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Il governo si appresta a riscrivere le regole della politica di coesione. In primo luogo si vuole legare in un unico filo conduttore la programmazione (e la spesa) dei diversi fondi per lo sviluppo. Mettendo assieme, in ottica degli investimenti, veicoli differenti come il Pnrr, la programmazione regionale del Fsc (Fondo coesione e sviluppo) e quella europea del Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale), finalizzati a tagliare i gap tra le aree ricche e quelle più povere. Eppoi nascerà una cabina unica di controllo sull’avanzamento degli impegni e dei pagamenti di spesa – che dovrebbe avere anche una maggiore moral suasion sui progetti da realizzare – ci saranno un cronoprogramma definito tra le parti e sanzioni per le amministrazioni e gli enti locali che non rispettano le tempistiche concordate con il livello nazionale. In questo caso si perderanno i finanziamenti, che potrebbero andare alle realtà più virtuose. Ipotesi questa, che non piace alle Regioni meridionali, storicamente più “lente” nello spendere e soldi rendicontare progetti.

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Il totale

Soltanto la partita relativa al Fsc vale in totale 75 miliardi di euro. L’80 per cento al Sud, il resto al Nord. Soldi mai come in questa fase necessari all’Italia, che sconta il buco in bilancio lasciato dal Superbonus – secondo l’agenzia Fitch l’agevolazione edilizia sta accelerando lo sfondamento del nostro debito-Pil al 142,3 per cento nel 2027 – e fa fatica a prospettare la prossima manovra viste le più restrittive nuove regole di bilancio della Ue. Domani in Consiglio dei ministri è atteso il decreto legge che riordina la politica di coesione: soltanto nel ciclo 2021-2027 le risorse regionali ammonteranno a quasi 43 miliardi, alle quali vanno sommati i quasi 32 miliardi di cofinanziamento nazionale. In totale 75 miliardi, quasi tre punti di Pil da destinare a nuove infrastrutture, flotte per il trasporto pubblico locale (con treni più veloci e autobus meno inquinanti), manutenzioni ordinarie e straordinarie di strade o scuole, riqualificazioni e rigenerazioni urbanistiche (soprattutto nelle periferie), ristrutturazioni industriali, strumenti per la formazione oppure per l’inclusione di giovani e donne, ancora oggi ai margini del mondo del lavoro.

Al testo sta lavorando il ministro per la Coesione, il Pnrr e gli Affari europei, Raffaele Fitto. Che non a caso ricorda: «È una fra le sette nuove riforme messa in campo nella revisione del Pnrr, e uno degli obiettivi della sesta rata». Con lui il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e la sottosegretaria Lucia Albano del Mef. Ma molte di queste innovazioni Fitto le ha già sperimentate con gli accordi per lo Sviluppo e la Coesione, che insieme al premier Giorgia Meloni ha firmato sulla programmazione 2020-2027 con diciassette tra Regioni e Province Autonome. E che ha portato all’ultimo Cipess (il Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) allo sblocco dei primi 10 miliardi del Fsc, destinato a questo settennato.

Nel tentativo di non sprecare risorse, Fitto in più occasioni ha spiegato che è necessario in questa fase creare una continuità strategica tra l’impegno dei fondi del Pnrr e quelli della programmazione ordinaria europea. Il nuovo partenariato deve, contemporaneamente, «accelerare l’attuazione delle politiche di coesione e ad assicurare la tempestiva realizzazione degli interventi del Piano nazionale ripresa e resilienza». Nell’ultimo decreto per l’attuazione del Piano nazionale di riprese e resilienza – anche scatenando non poche polemiche – il ministro ha utilizzato in via straordinaria risorse della coesione per accelerare i progetti nati su spinta del Pnrr, anche nel processo e nelle trattative con la Ue per ridefinire interventi che difficilmente avrebbero visto la luce. In quest’ottica la soluzione è soprattutto una: dirigere quanto più è possibile questi soldi sugli investimenti in conto capitale. Per esempio, lo stesso Fitto ha rimodulato una regola introdotta dalla Ragioneria generale dello Stato nello scorso biennio: si possono traslare, usandoli come anticipazione, pezzi del Fondo di sviluppo e coesione su progetti lanciati con il Fesr. L’ex governatore della Puglia ha deciso però che questo cofinanziamento può essere autorizzato soltanto per le infrastrutture.

Al centro della riforma della coesione c’è, sul versante della governance, un organismo unico per la condivisione degli interventi e il controllo del loro avanzamento. Ricorda la Cabina unica di regia introdotta negli accordi di coesione e sviluppo firmati da Meloni e Fitto con i governatori per sbloccare il Fsc. Al tavolo, infatti, siedono i rappresentanti dei ministeri deputati alla spesa dei singoli piani e quelli delle Regioni. In questo consesso l’ente locale presenta i suoi progetti e ne valuta con il livello nazionale la fattibilità; quindi concorda con il governo i tempi di realizzazione e gli step di avanzamento, che sarà la stessa cabina di regia a verificare.

 

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Le verifiche

Questo nodo è molto importante, perché in passato le Regioni, più precisamente quelle del Sud, non hanno mai brillato per progettazione (quindi lancio dei bandi), avvio dei cantieri e capacità di spesa delle risorse. Accumulando ritardi su ritardi. Guardando alla vecchia programmazione 2014-2020, nel Bollettino di monitoraggio della Ragioneria generale dello Stato di marzo, e che riporta i dati aggiornati al 31 dicembre 2023 dell’Agenzia per la Coesione, si legge: «Sul totale delle risorse del Fondo programmate nell’ambito dei Piani sviluppo e coesione (Psc) di ciascuna amministrazione centrale, regionale e locale, pari a 81,1 miliardi, risultano impegni per 48,5 miliardi di euro, con una percentuale di avanzamento del 59,8 per cento, e pagamenti per 27,7 miliardi, con una percentuale di avanzamento del 34,1 per cento». Per invertire la tendenza, la riforma della Coesione prevede che l’ente che non rispetta il cronoprogramma rischia, in ultima istanza, anche di perdere il finanziamento assegnato per quella missione. E i soldi andranno ad amministrazioni virtuose sui loro piani. Uno strumento che non piace ai governatori del Sud, perché temono di perdere soldi a vantaggio dei loro colleghi del Nord. Al riguardo sono attesi paletti per mantenere comunque l’80 per cento della spesa nel Mezzogiorno.

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