L’Italia sta affrontando una crisi silenziosa ma devastante, definibile come una vera e propria “doppia desertificazione giovanile”. Da un lato, i talenti più qualificati lasciano il Paese in cerca di meritocrazia; dall’altro, una vasta schiera di giovani resta intrappolata in un limbo di inattività. L’impatto combinato di questi fenomeni negli ultimi dieci anni ha bruciato circa 350 miliardi di euro, l’equivalente di quasi 18 manovre finanziarie. Questi due fenomeni- la fuga dei cervelli e lo stato di Neet- non sono opposti, ma complementari: insieme, mostrano la crescente polarizzazione della gioventù italiana.
In passato l’emigrazione era un’opzione reale anche per chi non aveva titoli di studio. I costi erano bassi, le reti migratorie solide, la domanda di lavoro manuale all’estero elevata. Emigrare rappresentava un rito sociale, un orizzonte prevedibile e spesso collettivo. Oggi, al contrario, partire è costoso e richiede capitale economico, culturale e sociale. Come sostiene Bourdieu (Le forme del capitale – 1986 – “Meditazioni pascaliane” 1997), chi non dispone di questi capitali è escluso dalla mobilità internazionale. Perciò, i giovani con basse competenze non emigrano più: non per scelta, ma per impossibilità strutturale.
La precarizzazione del lavoro e la fine delle traiettorie biografiche stabili – «biografie del rischio», secondo Ulrich Beck (“Risk Society: Towards a New Modernity” – 1986) impediscono ai giovani di pianificare un futuro. L’assenza di prospettive, la frammentazione lavorativa e la debolezza delle politiche attive producono un ritiro progressivo che sfocia nella condizione NEET. In Italia la famiglia agisce come ammortizzatore sociale: ospita i giovani, li sostiene economicamente e attenua gli effetti dell’inattività. Questo riduce la pressione a emigrare e crea una forma di immobilità sociale. Il familismo – struttura tipica del Sud Europa – permette ai giovani fragili di rimanere, ma al costo di rinunciare all’autonomia.
Secondo i dati CNEL e ISTAT, dal 2011 al 2024 sono emigrati 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni. Molti provengono dal Nord (49%) e sono frequentemente laureati (42,1% nel triennio 2022–2024). Le destinazioni privilegiate sono Regno Unito, Germania e Paesi Bassi. Questo fenomeno è spiegabile con le analisi di Manuel Castells: nella società informazionale, la mobilità internazionale privilegia le competenze elevate. Chi ha istruzione, lingue e capitale sociale trova opportunità all’estero; chi non le ha resta indietro.
La fuga dei cervelli è dunque la proiezione esterna della stessa polarizzazione che produce i NEET all’interno del Paese.
Le dinamiche territoriali mostrano un doppio ritmo:
– i giovani qualificati, soprattutto del Nord e dei grandi centri urbani, emigrano;
– i giovani fragili, spesso del Sud e delle aree periferiche, restano inattivi.
Si tratta di un caso tipico di divergenza strutturale: due traiettorie che si allontanano. Gli uni accelerano verso mercati globali, gli altri rallentano verso l’inattività. È un dualismo sempre più profondo.
Bauman parla di “vite liquide”: incerte, instabili, senza punti di ancoraggio. Molti giovani italiani non percepiscono il futuro come un progetto, ma come una minaccia. Emigrare richiede fiducia; diventare NEET è un modo per sottrarsi a un mondo percepito come ostile.
L’Italia non produce solo NEET, né solo cervelli in fuga: produce entrambi. I due fenomeni sono interdipendenti. La migrazione selettiva impoverisce il Paese del suo capitale umano più avanzato; la permanenza inattiva impoverisce il tessuto sociale e produttivo. Comprendere questa doppia traiettoria è cruciale per costruire politiche efficaci di inclusione, formazione tecnica, mobilità internazionale, attrazione dei talenti e sostegno ai giovani fragili.
Solo un intervento coordinato potrà ridurre la divergenza crescente tra chi può partire e chi resta indietro.
La Geografia dello spreco: un Paese spaccato
Il fenomeno non colpisce l’Italia in modo uniforme, seguendo linee di frattura geografiche molto nette:
Il Nord e l’esportazione di talenti:
La “fuga dei cervelli” è a trazione settentrionale. Il 35% dei giovani del Nord è pronto a partire. Paradossalmente, le aree più produttive formano competenze eccellenti per poi “regalarle” all’estero a causa di salari poco competitivi e scarsa meritocrazia.
Nonostante il Nord sia l’area più industrializzata del Paese è anche la principale “esportatrice” di talenti.
- Propensione alla partenza: ben il 35% dei giovani residenti nel Nord Italia si dichiara pronto a trasferirsi all’estero.
- Investimento a perdere: le regioni settentrionali investono massicciamente nella formazione di alta qualità, ma non riescono a trattenere i frutti di questo investimento, “regalando” professionisti qualificati alle economie straniere.
L’identikit del “Cervello in Fuga” Settentrionale
A differenza del fenomeno NEET (più diffuso al Sud e tra chi ha bassa istruzione), chi parte dal Nord ha un profilo molto specifico:
- Alta qualifica: Il 50% degli emigrati è laureato.
- Target: Giovani nella fascia 18-34 anni.
- Occupabilità: Quasi l’80% di chi emigra trova immediatamente occupazione nei Paesi di destinazione, a conferma dell’elevata qualità della preparazione ricevuta in Italia.
Ma perché i giovani del nord espatriano? le motivazioni non riguardano solo lo stipendio, ma una crisi di aspettative verso il mondo del lavoro e della qualità della vita in Italia:
- Opportunità e Carriera (25%): Ricerca di meritocrazia e percorsi di crescita più rapidi.
- Qualità della Formazione (19,2%): Volontà di accedere a centri di ricerca o aziende con standard internazionali.
- Qualità della Vita (17,1%): Servizi e welfare più efficienti.
- Salario (10%): Sorprendentemente, la retribuzione pura è l’ultima delle grandi motivazioni.
Questa emorragia sta creando danni strutturali alle imprese settentrionali che si possono riassumere come di seguito:
- Carenza di profili tecnici: Le aziende del Nord faticano a trovare figure altamente specializzate (mismatch), poiché queste preferiscono i mercati esteri.
- Perdita di innovazione: Senza giovani laureati, cala la capacità delle imprese di innovare e competere globalmente.
- Svuotamento demografico: Il Nord perde la sua popolazione giovane attiva, aggravando l’invecchiamento sociale.
Il sud e i Neet
Se la fuga dei cervelli è un’emorragia di competenze, i NEET sono una paralisi del potenziale.
L’Italia detiene un primato negativo in Europa, posizionandosi come il secondo Paese con il più alto tasso di NEET, superata solo dalla Romania.
- Numeri assoluti: Nel 2024 si contano 1,3 milioni di giovani (fascia 15–29 anni) in questa condizione.
- Incidenza percentuale: Il tasso NEET attuale è del 15,2%. Sebbene in calo rispetto al picco del 2014 (26,3%), resta una criticità strutturale.
Identikit del NEET: fragilità e divari
A differenza dei giovani che emigrano, i NEET presentano profili spesso più vulnerabili:
- Istruzione: La maggioranza è composta da diplomati o giovani con bassa istruzione (il 17,8% tra i diplomati rispetto all’11,8% tra i laureati).
- Geografia: Il fenomeno è concentrato prevalentemente nel Sud Italia, dove mancano opportunità e percorsi di inserimento.
- Genere: Esiste un chiaro divario di genere; le donne NEET sono il 16,6% contro il 13,8% degli uomini, spesso a causa di difficoltà nella conciliazione…
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Luigino Giliberto
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