Ci sono artisti che utilizzano la luce per costruire immagini. E altri che la usano per costruire relazioni. Nel lavoro di Marinella Senatore (Cava dei Tirreni, 1977), le grandi architetture luminose non funzionano mai soltanto come elementi spettacolari o decorativi: diventano dispositivi emotivi, sociali e politici capaci di attivare incontri, appartenenza, memoria collettiva. Dal 29 maggio all’8 settembre 2026, l’artista presenta We Rise By Lifting Others presso Masseria Torre Maizza, prima mostra personale dell’artista in Puglia, curata da Raffaele Quattrone. Il progetto, sviluppato per Rocco Forte Hotels, trasforma la masseria in un percorso immersivo dove sei opere dialogano con il territorio, la tradizione delle luminarie del Sud Italia e il tema della comunità. Non è un caso che la mostra nasca proprio in Puglia. Qui la luce porta ancora con sé una memoria popolare legata alle feste collettive, ai riti pubblici, alle piazze attraversate dalle persone. Senatore prende quel linguaggio e lo sposta dentro il contemporaneo senza neutralizzarne la forza emotiva. Le sue installazioni non celebrano il folklore, ma provano a capire come certe forme culturali possano ancora produrre partecipazione reale in un’epoca dominata dall’iper-individualismo e dalla smaterializzazione digitale. Ne abbiamo parlato con l’artista.
Intervista a Marinella Senatore
“We Rise By Lifting Others” parla di solidarietà e interdipendenza. In un presente sempre più individualista, quanto questa opera nasce anche come risposta politica e culturale al nostro tempo?
Moltissimo. Credo che oggi ci sia un’enorme necessità di ricostruire spazi di relazione reale tra le persone. Viviamo in un tempo molto frammentato, dove spesso tutto ci spinge verso l’individualismo, la competizione, l’iper-performatività. Io invece continuo a credere profondamente nel potere trasformativo delle esperienze collettive. We Rise By Lifting Others non nasce come slogan, ma come una possibilità concreta di stare insieme, di sostenersi reciprocamente. Per me l’arte non è mai separata dalla vita sociale e politica, anche quando utilizza elementi poetici o apparentemente festivi come le luminarie. C’è sempre una riflessione sul modo in cui possiamo costruire comunità temporanee, empatia, ascolto, possibilità di partecipazione. Oggi credo sia quasi un gesto radicale creare occasioni in cui le persone possano incontrarsi davvero, senza gerarchie troppo rigide, e sentirsi parte di qualcosa.
Portare una monumentale architettura luminosa dentro una masseria pugliese significa anche trasformare un luogo di ospitalità in uno spazio pubblico simbolico. Ti interessava creare un dialogo tra intimità, territorio e collettività?
Sì, assolutamente. Mi interessava molto che la masseria non fosse semplicemente un luogo espositivo, ma diventasse uno spazio attraversabile emotivamente e collettivamente.
La Puglia ha una relazione molto forte con il rito, con la festa, con la luce come elemento sociale e popolare. Le luminarie, per me, non sono mai soltanto decorative: sono architetture emotive che cambiano la percezione dello spazio e attivano una dimensione condivisa.
Mi piaceva l’idea che un luogo intimo, legato anche all’ospitalità e alla dimensione privata, potesse aprirsi a una dimensione pubblica e collettiva, quasi diventando una piazza temporanea. È qualcosa che ritorna spesso nel mio lavoro: trasformare gli spazi in luoghi di incontro e possibilità.
Le luminarie nel tuo lavoro sembrano superare la dimensione decorativa per diventare dispositivi emotivi e sociali. Cosa ti interessa della luce come linguaggio collettivo?
La luce è un linguaggio narrativo potentissimo e sempre da esplorare. Le luminarie vengono dalla tradizione popolare, dalle feste di paese, dalle processioni, da momenti di celebrazione della comunità.
Quando utilizzo le luminarie, non sto lavorando sulla nostalgia o sul folklore, ma sulla possibilità di trasformare un linguaggio popolare in un dispositivo contemporaneo capace di creare connessioni emotive e sociali.
La luce modifica il comportamento delle persone, crea attrazione, vicinanza, sospensione. È quasi un corpo collettivo. E poi c’è anche qualcosa di politico nel prendere un linguaggio non elitario e portarlo dentro l’arte contemporanea senza snaturarlo.
Questa mostra lavora molto sul rapporto tra memoria e contemporaneità. Cosa rappresenta per te la Puglia come archivio culturale vivo, oltre ogni folklorismo?
La Puglia è un territorio incredibilmente stratificato, attraversato da culture, migrazioni, ritualità e tradizioni che continuano ancora oggi a trasformarsi. Quello che mi interessa non è mai il folklore come immagine fissa o stereotipata, ma la cultura viva, quella che continua a essere attraversata dalle persone.
Per me la memoria non è qualcosa di statico: è un materiale vivo che cambia continuamente attraverso il presente. Le luminarie stesse sono un esempio perfetto di questo. Hanno una storia molto lunga ma continuano a mutare, a dialogare con nuovi contesti, nuovi linguaggi, nuove comunità.

La tua pratica ha ridefinito il concetto di partecipazione nell’arte contemporanea. Quando hai capito che il coinvolgimento delle persone sarebbe diventato il centro del tuo lavoro?
Credo di averlo capito molto presto, quasi intuitivamente. A un certo punto mi sono resa conto che quello che mi interessava davvero era creare contesti, luoghi fisici ed emotivi per esperienze e possibilità di relazione.
Il coinvolgimento delle persone non è mai stato per me un elemento decorativo o illustrativo. È il fulcro stesso del lavoro. Mi interessa ciò che accade tra le persone, l’energia collettiva, le possibilità di trasformazione quando si entra in un contesto corale.
Per me è evidente che siamo ancora all’inizio di una riflessione profonda sulle pratiche partecipative. C’è ancora molto da studiare, scrivere e costruire.
Con la School of Narrative Dance hai costruito un modello educativo non gerarchico. Pensi che oggi l’arte abbia ancora la capacità di produrre nuove forme di apprendimento collettivo?
Sì, lo penso profondamente. Forse oggi più che mai. La School of Narrative Dance nasce proprio dall’idea che l’apprendimento possa essere orizzontale, condiviso, esperienziale. Non mi interessa una pedagogia verticale dove qualcuno insegna e qualcun altro riceve passivamente. L’arte può ancora creare spazi di emancipazione e consapevolezza collettiva, soprattutto in un momento storico in cui siamo continuamente isolati o sovrastimolati digitalmente.
Molte tue opere sembrano trasformare lo spazio pubblico in uno spazio emotivo condiviso. Quanto il corpo e la presenza fisica restano centrali in un’epoca dominata dal digitale?
Per me restano assolutamente centrali. Credo che dopo gli ultimi anni abbiamo capito ancora di più quanto il corpo sia importante. La presenza fisica produce qualcosa che il digitale non può sostituire completamente: energia, empatia, vibrazione, ascolto reale. Nel mio lavoro il corpo è sempre un archivio di memoria, emozione, esperienza sociale e politica. Mi interessa capire come il corpo possa diventare uno spazio di conoscenza e trasformazione collettiva.
Guardando il tuo percorso internazionale, si ha la sensazione che il tuo lavoro provi più a creare relazioni che immagini. È questa, per te, una delle responsabilità più profonde dell’arte oggi?
L’immagine è importantissima, perché apre visioni, crea dimensioni poetiche ed estetiche che non vanno assolutamente sottovalutate. Spesso c’è stato un fraintendimento intorno alle pratiche partecipative più radicali come la mia, come se la relazione sostituisse l’opera. In realtà è esattamente il contrario: l’opera è vitale. Le luminarie, le parate, le coreografie collettive, i banner, i testi, le strutture monumentali: tutto nasce da un pensiero estetico molto preciso. Sono e rimango un’artista, non una terapeuta o un’attivista tout court. Quello che mi interessa è che l’opera non sia chiusa in sé stessa, ma abbia la capacità di attivare qualcosa nelle persone. Viviamo in un tempo in cui le immagini vengono consumate con una velocità enorme, spesso senza lasciare tracce profonde. Io continuo invece a credere nella possibilità dell’arte di creare immagini che abbiano una permanenza emotiva e politica, legata a un’esperienza vissuta. Anche quando un progetto dura poche ore, quello che accade tra le persone può continuare molto a lungo.
Antonino La Vela
Savelletri di Fasano // dal 29 maggio all’8 settembre
Marinella Senatore – We Rise By Lifting Others
ROCCO FORTE HOTELS – Masseria Torre Maizza – Contrada Coccaro
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