73 imprese e parità in azienda


Il passaggio di Perugia va letto con una lente tecnica: la parità smette di restare confinata all’enunciazione pubblica quando viene misurata nello statuto, nella composizione dei board, nei salari, nei processi HR e nella relazione annuale d’impatto. Il Festival fornisce il contesto culturale; la Camera di Commercio dell’Umbria porta il luogo in cui le decisioni aziendali diventano verificabili.

Nota di verifica: questa ricostruzione distingue il fatto della giornata, i dati consolidati della Ricerca Nazionale sulle Società Benefit 2026 e la nostra lettura sugli effetti pratici per imprese umbre, sistema camerale e politiche di parità.

Cosa accade oggi al Galeazzo Alessi

Il baricentro economico della giornata è l’incontro “Società benefit: caratteristiche, requisiti e vantaggi”, ospitato al Centro Servizi Camerali “Galeazzo Alessi” di via Mazzini 15. La finestra operativa indicata dal circuito camerale è 11.30-13.00, con partecipazione gratuita previa registrazione. I lavori sono costruiti come roadshow nazionale promosso dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy tramite Invitalia e con supporto tecnico di Si.Camera. Dentro il Festival, questo cambia la natura del tema: la parità viene agganciata alla struttura dell’impresa e supera il perimetro della sola sensibilizzazione pubblica.

Il programma aggiornato colloca in apertura Marilina Labia, dirigente Sicamera/Unioncamere, Laura Morleni, funzionaria della Casa del Made in Italy di Perugia e Azzurra Marchesano per il Ministero. Le relazioni affidano l’analisi del fenomeno in Italia e in Umbria a Serafino Pitingaro, l’impatto economico, sociale e ambientale delle imprese benefit ad Andrea Bellucci, le opportunità di sviluppo a Jacopo Gabriele Orlando e il tema del distretto di società benefit a Marta Pasqualini. La moderazione di Giuliana Piandoro tiene insieme profilo giuridico, misurazione dei dati e applicazione territoriale.

Perché le 73 Società Benefit umbre contano più della cifra assoluta

Il numero umbro sembra contenuto soltanto in apparenza. Il passaggio da 69 società benefit al 31 dicembre 2025 a 73 nel primo trimestre 2026 equivale a quattro nuove posizioni in pochi mesi, pari a una crescita redazionale calcolata intorno al 5,8% su base trimestrale. Il dato regionale vale circa l’1,3% dell’universo nazionale censito a fine 2025, quota coerente con una regione in cui il tessuto produttivo è molto diffuso tra microimprese, manifattura specializzata e servizi professionali.

La presenza significativa nelle attività manifatturiere e professionali chiarisce perché il tema sia concreto per l’Umbria. Nella manifattura lo status benefit entra nella filiera, nei fornitori, nell’energia, nella sicurezza e nella qualità del lavoro. Nei servizi professionali agisce su consulenza, progettazione, accompagnamento alle imprese e capacità di trasformare obiettivi sociali in indicatori. L’interesse del territorio riguarda quindi una possibilità concreta: far circolare competenze di rendicontazione in settori che influenzano molte altre aziende.

Il dato nazionale: crescita, addetti e valore prodotto

La scala italiana spiega perché il roadshow arriva in una fase matura. A fine 2025 le Società Benefit italiane sono 5.540, con incremento superiore al 20% sull’anno precedente. Il loro peso occupazionale è arrivato a circa 241 mila addetti e il valore della produzione dell’anno fiscale 2024 è stimato in 69 miliardi di euro, pari al 2,5% del valore complessivo generato dalle società registrate. La nostra lettura è che il modello sia uscito dalla fase pionieristica: resta minoritario nel numero assoluto, ma ormai produce effetti visibili su lavoro, investimenti e reputazione di sistema.

Tra 2022 e 2024 la crescita mediana del fatturato delle benefit è stata pari al 14,6%, contro il 5,3% del campione comparabile di imprese tradizionali. Il valore aggiunto aumenta del 19,7%, il margine operativo lordo del 16,2% e il costo del lavoro del 21,6%. Questi dati richiedono una lettura prudente: descrivono performance di imprese confrontabili per dimensione e macrosettore, poi lasciano aperta la valutazione sulle cause profonde. Il segnale economico, però, è nitido. L’impresa che formalizza il beneficio comune tende a presentarsi con più disciplina gestionale e con maggiore capacità di redistribuire valore.

Dove entra la parità: board, salari e gestione quotidiana

La parte più istruttiva della ricerca riguarda la governance. Il 47% delle Società Benefit ha almeno una donna nel board, contro il 36% delle imprese tradizionali comparabili; in una benefit su quattro oltre metà del board è composto da donne. La presenza di under 40 nei consigli è pari al 29,3%, contro il 21,8% delle imprese tradizionali. Il dato sui board composti soltanto da over 65 scende invece al 4,9% nelle benefit e resta all’11% nelle altre imprese. Questa distribuzione mostra una governance più aperta al rinnovamento e rende la parità una variabile di composizione del potere decisionale.

Il salario per addetto nelle Società Benefit risulta superiore di circa 3.000 euro in termini mediani rispetto alle imprese comparabili. Qui la parità incontra un punto materiale: retribuzione, progressione, welfare e conciliazione vita-lavoro formano il terreno su cui le politiche aziendali diventano credibili. In Italia la certificazione della parità di genere ha già raggiunto 12.317 imprese con una forza lavoro complessiva superiore a 2,7 milioni di persone; le donne rappresentano il 43,12% di questo perimetro. Il target PNRR di 3.000 imprese certificate entro il 30 giugno 2026 è stato superato con largo anticipo.

Status Benefit e certificazione di genere: due strumenti diversi

La distinzione è decisiva per evitare equivoci. La Società Benefit nasce da una modifica statutaria: l’impresa inserisce nell’oggetto sociale una o più finalità di beneficio comune e affida agli amministratori il bilanciamento tra interesse dei soci e interessi di lavoratori, comunità, territori, ambiente e altri portatori di interesse. La disciplina italiana è stata introdotta dalla legge di stabilità 2016, dentro i commi 376-384 dell’articolo 1 della legge 208 del 2015. La società mantiene la propria forma giuridica originaria, ma aggiunge un vincolo di scopo e di rendicontazione.

La certificazione della parità di genere UNI/PdR 125:2022 riguarda invece un sistema di gestione basato su indicatori. Le aree tecniche osservate sono cultura e strategia, governance, processi HR, crescita professionale, remunerazione equa e conciliazione vita-lavoro. La sovrapposizione tra i due strumenti può essere potente: lo status benefit rende stabile l’impegno nell’architettura societaria, la certificazione misura politiche di genere con verifiche esterne. Per una piccola o media impresa, l’ordine corretto delle decisioni passa da statuto, responsabile d’impatto, indicatori e relazione annuale, poi arriva alla certificazione quando l’organizzazione è pronta a sostenere l’audit.

La relazione annuale è il vero…


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 Junior Cristarella

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