Siamo all’alba di una nuova stagione delle relazioni industriali? Di una sorta di nuovo avvio, che può affermarsi grazie alle analisi e azioni del Cnel e in raccordo con le misure mirate emanate dal governo (Decreto 1 maggio)?
Questo interrogativo diffuso tra studiosi e osservatori ha trovato nei giorni scorsi una risposta positiva ed ottimistica nell’articolo di Renato Brunetta e Michele Tiraboschi (apparso sul “Sole 24 ore” del 6 maggio ).
Un film a lieto fine nel quale gli attori sociali si incastrano in modo perfetto e spontaneo in un equilibrio felice, rispetto al quale il sistema istituzionale opera solo al fine di creare indirettamente le convenienze migliori.
Una storia felice in cui tutti trovano benefici , rispetto ai quali il governo si limita a gettare alcune premesse.
Ovviamente a tutti piacciono le storie con happy end, ma in questo caso l’impressione prevalente è quella di avere sbagliato film.
Quella delle nostre relazioni industriali è una storia – un film – più ricca e complicata ; che per avere successo – e lieto fine – richiede misure appropriate e un collegamento intelligente tra le parti sociali e un governo il quale non si limiti ad un ruolo (falsamente) arbitrale o ad operare dall’esterno.
Non è nostra intenzione svalutare il lavoro svolto e gli stanziamenti economici (sebbene modesti). E neppure non considerare le buone intenzioni: il salario ‘giusto’ muove almeno in astratto verso una maggiore equità ed oltre i meri minimi . Inoltre sono sparite dal recente Decreto le soluzioni più discutibili e criticate, da quelle sui ‘contratti maggiormente applicati’ alle soluzioni territoriali adattive, che sembravano aprire la strada a nuove gabbie salariali. Merito anche dell’attività di lobbying svolta dalle organizzazioni sociali, ed in modo particolare da quelle datoriali, come Confcommercio. In effetti anche il Cnel può aiutare, non solo attraverso l’integrazione tra le diverse banche dati, che viene rafforzata in modo da avere dati condivisi (attraverso l’introduzione del codice alfanumerico dei contratti) . Ma anche operando, come già sta facendo, una prima selezione dei contratti effettivamente importanti, in quanto sottoscritti dai soggetti più rappresentativi: ridotti per questa via a circa 150 .
Riassumiamo ad ogni modo i punti salienti , largamente acquisiti , rispetto ai quali – va notato – esistono già soluzioni positive , in larga misura richieste da tempo dagli attori, e riguardo alle quali non sembra necessario arrampicarsi sugli specchi.
Nello stesso tempo molti dei nodi in campo – rappresentatività , validità dei contratti, sgonfiamento dei contratti pirata, crescita dei salari – richiedono , come è ormai da tempo evidente, un salto di qualità : un approccio di carattere strutturale e non la sommatoria di mini-misure.
Ricordiamo comunque sinteticamente queste aree di incertezza che richiedono una sistemazione.
Il primo aspetto è la lunga caduta dei salari italiani nel confronto comparato , accentuatasi dopo il 2021 e di cui al momento non si vede un’inversione di tendenza. Una inversione di tendenza che il Rapporto Cnel del 2023 e le politiche governative assegnano – ricordiamolo – al solo rilancio della contrattazione collettiva. Pure necessario e importante: ma che non appare da solo sufficiente.
Molti contratti sono rinnovati con ritardo ed attendono di essere sottoscritti. Ma anche alcuni di quelli sottoscritti dai sindacati maggiori , e non da quelli di comodo, prevedono – specie nei servizi più deboli – minimi salariali considerati in ogni caso bassi e inadeguati (qualunque sia la misura adottata ai fini di un salario dignitoso).
Nel contempo è esplosa la moltiplicazione dei contratti al ribasso , quelli che si conviene definire come pirata , i quali hanno lo scopo di favorire l’erosione degli standard di tutela e salariali : un aspetto che evoca l’esigenza non più differibile di misurare il peso dei sindacati , ed anche in pari misura quello delle associazioni datoriali (come era peraltro già indicato nel Patto per la fabbrica del 2018). Le regole di misurazione della rappresentatività dei sindacati sono chiare da tempo e in sostanza accettate da tutti (oltre ad essere già da decenni messe in pratica con successo nel settore pubblico): si tratta di trovare il modo per generalizzarle ed evitare la piaga dei contratti che operano in dumping salariale. E di effettuare la stessa operazione sul versante datoriale: affinando regole fin qui più scomoda da precisare, ma forse ancora più rilevanti a questo fine.
Al centro dell’attenzione dunque – ed ormai da tempo – troviamo la necessità di aiutare la validità generale dei contratti sottoscritti dai sindacati (comparativamente) più rappresentativi, e quella di favorire la chiusura tempestiva dei contratti , aiutando nel frattempo la definizione di meccanismi che proteggano il salario dagli shock inflazionistici. Ma quale è il salario decente o adeguato, che ora il governo chiama ‘giusto’ ? Il salario minimo adeguato si misura su base oraria, come molti sostengono da tempo, o secondo altri parametri (mensili o annuali), deve esse una misura unica o basarsi su differenze settoriali, come ritengono coloro che osservano l’allargamento di un mercato del lavoro zoppicante, e nel quale è cresciuto l’esercito dei poveri con lavoro?
Come che sia , un criterio di misura a cui fare riferimento è importante e dovrebbe essere fissato: in passato, come sappiamo, sono stati utilizzati come parametro i 9 euro orari (ridotti a 7 circa dal Cnel), ma ora? In ogni caso molto ruota intorno alle retribuzioni: quali sono le soglie adeguate, come fare in modo che queste siano rispettate e generalizzate, ed anche protette dal riaccendersi dell’inflazione.
Questi temi sono da tempo oggetto di una trattativa in corso tra le parti sociali, che per la prima volta allarga e coinvolge una pluralità di attori , specie datoriali. E per quanto forse troppo lenta rispetto all’incalzare dei problemi, questa appare come una strada importante e da sostenere: ma essa nei testi citati non viene presa esplicitamente in considerazione, salvo fare riferimento ad una “maggiore responsabilizzazione” degli attori.
La strada esplorata dal governo , e dai nostri due autori, sembra di diversa natura e possiamo dedurre come essa si possa incrociare con quella messa in atto dalle grandi organizzazioni sociali solo indirettamente.
Resta il fatto che il salario ‘giusto’ non esce fuori dai confini della vaghezza e delle buone intenzioni. In realtà la sua definizione viene trasferita agli esiti della contrattazione messa in opera dalle organizzazioni comparativamente rappresentative. Si tratta di un passo avanti importante, e segno di un’attenzione verso il lavorio delle parti sociali, dato che viene escluso come parametro quello molto discutibile, dei contratti ‘maggiormente applicati’, che era stato evocato in precedenza . Questo criterio non scompare però del tutto , in quanto in un altro testo ( Tiraboschi, Prima Analisi del Decreto 1 maggio, in Bollettino Adapt ) esso viene richiamato come un criterio plausibile di cui tener conto, insieme ad altri, nonostante le sue rilevate ambiguità.
Non è chiaro in ogni caso perché mettersi sulle tracce di una unità di misura non presa in considerazione dagli attori sociali, non solo quelli grandi ed importanti , ma da tutti nel loro insieme. E’ molto dubbio che questa pista…
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Mimmo Carrieri
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