Assistente all’autonomia e alla comunicazione: chi è, chi sarà e perché tutti ne parlano


garantire un supporto adeguato agli alunni con disabilità nei percorsi di autonomia personale, nella comunicazione e nella partecipazione alla vita scolastica: un ruolo delicato, che negli anni nei diversi territori d’Italia è stato svolto da operatori con profili differenti e con formazione differente. La figura di per sé non è nuova, ma in queste settimane se ne sta discutendo molto perché dopo l’approvazione al Senato sono ora arrivate all’esame della Camera le proposte di legge che puntano a dare omogeneità e uniformità al profilo dell’assistente all’autonomia e alla comunicazione – Asacom. Nel dibattito entra il fatto che tale ruolo dovrebbe essere svolto da educatori professionali, con formazione universitaria e la necessità di confrontarsi realisticamente con un sistema che vede una grande difficoltà di reperimento di personale educativo qualificato e che deve fare i conti con risorse economiche limitate. Ne parliamo con Maria Grazie Campese, presidente di Federsolidarieta Confcooperative Lombardia.

Chi è l’Asacom e cosa fa?

L’assistente all’autonomia e alla comunicazione è una figura socio-educativa che opera nei contesti scolastici e formativi per sostenere gli alunni e le alunne con disabilità nello sviluppo dell’autonomia personale, nella comunicazione e nelle relazioni, contribuendo alla piena partecipazione al percorso educativo in coerenza con il Piano Educativo Individualizzato. Dal punto di vista normativo, la funzione esiste da oltre trent’anni: la legge 104 del 1992, all’articolo 13, comma 3, prevede esplicitamente l’obbligo per gli enti locali di garantire l’assistenza per l’autonomia e la comunicazione agli alunni e alunne con disabilità. Tuttavia, quella previsione è rimasta per lungo tempo una norma “di principio”, non accompagnata da una definizione puntuale del profilo professionale.  

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
LAVORO SOCIALE, LAVORO DA CAMBIARE

Questo cosa ha comportato, all’atto pratico?

In assenza di una regolazione nazionale, sono stati gli Enti locali e le Regioni a costruire nel tempo il servizio, dando origine a modelli diversi: in alcuni contesti si parla di Asacom, in altri di assistente educativo-culturale o educatore, in altri ancora la figura è schiacciata su compiti di natura assistenziale, con differenze nei requisiti, nella formazione e nell’inquadramento contrattuale. Questa evoluzione “dal basso” ha avuto una componente positiva, perché ha consentito di adattare il servizio ai bisogni dei territori, ma nello stesso tempo ha prodotto una forte eterogeneità e una mancanza di riconoscimento uniforme della figura. Parallelamente, nel tempo si è trasformata anche la lettura del ruolo: da una funzione spesso interpretata in chiave assistenziale, si è progressivamente affermata la natura educativa e di mediazione, oggi riconosciuta anche nelle più recenti proposte normative. In questo senso, l’Asacom è una figura che esiste da tempo sul piano delle pratiche e dei servizi, ma che solo oggi sta trovando un tentativo di definizione organica a livello nazionale, proprio per superare quella distanza tra previsione normativa e attuazione concreta che ha caratterizzato gli ultimi decenni.

L’Asacom è una figura che esiste da tempo sul piano delle pratiche e dei servizi, ma che solo oggi sta trovando un tentativo di definizione organica a livello nazionale

Perché oggi serve mettere mano a questo profilo?

L’intervento sul profilo risponde a una duplice esigenza: da un lato superare una frammentazione ormai strutturale, dall’altro riconoscere pienamente la natura educativa della figura, a fronte della complessità della funzione svolta e del contesto nel quale si trova ad operare. Oggi il servizio è caratterizzato da differenze molto marcate tra territori: cambiano i requisiti di accesso, la durata e i contenuti dei percorsi formativi, le modalità di gestione del servizio e gli inquadramenti contrattuali. Questo si traduce in livelli di qualità non omogenei e in una difficoltà di riconoscimento professionale degli operatori. A questo si aggiunge, come accennavo, un tema di ’evoluzione del ruolo: l’Asacom non svolge una funzione meramente assistenziale, ma educativa e di mediazione, incidendo sulla qualità dei percorsi di inclusione e, in alcuni casi, anche sugli apprendimenti. Proprio per questo serve definire con maggiore chiarezza competenze, confini professionali e percorsi formativi, evitando sovrapposizioni o ambiguità rispetto agli altri attori del sistema scolastico. Negli ultimi anni inoltre si è rafforzata una pressione istituzionale e sociale verso una maggiore omogeneità: sia a livello interregionale, con i primi tentativi di definizione condivisa del profilo, sia nel dibattito nazionale, dove associazioni, enti locali e rappresentanze del lavoro hanno sottolineato la necessità di standard comuni e di un riconoscimento più strutturato della figura.

Maria Grazia Campese

Si tratta quindi di un passaggio sostanzialmente tecnico?

No, l’intervento sul profilo non è un’operazione puramente tecnica. Significa intervenire su un sistema già esistente e stratificato, in cui operano migliaia di lavoratori e soprattutto lavoratrici con percorsi e qualificazioni diverse e si inserisce in una fase di particolare difficoltà per queste professioni, caratterizzata da problemi di attrattività, precarietà e turnover elevato. Per questo motivo, la definizione di standard più elevati deve necessariamente confrontarsi con alcune esigenze cruciali:

  • la tutela del personale già in servizio, attraverso meccanismi di transizione adeguati;
  • la sostenibilità organizzativa ed economica del sistema, che oggi si regge anche su modelli di gestione differenziati;
  • la necessità di rendere la professione più attrattiva e stabile, evitando che l’innalzamento dei requisiti si traduca in una ulteriore difficoltà di reperimento del personale;
  • il costante aumento del numero di alunni e alunne con certificazione, per i quali l’esigibilità del diritto allo studio deve trovare le  condizioni per essere garantita attraverso personale sufficiente e adeguatamente formato.

In sintesi, mettere mano al profilo è necessario per garantire qualità, equità e riconoscimento professionale, ma richiede un equilibrio tra standardizzazione, valorizzazione dell’esperienza e sostenibilità complessiva del servizio.

Mettere mano al profilo è necessario per garantire qualità, equità e riconoscimento professionale, ma richiede un equilibrio tra standardizzazione, valorizzazione dell’esperienza e sostenibilità complessiva del servizio

Le commissioni Cultura e Lavoro della Camera stanno esaminando  alcune proposte di legge che puntano a dare uniformità alla figura dell’Asacom a livello nazionale.  A che punto siamo?

Sul piano normativo, siamo in una fase avanzata ma non ancora conclusiva del percorso legislativo. Il riferimento principale è il disegno di legge unificato – che nasce dal ddl 236 insieme ad altri testi – già approvato dal Senato il 28 gennaio 2026 e attualmente all’esame della Camera dei Deputati. Alla…


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 Sara De Carli

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