Il fisco che serve all’Italia: meno peso sul lavoro, più capitale per crescere


La discussione fiscale italiana soffre di un equivoco di fondo: continuiamo a parlare di quanto lo Stato debba prelevare, quando la questione economicamente più importante è da dove prelevare e quali comportamenti incentivare.

È una differenza sostanziale. Un sistema tributario non è soltanto una macchina per finanziare la spesa pubblica. È anche un sistema di prezzi: modifica il rendimento del lavoro, dell’investimento, del risparmio, dell’assunzione, dell’imprenditorialità. Se sbagliamo quei prezzi, possiamo avere un bilancio pubblico formalmente in ordine e, contemporaneamente, un’economia che cresce troppo poco.

L’Italia si trova esattamente davanti a questo problema.

Nel 2025 il cuneo fiscale e contributivo sul lavoratore single con salario medio è sceso al 45,8% del costo del lavoro, dal 47% del 2024. È un miglioramento, ma l’Italia rimane il quinto Paese OCSE con il cuneo più elevato, contro una media dell’organizzazione pari al 35,1%. Ancora più significativo è il dato marginale: per il lavoratore medio, nel 2025 il 72,8% di un incremento del costo del lavoro veniva assorbito dall’insieme di imposte e contributi. OOECD+1

Questo è il numero dal quale dovrebbe partire una seria politica economica.

Perché se un’impresa sostiene un costo aggiuntivo per remunerare maggiormente un lavoratore e una quota così elevata dell’incremento viene assorbita dal sistema fiscale, il problema non riguarda soltanto il reddito disponibile. Riguarda l’incentivo stesso ad aumentare i salari, assumere, investire in competenze e far crescere la produttività.

E allora la mia proposta parte da un principio molto semplice: in Italia il primo euro di crescita dovrebbe essere tassato meno dell’ultimo euro di rendita improduttiva.

Non significa abbassare le tasse indiscriminatamente. Significa ridisegnarle.

Il primo obiettivo dovrebbe essere portare, nell’arco di una legislatura, il cuneo fiscale sul lavoro medio verso un livello più vicino alla media OCSE, senza compromettere l’equilibrio previdenziale e senza finanziare il taglio con nuovo debito.

È un obiettivo ambizioso. Ma è proprio per questo che va affrontato con una sequenza credibile.

La prima fase dovrebbe concentrarsi sui redditi da lavoro medio-bassi e medi. Non servirebbe un taglio generalizzato dell’IRPEF: servirebbe intervenire soprattutto sulle aliquote marginali e sui contributi che incidono maggiormente sull’incremento del reddito.

L’obiettivo sarebbe rendere fiscalmente conveniente produrre reddito aggiuntivo.

Un lavoratore che passa da 30.000 a 35.000 euro lordi dovrebbe vedere una quota significativa dell’aumento arrivare effettivamente in busta paga. Un’impresa che decide di riconoscere un aumento salariale dovrebbe sostenere un costo che abbia una relazione ragionevole con il beneficio che il lavoratore riceve.

Questo è il punto nel quale la politica fiscale diventa politica salariale senza trasformarsi in un controllo amministrativo dei salari.

Il secondo intervento dovrebbe riguardare il costo contributivo delle nuove assunzioni.

Per un periodo definito e con criteri rigorosi, proporrei un credito contributivo decrescente per le nuove assunzioni a tempo indeterminato di giovani e disoccupati di lunga durata, finanziato e circoscritto ex ante. Non un bonus permanente, ma uno strumento temporaneo destinato a ridurre il costo di ingresso nel mercato del lavoro.

La logica è economica: quando l’incertezza è alta, il costo fisso di una nuova assunzione pesa più sulla decisione dell’impresa. Ridurlo nel momento iniziale può aumentare la probabilità che l’impresa trasformi una posizione potenziale in un rapporto di lavoro effettivo.

Ma la misura dovrebbe avere una condizione essenziale: nessun incentivo senza valutazione dell’effetto netto sull’occupazione.

Se un’impresa assume una persona che avrebbe comunque assunto, lo Stato ha semplicemente trasferito denaro senza creare nuova occupazione. Se invece il beneficio modifica realmente la decisione di assunzione, allora l’incentivo ha una funzione economica.

Questo principio dovrebbe valere per tutta la politica industriale italiana: ogni incentivo dovrebbe avere un obiettivo, un costo massimo, una scadenza e una verifica.

Il terzo pilastro riguarda il capitale.

L’Italia ha bisogno di aumentare la produttività, e la produttività richiede capitale per lavoratore, tecnologia e competenze. Non possiamo pensare che il nostro futuro industriale dipenda esclusivamente dalla capacità di comprimere il costo del lavoro.

Per questo proporrei di rendere strutturale un regime fiscale favorevole al reinvestimento degli utili in capitale produttivo, concentrandolo su investimenti verificabili in macchinari, software, ricerca e sviluppo, formazione avanzata, proprietà intellettuale e internazionalizzazione.

La differenza rispetto alla tradizionale politica degli incentivi è importante: non agevolare semplicemente l’acquisto di un bene, ma favorire l’aumento della capacità produttiva dell’impresa.

Una PMI che reinveste 500.000 euro dei propri utili in un nuovo impianto, in un sistema di automazione o in ricerca dovrebbe avere un trattamento fiscale più favorevole rispetto a un sistema nel quale l’investimento produttivo e la distribuzione dell’utile sono fiscalmente quasi indistinguibili.

Il fisco deve diventare neutrale tra il consumo dell’utile e la sua trasformazione in capitale produttivo? No. Deve essere esplicitamente favorevole alla seconda scelta quando questa genera capacità produttiva aggiuntiva.

È questa la differenza tra una politica fiscale difensiva e una politica industriale.

Naturalmente una riforma di questo tipo non può essere costruita con la logica del “tagliamo tutto e poi vediamo”.

L’Italia ha un debito pubblico che impone disciplina. Nel 2025 il rapporto debito/PIL ha raggiunto il 137,1%. OOECD In questo contesto, qualsiasi riduzione strutturale delle entrate deve essere accompagnata da coperture strutturali.

La prima fonte di finanziamento deve quindi essere la revisione della spesa fiscale.

Il sistema italiano contiene una quantità enorme di agevolazioni, detrazioni e crediti che si sono accumulati nel tempo. Alcuni sono indispensabili. Altri hanno una funzione sociale evidente. Altri ancora hanno perso la propria ragione economica o sono diventati permanenti senza una vera valutazione del loro rendimento.

La regola dovrebbe cambiare: nessuna agevolazione fiscale dovrebbe essere eterna per inerzia.

Ogni misura dovrebbe avere una clausola di revisione. Dopo tre o cinque anni dovrebbe essere valutata sulla base di risultati misurabili: occupazione creata, investimenti aggiuntivi, produttività, riduzione delle emissioni quando pertinente, innovazione, effetti redistributivi.

Se una misura costa un miliardo e produce benefici inferiori al costo, non è una politica industriale: è una spesa fiscale inefficiente.

Le risorse recuperate dovrebbero finanziare, in primo luogo, la riduzione del carico sul lavoro.

Qui si trova anche una delle poche possibilità di costruire una riforma fiscalmente credibile senza aumentare la pressione complessiva: spostare il peso, non semplicemente ridurlo.

Meno distorsioni sul lavoro e sull’investimento produttivo; meno agevolazioni prive di valutazione; maggiore efficienza nella riscossione; maggiore selettività della spesa pubblica.

Non è una ricetta per uno Stato più piccolo in assoluto. È una ricetta per uno Stato che spende meglio.

C’è poi un quarto elemento, spesso ignorato: l’indicizzazione del sistema fiscale.

Quando salari nominali e prezzi aumentano, ma scaglioni e detrazioni non vengono adeguati con sufficiente rapidità, il contribuente può essere spinto verso aliquote effettive più elevate senza avere necessariamente guadagnato potere d’acquisto reale. È il fenomeno del fiscal drag.

L’OCSE ha evidenziato proprio questo meccanismo nel confronto internazionale. OOECD

L’Italia dovrebbe quindi introdurre una regola più trasparente: gli scaglioni e le principali soglie dell’imposta sul reddito dovrebbero essere indicizzati all’inflazione, salvo decisione esplicita del Parlamento di modificarli.

Non si tratta di regalare una riduzione fiscale.

Si tratta di impedire che l’inflazione produca automaticamente un aumento occulto della pressione fiscale.

È una questione di trasparenza democratica prima ancora che di tecnica tributaria.

La riforma dovrebbe poi affrontare la questione dell’evasione con un approccio finalmente meno ideologico.

L’obiettivo non deve essere aumentare il numero dei controlli, ma aumentare la probabilità che il controllo colpisca dove esiste realmente un rischio.

L’amministrazione fiscale dispone oggi di una quantità di informazioni che vent’anni fa sarebbe stata impensabile. Il salto di qualità dovrebbe consistere nell’utilizzarle meglio: analisi del rischio, interoperabilità delle banche dati, fatturazione elettronica, pagamenti digitali e strumenti predittivi devono servire a concentrare le verifiche sui comportamenti realmente anomali.

Il principio è semplice: meno adempimenti per chi è trasparente, più capacità investigativa verso chi costruisce sistematicamente redditi fuori dal sistema.

Anche qui, però, bisogna evitare la retorica.

L’evasione non può essere utilizzata come una copertura teorica per qualsiasi taglio fiscale. Prima di contabilizzare un euro di maggior gettito da contrasto all’evasione, quel gettito deve essere osservato, consolidato e verificabile.

È una differenza fondamentale tra un programma elettorale e un programma di governo.

La stessa serietà deve essere applicata alla spesa pubblica.

Una revisione della fiscalità senza una revisione della spesa sarebbe incompleta. Non serve immaginare un’Italia nella quale lo Stato si ritira da tutto. Serve distinguere ciò che produce valore pubblico da ciò che è semplicemente diventato intoccabile.

La spending review dovrebbe concentrarsi su acquisti pubblici, sovrapposizioni amministrative, enti e programmi con risultati insufficienti, digitalizzazione dei processi e standardizzazione delle procedure. Una parte dei risparmi dovrebbe essere vincolata per legge alla riduzione del carico fiscale sul lavoro.

In altre parole: ogni euro strutturalmente risparmiato nella spesa improduttiva dovrebbe avere una destinazione prioritaria alla riduzione della tassazione produttiva.

Questo creerebbe anche un incentivo politico virtuoso: ogni governo avrebbe convenienza a rendere più efficiente la macchina pubblica, perché il dividendo dell’efficienza potrebbe essere restituito ai cittadini attraverso una minore tassazione.

Il risultato finale sarebbe un sistema fiscale diverso da quello che abbiamo oggi.

Non necessariamente uno Stato che incassa molto meno.

Uno Stato che preleva in modo meno distorsivo.

Questa distinzione è decisiva.

La pressione fiscale aggregata può anche non diminuire drasticamente nel primo periodo, perché una riduzione di alcune imposte potrebbe essere compensata dall’eliminazione di agevolazioni inefficienti e dall’ampliamento della base imponibile. Ma cambierebbe la composizione del prelievo.

E la composizione conta.

Se spostiamo il peso dal lavoro verso basi imponibili meno dannose per l’offerta di lavoro e l’investimento, possiamo migliorare gli incentivi anche senza produrre nell’immediato una grande riduzione della pressione fiscale complessiva.

La riforma dovrebbe quindi essere costruita su tre numeri da monitorare ogni anno: cuneo fiscale sul lavoro, investimento privato e produttività.

Non soltanto il gettito.

Perché il successo di una riforma fiscale non si misura esclusivamente da quanti miliardi entrano nelle casse dello Stato. Si misura anche da quanti posti di lavoro aggiuntivi vengono creati, da quanto aumenta il salario reale, da quanto capitale viene accumulato e da quanto valore viene prodotto per ora lavorata.

L’Italia ha già intrapreso alcune correzioni. L’OCSE rileva che le riforme recenti hanno ridotto il peso dell’imposta personale sul reddito e che la legge di bilancio 2026 ha previsto una riduzione dell’aliquota IRPEF dal 35% al 33% per la fascia tra 28.000 e 50.000 euro. OOECD

La questione, ora, è trasformare interventi frammentari in una strategia.

Perché non basta ridurre un’aliquota.

Bisogna cambiare l’incentivo.

Non basta annunciare un bonus.

Bisogna modificare il rendimento di una decisione economica.

Non basta promettere meno tasse.

Bisogna spiegare quali tasse, per chi, di quanto, con quali coperture e con quali effetti attesi.

Questa dovrebbe essere la nuova grammatica della politica economica italiana.

Io partirei da un obiettivo decennale: portare il cuneo sul lavoro verso la media OCSE, ridurre progressivamente la tassazione marginale sul lavoro medio, rendere stabile il trattamento fiscale degli investimenti produttivi, eliminare le agevolazioni senza efficacia dimostrata e utilizzare ogni aumento strutturale del gettito derivante dalla maggiore compliance per finanziare ulteriori riduzioni del prelievo sul lavoro.

Il tutto dentro una regola fiscale semplice: nessuna riduzione strutturale delle entrate senza una copertura strutturale equivalente.

È una regola che può sembrare prudente.

In realtà è una dichiarazione politica molto ambiziosa.

Perché significa smettere di raccontare agli italiani che ogni riforma può essere finanziata da qualcun altro.

Significa riconoscere che la responsabilità di governo consiste anche nello scegliere chi beneficia di una riforma, chi la finanzia e quali costi di transizione comporta.

Ed è qui che dovrebbe tornare la politica.

Per anni abbiamo contrapposto lavoratori e imprese, giovani e pensionati, Nord e Sud, contribuenti e Stato. Ma una politica economica moderna dovrebbe cercare un interesse comune più alto: aumentare la quantità di valore che l’economia italiana è in grado di produrre e distribuire.

Un’impresa più produttiva può pagare salari più alti.

Un lavoratore più qualificato può produrre più valore.

Un salario più alto amplia la base imponibile senza aumentare necessariamente le aliquote.

Un’impresa che investe genera capitale e occupazione.

Una pubblica amministrazione più efficiente riduce i costi dell’intero sistema.

È un circuito virtuoso.

La politica fiscale dovrebbe essere progettata per alimentarlo, non per interromperlo.

La mia idea di riforma fiscale, quindi, non è quella di uno Stato che rinuncia alle proprie responsabilità.

È l’opposto.

È uno Stato che decide di essere più selettivo, più prevedibile e più esigente.

Più selettivo nel tassare.

Più prevedibile nelle regole.

Più esigente nella spesa.

E soprattutto più consapevole del fatto che ogni aliquota produce un incentivo e ogni incentivo produce, nel tempo, un’economia diversa.

La domanda che dobbiamo porci non è se l’Italia possa permettersi di tagliare le tasse.

La domanda è se possa permettersi di continuare a tassare il lavoro e il capitale produttivo senza interrogarsi sulle conseguenze.

La risposta, a mio giudizio, è no.

Non perché dobbiamo promettere un fisco più leggero a prescindere.

Ma perché dobbiamo costruire un fisco più intelligente.

Un fisco nel quale lavorare di più convenga.

Nel quale assumere convenga.

Nel quale investire convenga.

Nel quale far crescere un’impresa convenga.

Nel quale dichiarare tutto convenga più che nascondere.

E nel quale lo Stato sappia spiegare al cittadino non soltanto quanto gli chiede, ma anche perché glielo chiede e quale valore restituisce.

Questa è la riforma fiscale che l’Italia dovrebbe avere il coraggio di discutere.

Non una gara a chi promette il taglio più grande.

Una competizione su chi ha il progetto più credibile per far crescere il Paese.

Perché alla fine la politica economica non dovrebbe limitarsi a distribuire le risorse che abbiamo.

Dovrebbe creare le condizioni perché, tra dieci anni, l’Italia abbia molte più risorse da distribuire.

È questa, prima ancora che una questione fiscale, la misura di una classe dirigente.

BIBLIOGRAFIA:


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