è la necessità di documentare meglio la soglia tra bisogno clinico ordinario e caso forense. Per i tribunali, diventa decisiva la disponibilità di informazioni aggiornate sui posti e sulle alternative territoriali. Per le Regioni, il punto operativo è trasformare il Punto Unico Regionale in un presidio realmente accessibile alle autorità giudiziarie.
La nostra lettura porta a una conseguenza verificabile: nei prossimi mesi ogni nuovo caso ad alta esposizione renderà più difficile accettare risposte frammentate. Il sistema dispone già di atti, dati e moniti sufficienti per agire. La parte mancante è l’esecuzione coordinata.
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Junior Cristarella
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